L’ombra della mente. L’anoressia

Il tentativo di questa rubrica è quello di essere utile per chiunque riconoscesse in sé o in qualcuno di vicino una forma di malessere. La sensibilizzazione è importante nel momento della comprensione e dell’azione, in quanto spinge alle opportune cure mirate.


L’ano­res­sia è il distur­bo che vie­ne mar­ca­to mag­gior­men­te dal­la minac­cia dei luo­ghi comu­ni, che aleg­gia­no intor­no ad essa come spet­tri infestanti. 

Togliamo subito di mezzo il grande fattore di intralcio: estetica. L’anoressia non ha niente a che vedere l’estetica, non è questione di voler assecondare un ideale sociale che desidera una figura femminile magra e perfetta. 

Nel momen­to in cui ridu­cia­mo que­sta pato­lo­gia all’a­spet­to fisi­co non stia­mo ren­den­do giu­sti­zia a chiun­que sof­fra di que­sto distur­bo, così com­ples­so e sfac­cet­ta­to. L’a­no­res­sia ten­de a pro­iet­ta­re sul cibo uno sco­po, frut­to di una gran­de sof­fe­ren­za dovu­ta a negli­gen­ze, abu­si e trau­mi di varia natu­ra: scom­pa­ri­re. È uno scom­pa­ri­re len­to e pro­gres­si­vo, che uti­liz­za il cor­po e l’as­sen­za di cibo come mez­zo per rea­liz­za­re que­sto sco­po, ma è a sua vol­ta una richie­sta di aiu­to, in mol­ti casi. 

Infat­ti, il ricor­re­re a un’ab­ne­ga­zio­ne len­ta e gra­dua­le indi­ca pro­prio il fat­to che vi sia anco­ra posto per la spe­ran­za di un’ul­ti­ma anco­ra di sal­vez­za. Il pro­gres­si­vo dima­gri­men­to è il segno più evi­den­te di una dispe­ra­ta richie­sta di aiuto. 

Per questo occorre saper riconoscere i primi dettagli di questo disturbo in chi ci sta vicino, perché potrebbe essere tacite richieste di soccorso. 

In una fase ini­zia­le è dif­fi­ci­le sco­va­re i mec­ca­ni­smi di fun­zio­na­men­to del­la per­so­na che sof­fre di ano­res­sia. Nel­la cosid­det­ta fase del­la “luna di mie­le” vi è un sot­to­fon­do eufo­ri­co tale per cui tut­to ruo­ta effet­ti­va­men­te intor­no alla per­di­ta di peso come pro­ie­zio­ne del risul­ta­to del­lo sta­re bene. Ho per­so peso, è come se aves­si per­so par­te del mio dolo­re. Con il tem­po il tut­to diven­ta più inva­li­dan­te a cau­sa del­la mag­gio­re per­di­ta di peso e l’ag­giun­ta dei sin­to­mi di disor­di­ne cogni­ti­vo dovu­to all’ap­por­to calo­ri­co minimo. 

A cau­sa del­la restri­zio­ne ali­men­ta­re, si ha una dif­fi­col­tà nel rico­no­sce­re le emo­zio­ni e defi­cit cogni­ti­vi. Ma non è solo per una que­stio­ne di chi­mi­ca e di appor­ti di nutrien­ti, è pro­prio per il fat­to che la per­so­na che sof­fre di ano­res­sia ha come sco­po lo smet­te­re di sof­fri­re. Si chiu­de sem­pre di più in que­sta arma­tu­ra di ane­do­nia e apa­tia rispet­to al sé, pro­prio per­ché desi­de­ra non vole­re e non sen­ti­re, pro­prio per­ché non rie­sce ad accet­ta­re quel dolo­ro­so sen­ti­re che lo ha con­no­ta­to fino ad allo­ra e lo ha por­ta­to a voler solo desi­de­ra­re di scom­pa­ri­re.

La bas­sa auto­sti­ma è cor­re­la­ta al fat­to che vi sia un’e­stre­ma rigi­di­tà nel pen­sie­ro dovu­ta pro­prio al timo­re di spa­zia­re. Scon­trar­si con la pro­pria per­so­na impli­che­reb­be scon­trar­si con una con­ce­zio­ne di sé che ha a che fare con il dolo­re, non esi­ste una visio­ne distinta. 

La persona coincide con il dolore che ha provato o che prova. 

