Da rivedere per la prima volta: L’ours

Nel 1987 Jean-Jac­ques Annaud, regi­sta fran­ce­se noto per i suoi sog­get­ti com­ples­si e mai bana­li, dedi­ti alla ricer­ca di sé stes­si, deci­de di pun­ta­re la tele­ca­me­ra su un paio di orsi. Il risul­ta­to è un’opera deli­ca­ta ma sofi­sti­ca­ta, che apre gli occhi sen­za far gri­da­re alla mistificazione.

«Esi­ste un’e­mo­zio­ne più for­te che quel­la di ucci­de­re, quel­la di lasciar vive­re». La cita­zio­ne non è di un atto­re, né di Annaud, ma dell’auto­re del libro da cui la sto­ria è trat­ta, James Oli­ver Cur­wood. Nel 1916 uscì il libro The Grizz­ly King, un roman­zo che pren­de­va spun­to dal­le avven­tu­re del­lo stes­so Cur­wood che in una del­le sue bat­tu­te di cac­cia ven­ne avvi­ci­na­to, disar­ma­to, da un orso di note­vo­li dimen­sio­ni ma che, per moti­vi igno­ti allo stes­so, non lo toc­cò nean­che rispar­mian­do­gli la vita. 

Annaud negli anni ‘80 ven­ne a cono­scen­za del­la sto­ria e deci­se di rie­sa­mi­na­re la favo­la di Cur­wood in chia­ve natu­ra­li­sti­ca. Sog­get­to del­la pel­li­co­la non sono infat­ti i cac­cia­to­ri ben­sì gli orsi, un maschio adul­to ed un cuc­cio­lo. Gli esse­ri uma­ni pre­sen­ti fun­go­no da anta­go­ni­sti di con­tor­no, per­so­nag­gi ester­ni alla sto­ria la cui tra­ma si inse­ri­sce in quel­la degli orsi. Pochi dia­lo­ghi ed una osser­va­zio­ne a tut­to cam­po degli ani­ma­li potreb­be­ro far stor­ce­re il naso, ma qui sta il genio di Annaud.

Non gira un documentario ma assegna agli animali (tutti ammaestrati) dei ruoli ben precisi, senza tuttavia scadere nella banale antropomorfizzazione. 

Per tut­ta la dura­ta del film gli orsi fan­no gli orsi e, anche se qua e là sono sta­ti inse­ri­ti for­za­ta­men­te i ver­si di un neo­na­to, non si per­ce­pi­sce mai di ave­re di fron­te com­por­ta­men­ti costrui­ti o rap­pre­sen­ta­ti­vi degli atteg­gia­men­ti tipi­ci dell’essere umano. 

Ma cosa rac­con­ta que­sta favo­la moder­na? Una sto­ria in real­tà mol­to sem­pli­ce ma non scon­ta­ta o bana­le. Un cuc­cio­lo d’orso, rima­sto orfa­no a cau­sa del­la mor­te acci­den­ta­le del­la madre, rie­sce a legar­si ad un maschio adul­to che se ne pren­de­rà cura acco­glien­do­lo sot­to la sua ala pro­tet­tri­ce, il tut­to men­tre un grup­po di cac­cia­to­ri (gui­da­to da Tché­ky Karyo, atto­re allo­ra semi­sco­no­sciu­to, come richie­sto spe­ci­fi­ca­men­te da Annaud che vole­va la tota­le atten­zio­ne del­lo spet­ta­to­re sugli orsi) cer­ca di ucci­de­re l’adulto. 

Faci­le sareb­be a que­sto pun­to una imme­dia­ta asso­cia­zio­ne con pel­li­co­le di stam­po disneya­no, ma dal­le qua­li il film si disco­sta per la gran­de pro­fon­di­tà con cui il tema vie­ne trat­ta­to e con il modo in cui la mac­chi­na da pre­sa ci mostra la costru­zio­ne del rap­por­to tra i due ani­ma­li, dif­fi­ci­le all’inizio ma che con il pas­sa­re dei minu­ti si tra­sfor­ma in una ami­ci­zia fra­ter­na. Lo ripe­tia­mo, gli orsi fan­no gli orsi, per cui ogni azio­ne vie­ne con­ce­pi­ta in uno stu­dio accu­ra­tis­si­mo del com­por­ta­men­to degli ani­ma­li, che infat­ti sul set agi­sco­no con una spon­ta­nei­tà che com­pen­sa benis­si­mo le diret­ti­ve impo­ste dal copio­ne e pro­vo­ca­te dagli addestratori. 

Anche se in quest’ottica il film è mol­to vul­ne­ra­bi­le a cri­ti­che vol­te a dimo­strar­ne la non veri­di­ci­tà ed una cer­ta misti­fi­ca­zio­ne del­la real­tà, pro­stra­ta ad un mes­sag­gio di fra­tel­lan­za che in natu­ra spes­so non si osser­va (noti sono i casi in cui gli orsi adul­ti ucci­do­no i cuc­cio­li per evi­ta­re futu­ri con­ten­den­ti ed inva­sio­ni del pro­prio ter­ri­to­rio), Annaud è mol­to bra­vo nel non esa­ge­ra­re le dina­mi­che del rap­por­to tra gli ani­ma­li, e nel dare par­ti­co­la­re risal­to inve­ce ad una sce­na che riper­cor­re quel­la nar­ra­ta da Cur­wood, quan­do l’adulto si ritro­va fac­cia a fac­cia col cac­cia­to­re, inter­pre­ta­to da Karyo, sen­za tut­ta­via ucciderlo. 

Un mes­sag­gio mol­to chia­ro di come in natu­ra seb­be­ne si osser­vi­no com­por­ta­men­ti spie­ta­ti, que­sti non sono mai con­di­ti dal­la cat­ti­ve­ria fine a sé stes­sa che spes­so si riscon­tra al con­tra­rio negli esse­ri uma­ni. Un attac­co ha infat­ti sem­pre uno sco­po ben pre­ci­so, che sia per nutrir­si o sem­pli­ce auto­di­fe­sa di fron­te a com­por­ta­men­ti ambi­gui e poten­zial­men­te peri­co­lo­si, come l’invasione del pro­prio ter­ri­to­rio da par­te di un altro ani­ma­le pre­da­to­re, qua­le l’essere uma­no è. 

Di fronte ad un uomo prostrato e indifeso, come la scena lo dipinge, l’animale semplicemente retrocede, consapevole di non avere di fronte una minaccia. 

In con­clu­sio­ne la sto­ria di Annaud, che nel 1988 rice­vet­te il plau­so del­la cri­ti­ca inter­na­zio­na­le insie­me al Pre­mio César per la miglior regia ed una nomi­na­tion agli Oscar per il miglior mon­tag­gio, rima­ne ad oggi un pic­co­lo capo­la­vo­ro del cine­ma di rife­ri­men­to, capa­ce con la real­tà e la spon­ta­nei­tà degli orsi – atto­ri di rega­la­re un’ora e mez­za di intrat­te­ni­men­to leg­ge­ro ma non bana­le, emo­zio­ni sin­ce­re ma non esa­ge­ra­te. Da vede­re, per gli aman­ti del gene­re e non. 

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Riccardo Sozzi
Da buon scien­zia­to poli­ti­co mi fac­cio sem­pre tan­te doman­de, trop­pe for­se. Scri­vo di tut­to e di più, per­ché ogni sto­ria meri­ta di esse­re rac­con­ta­ta. γνῶθι σαυτόν

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