L’ombra della mente. L’apatia

L'ombra della mente. L'apatia

Il tentativo di questa rubrica è quello di essere utile per chiunque riconoscesse in sé o in qualcuno di vicino una forma di malessere. La sensibilizzazione è importante nel momento della comprensione e dell’azione, in quanto spinge alle opportune cure mirate.


Non sono solo le con­di­zio­ni pato­lo­gi­che a desta­re sof­fe­ren­za, occor­re resti­tui­re digni­tà agli sta­ti men­ta­li che costi­tui­sco­no le ombre del­la mente. 

Oggi si par­le­rà di apa­tia. L’a­pa­tia è un’as­sen­za di emo­zio­ne: un’in­ca­pa­ci­tà di pro­va­re par­te­ci­pa­zio­ne e inte­res­se nei con­fron­ti di ciò che sul pia­no affet­ti­vo eser­ci­ta un riscontro. 

È uno stato psicologico paradossale proprio perchè porta a non provare alcuno stato emotivo, apparentemente. 

Si con­fer­ma come assen­za di moti­va­zio­ne, ma si distin­gue dal­la depres­sio­ne in quan­to l’a­pa­tia non desta par­ti­co­la­re sof­fe­ren­za nel sog­get­to che la avver­te; l’u­mo­re del­l’a­pa­ti­co, quin­di, non potrà mai esse­re defi­ni­to come depres­so, per­chè non ten­de­rà mai al males­se­re dif­fu­so tipi­co di chi sof­fre di depressione. 

Inol­tre, nel sog­get­to che sof­fre di depres­sio­ne pre­val­go­no trat­ti emo­ti­vi qua­li la ver­go­gna e il sen­so di col­pa per tale dif­fi­col­tà avver­ti­ta in pri­ma persona. 

Nel sog­get­to apa­ti­co è ben dif­fi­ci­le che que­sta situa­zio­ne ven­ga rico­no­sciu­ta, e quan­do avvie­ne ciò la rea­zio­ne è appun­to poco empa­ti­ca nei con­fron­ti di se stes­si. La sen­sa­zio­ne che può susci­ta­re un rico­no­sci­men­to di sé come apa­ti­co può esse­re un pru­ri­gi­no­so fasti­dio rispet­to a quel­l’e­si­sten­za che non si sen­te come propria. 

L’apatia infatti si collega strettamente alla noia, altra condizione che, seppur diversa per le sfumature emotive da cui può essere connotata, accompagna il senso di vuoto tipico di questo stato psicologico. 

Il vuo­to non è un gri­do di man­can­za, quan­to piut­to­sto un sospi­ro di arren­de­vo­lez­za nei con­fron­ti di una vita che sem­bra aver mostra­to tut­to quan­to può esse­re già sta­to dato; e se anche così non fos­se, vi è la cer­tez­za che nien­te pos­sa susci­ta­re il mini­mo inte­res­se che pri­ma veni­va riscosso. 

Seb­be­ne la capa­ci­tà di inte­ra­zio­ne con gli altri ven­ga spes­so man­te­nu­ta, com­por­ta nume­ro­se con­se­guen­ze a livel­lo rela­zio­na­le, soprat­tut­to qua­lo­ra ven­ga­no mes­si in que­stio­ne i pre­sup­po­sti del rap­por­to stes­so, in vista di cam­pa­nel­li dal­l’al­lar­me come il disin­te­res­se e la non curanza. 

Ma il sog­get­to che risen­te del­la pro­pria apa­tia non è con­sa­pe­vo­le del­la pro­pria negli­gen­za nei con­fron­ti del­l’al­tro, poi­ché la pri­ma negli­gen­za che com­pie è pro­prio nei con­fron­ti di se stes­so: ha smes­so di sen­ti­re, non pro­va alcu­na pau­ra o tri­stez­za nei con­fron­ti del­la pro­pria con­di­zio­ne, che altri­men­ti non sareb­be defi­ni­bi­le come tale. 

Eppure, questo fenomeno che sembra emergere dal nulla presenta più cause di natura psicologica, per escludere i casi di gravità psicopatologica in cui l’apatia è un sintomo correlato. 

Soli­ta­men­te l’a­pa­tia è una mos­sa di dife­sa che il sog­get­to svi­lup­pa per un dato perio­do del­la pro­pria vita, per­tan­to ha un ini­zio come ha una fine, per pre­ser­var­si da even­tua­li costi emo­ti­vi che non sareb­be pron­to ad affron­ta­re, sia per trau­mi pre­ce­den­ti, sia per cir­co­stan­ze attua­li, che non per­met­to­no di cimen­tar­si nel vivo del­la pro­pria vita emotiva. 

È una stra­te­gia, una for­ma di pro­te­zio­ne nei con­fron­ti del­la pro­pria per­so­na, seb­be­ne spes­so pos­sa sfo­cia­re in perio­di vuo­ti e pri­vi di alcun fer­vo­re di vita. Ma anche la noia può fun­ge­re da sti­mo­lo nel momen­to in cui per­met­te di ragio­na­re su ciò che real­men­te desi­de­re­rem­mo cam­bia­re del­la nostra quo­ti­dia­ni­tà. L’in­sof­fe­ren­za nei con­fron­ti dei mec­ca­ni­smi abi­tu­di­na­ri con­ce­de la pos­si­bi­li­tà di rom­pe­re gli sche­mi

Per­tan­to, occor­re in pri­mo luo­go saper rico­no­sce­re la pro­pria apa­tia, seb­be­ne sia dif­fi­ci­le, attra­ver­so uno sfor­zo di astra­zio­ne rispet­to quel­la che è la pro­pria per­so­na: ponen­do­si doman­de in meri­to ai pro­pri obiet­ti­vi e inte­res­si, rispet­to a come si stia viven­do la pro­pria inte­rio­ri­tà e le pro­prie rela­zio­ni, si può sco­pri­re quan­to real­men­te si sta viven­do con par­te­ci­pa­zio­ne se stessi. 

In secon­do luo­go, accet­ta­re il vuo­to che si pro­va è una stra­te­gia per non vive­re que­sto perio­do col­pe­vo­liz­zan­do­si: occor­re evi­ta­re di com­pie­re giu­di­zi su se stes­si trop­po affret­ta­ti. Non si è pigri, si è solo spa­ven­ta­ti. E non per que­sto si è vili, si è solo umani. 

Inol­tre, biso­gna ricor­da­re come que­sto perio­do abbia un ini­zio e abbia una fine. La fine ver­rà san­ci­ta non in un istan­te deci­so dal sog­get­to stes­so, ma dal­la serie di even­ti che disten­de­rà il cli­ma inte­rio­re in modo tale da ren­der­lo più ben dispo­sto nei con­fron­ti dell’esterno. 

Infine, è importante ricordare quanto la noia abbia la sua funzione propedeutica nei confronti del cambiamento. 

Eser­ci­zi di accet­ta­zio­ne come la scrit­tu­ra crea­ti­va del sé, oppu­re la mes­sa in arte o musi­ca dei pro­pri sta­ti d’a­ni­mo può aiu­ta­re a con­fe­ri­re un sen­so. Maga­ri non potrà riem­pi­re la vora­gi­ne, ma alme­no si può cer­ca­re di abi­ta­re un vuo­to vario­pin­to impe­gna­ti per esem­pio in una buo­na let­tu­ra con un sot­to­fon­do musicale. 

Arti­co­lo di Chia­ra Dambrosio.

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