Skianto: uno spettacolo di Filippo Timi al Franco Parenti

Skianto, monologo diretto e interpretato da Filippo Timi, spettacolo appena andato in scena al teatro Franco Parenti. Il protagonista è un bambino disabile, e la finestra è quella di camera sua e costituisce l’unico vero contatto che ha con il mondo esterno, ad eccezione della televisione.

Imma­gi­na­te di cam­mi­na­re una pic­co­la stra­da di cit­tà, un po’ rovi­na­ta, fian­cheg­gia­ta su entram­bi i lati da case. Tut­te le case han­no la stes­sa altez­za, mas­si­mo 4 pia­ni, e tut­te lo stes­so colo­re gri­gio. Pen­sa­te ora di fer­mar­vi e deci­de­re di guar­da­re la fine­stra del­la casa più vici­na che ave­te sul­la destra. Se osser­va­te con atten­zio­ne, die­tro l’apparente oscu­ri­tà del rifles­so, pote­te indi­vi­dua­re due occhiet­ti che vi guardano.

È la fine­stra di Filip­po, il bam­bi­no pro­ta­go­ni­sta di Skian­to, mono­lo­go diret­to e inter­pre­ta­to da Filip­po Timi, appe­na anda­to in sce­na al tea­tro Fran­co Paren­ti. Il pro­ta­go­ni­sta è un bam­bi­no disa­bi­le, e la fine­stra è quel­la di came­ra sua e costi­tui­sce l’unico vero con­tat­to che ha con il mon­do ester­no, ad ecce­zio­ne del­la televisione.

Una stan­za, una casa da cui il bam­bi­no vuo­le dispe­ra­ta­men­te uscire. 

Allo stes­so modo dei suoi pen­sie­ri, che mar­tel­la­no furio­sa­men­te in quel­la che in ter­mi­ni medi­ci si chia­ma sca­to­la cra­ni­ca sigil­la­ta, una mal­for­ma­zio­ne che por­ta al ritar­do mentale.

A sve­lar­ci il suo pro­ble­ma è il pro­ta­go­ni­sta a ini­zio spet­ta­co­lo che pen­den­te dall’alto gra­zie ad un filo, qua­si come gal­leg­gian­te come nel­la pla­cen­ta, ci rac­con­ta come è venu­to al mon­do. Ogni imma­gi­ne evo­ca­ta e ogni par­ti­co­la­re del­la sce­na è pro­fon­da­men­te bilan­cia­to per comu­ni­ca­re con com­mo­ven­te leg­ge­rez­za il dram­ma dell’incomunicabilità.

Quel­lo che Timi fa è descri­ve­re un mon­do inte­rio­re, un mon­do ric­chis­si­mo, colo­ra­to, deci­sa­men­te estro­so, e tut­to ciò è sta­to pos­si­bi­le gra­zie alla sua straor­di­na­ria abi­li­tà atto­ria­le e all’aiuto non indif­fe­ren­te dei costu­mi. Alcu­ni da uni­cor­no e altri da dan­za­to­re carai­bi­co ad esem­pio, che ci han­no per­mes­so di entra­re con ulte­rio­re faci­li­tà in que­sto mon­do fantastico.

Que­sto mon­do in cui è rin­chiu­so il bam­bi­no è descrit­to da Timi stes­so come un “buco” da cui 

[…]nes­su­no ha mai nem­me­no pro­va­to a tirar­lo fuo­ri. For­se mai nes­su­no ha pen­sa­to che den­tro quel buco scan­da­lo­so ci potes­se esse­re qualcuno.

Infat­ti que­sto mon­do fan­ta­sti­co è nasco­sto, e tut­to lo spet­ta­co­lo è incen­tra­to nell’audace, natu­ra­le e pri­mi­ti­vo ten­ta­ti­vo di por­tar­lo all’esterno. Lo stes­so ten­ta­ti­vo che un atto­re com­pie davan­ti ad un pub­bli­co. Lo stes­so ten­ta­ti­vo che noi com­pia­mo quan­do instau­ria­mo una relazione.

Ed è mira­bi­le come Timi ci gui­di qua­si mano a mano a leg­ge­re i pen­sie­ri di Filip­po, il bam­bi­no che inter­pre­ta, e a ren­de­re coe­ren­ti ed emo­zio­nan­ti le sue cri­si auti­sti­che che più di una vol­ta met­te in scena.

Veri e pro­pri inni alla comu­ni­ca­zio­ne. Sos man­da­ti per trop­pa fame di mon­do, per into­na­re la pro­pria pas­sio­ne per la vita. Nel cor­so di que­sto spet­ta­co­lo è sem­pre più evi­den­te l’insofferenza di Filip­po nei con­fron­ti dei sui geni­to­ri, gli uni­ci uomi­ni con cui è entra­to in con­tat­to da quan­do è nato e che nul­la fan­no per sbir­cia­re nel buco del­la sua esistenza.

Timi scri­ve:

Lo so che lo spe­ra­no con pro­fon­do amo­re, ma vede­re negli occhi di tuo padre e di tua madre lo sguar­do di chi spe­ra sem­pre che tu muo­ia per pri­mo, non è pro­prio un bel­lo sguardo.

Timi ammet­te che gli pia­ce­reb­be sen­si­bi­liz­za­re il pub­bli­co riguar­do alla pos­si­bi­li­tà che die­tro l’apparente irra­zio­na­li­tà mani­fe­sta­ta da Filip­po, pos­sa nascon­der­si una repres­sa cate­na di pen­sie­ri, vero moto­re dell’esistenza umana.

Arti­co­lo di Simo­ne Muciaccia

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