Rigi­di­tà dovu­ta agli sche­mi che crea­no sicu­rez­za, e infran­ger­li è un costo emo­ti­vo trop­po alto. Ecco che il cibo, in que­sta ana­li­si, pas­sa in secon­do pia­no ed emer­ge in pri­mo pia­no il dolo­re di un indi­vi­duo. Per­tan­to: l’a­no­res­sia non è que­stio­ne di veder­si “gras­si”, cer­to ci pos­so­no esse­re que­stio­ni di visio­ne alte­ra­ta di sé in casi mol­to gra­vi, ma si trat­ta di pro­ie­zio­ne. Pro­iet­ta­re sul cibo un idea­le di assen­za di dolo­re, per­ché la real­tà è avver­ti­ta come intol­le­ra­bi­le. La per­so­na che sof­fre di ano­res­sia desi­de­ra scom­pa­ri­re e avver­te il pro­prio cor­po come sco­mo­do, ingom­bran­te, pesan­te nei ter­mi­ni di esistenza. 

Nel momen­to in cui affer­mia­mo che il mon­do del­la moda, per esem­pio, spin­ge all’a­no­res­sia com­met­tia­mo un erro­re: esso por­ta a com­por­ta­men­ti disfun­zio­na­li, tal­vol­ta, ma le cau­se che si cela­no al di sot­to di alcu­ni casi di model­le che si sono amma­la­te sono ben più complessi. 

Si trat­ta di cosa han­no pro­iet­ta­to su quel­l’in­ca­ri­co e sul­la sua riu­sci­ta, non solo di que­stio­ni di suc­ces­so e fama. Smet­tia­mo­la di ridur­re il pro­fon­do dolo­re di chi è “fino all’os­so” (anche tito­lo di un film usci­to nel 2017 sul tema).

Eppure, esiste una cura per questo disturbo della condotta alimentare. 

Innan­zi­tut­to, la tera­pia psi­co­far­ma­co­lo­gi­ca ser­ve esclu­si­va­men­te, come in ogni distur­bo, per alle­via­re i sin­to­mi che pos­so­no inter­fe­ri­re con la tera­pia. Si par­la di anti­de­pres­si­vi per anda­re incon­tro alle mani­fe­sta­zio­ni di sta­ti depres­si­vi dovu­ti alle con­se­guen­ze com­por­ta­men­ta­li. Oppu­re, si pos­so­no pre­scri­ve­re ansio­li­ti­ci in caso di sin­to­mi come fobie e ansie sociali. 

Ma, alme­no in que­sta rubri­ca, si con­ti­nua a soste­ne­re l’im­por­tan­za del fat­to­re del­la tera­pia di paro­la. La tera­pia cogni­ti­vo com­por­ta­men­ta­le CBT- E., idea­ta da Chri­sto­pher Fair­burn, è mira­ta al trat­ta­men­to del­l’a­no­res­sia e pre­ve­de tre fasi. Pri­ma fase: cam­bia­men­to atti­vo, il pazien­te deve voler gua­ri­re, mani­fe­stan­do dun­que volon­tà di voler affron­ta­re il pro­prio pro­ble­ma ali­men­ta­re. Secon­da fase: sot­to­fa­se nutri­zio­na­le, nel­la qua­le l’in­di­ce di mas­sa cor­po­reo deve rien­tra­re nel­la nor­ma, per­tan­to la dura­ta del trat­ta­men­to dipen­de­rà dal rag­giun­gi­men­to del valo­re BMI tra 19 e 20. Sot­to­fa­se emo­ti­va, nel­la qua­le si prov­ve­de al rico­no­sci­men­to del­la pro­prie emo­zio­ni, in modo tale da non cade­re nel­la trap­po­la del “pen­sie­ro cadu­to dal cie­lo”, che fa sì che il tut­to sia più con­fu­so ed enfatizzato. 

L’ultimo passo ha come obiettivo quello di affrontare le preoccupazioni legate alla fine del trattamento e di prevenire rischi di ricaduta. 

Pic­co­la postil­la: nel momen­to in cui quel pas­so indie­tro vie­ne com­piu­to e si ha la for­tu­na di saper chie­de­re aiu­to, ecco che si pro­spet­ta un’al­ter­na­ti­va. In una socie­tà che ci inse­gna a esse­re auto­no­mi e indi­pen­den­ti, occor­re anda­re con­tro­cor­ren­te e ave­re l’ar­do­re di attua­re la distin­zio­ne tra “debo­le” e “fra­gi­le”.

Esse­re fra­gi­le equi­va­le al crol­la­re, cer­to, al rom­per­si in pez­zi che, però, pos­so­no esse­re ricom­po­sti. Debo­le è inve­ce chi non ha pos­si­bi­li­tà di esse­re aiutato. 

Arti­co­lo di Chia­ra Dambrosio.

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