I Rojava nell’occhio del ciclone

Ma là dove c’è il peri­co­lo, cre­sce anche ciò che salva.

F. HÖLDERLIN, Pat­mos

Introduzione

Comin­cia­mo con un po’ di sto­ria. Alla fine del pri­mo con­flit­to mon­dia­le, i vin­ci­to­ri smem­bra­ro­no il vec­chio Impe­ro Otto­ma­no e ricon­fi­gu­ra­ro­no il Medio Orien­te divi­den­do­lo negli Sta­ti che cono­scia­mo oggi. I vit­to­rio­si allea­ti occi­den­ta­li  ave­va­no pre­vi­sto nel  Trat­ta­to di Sèvres  del 1920 anche la nasci­ta di uno Sta­to cur­do. Tut­ta­via, que­sta pro­mes­sa fu annul­la­ta tre anni dopo, quan­do il  Trat­ta­to di Losan­na  fis­sò i con­fi­ni del­la moder­na Tur­chia e non pre­vi­de tale dispo­si­zio­ne, lascian­do i cur­di nel­lo sta­tus di mino­ran­za nei rispet­ti­vi pae­si: Tur­chia, Siria, Iraq e Iran. Da allo­ra, i cur­di si sono visti nega­re i dirit­ti cul­tu­ra­li e uma­ni fon­da­men­ta­li da par­te di que­sti Sta­ti, i cui regi­mi auto­ri­ta­ri non solo li han­no costan­te­men­te repres­si, ma han­no anche seda­to bru­tal­men­te le loro perio­di­che ribel­lio­ni. Ecco qual­che dato che per­met­te di ave­re una più chia­ra misu­ra del­la situa­zio­ne. Ad oggi il nume­ro di cur­di pre­sen­ti nel  sud-ove­st asia­ti­co  è sti­ma­to di qua­si 30 milio­ni, ai qua­li si aggiun­go­no i cur­di che vivo­no in Euro­pa. Essi com­pon­go­no cir­ca il 18% del­la popo­la­zio­ne in  Tur­chia; il 15–20% in Iraq; il 10% in  Iran; il 9% in  Siria e l’1,3% in  Arme­nia. Que­sto fa di loro il quar­to mag­gior grup­po etni­co in tut­to il  Medio Orien­te dopo ara­bi,  per­sia­ni e  tur­chi, ed uno dei più gran­di popo­li al mon­do anco­ra pri­vi di uni­tà nazio­na­le. Nel 2012, però avvie­ne una svol­ta, in pie­na guer­ra civi­le (Guer­ra civi­le siria­na) , in una zona di guer­ri­glia ves­sa­ta e deva­sta­ta da bom­bar­da­men­ti, vie­ne final­men­te a costi­tuir­si il Roja­va, (Siste­ma Fede­ra­le Demo­cra­ti­co del­la Siria del Nord) una regio­ne auto­no­ma de fac­to  nel nord-est del­la Siria, non uffi­cial­men­te rico­no­sciu­ta da par­te del gover­no siriano.

Confederalismo democratico

Se la resi­sten­za cur­da ci appa­re così avvin­cen­te, for­se è anche per­ché mostra chia­ra­men­te in che modo le idee pos­so­no anco­ra influen­za­re la real­tà, spin­gen­do le per­so­ne a met­te­re in gio­co la loro esi­sten­za. Abdul­lah Öca­lan, fon­da­to­re nel 1977 del Par­ti­to dei lavo­ra­to­ri del Kur­di­stan (PKK)ideo­lo­go del con­fe­de­ra­li­smo demo­cra­ti­co mes­so in atto in Roja­va, è rin­chiu­so in un car­ce­re di mas­si­ma sicu­rez­za in Tur­chia da più di vent’anni. Nei pri­mi anni Due­mi­la egli sco­pre il muni­ci­pa­li­smo liber­ta­rio di Mur­ray Boo­k­chin, uno dei fon­da­to­ri dell’ecologia socia­le, da cui è pro­fon­da­men­te influen­za­to. Secon­do l’idea por­ta­ta avan­ti negli scrit­ti di Oca­lan, i cur­di devo­no mira­re all’au­to­no­mia all’in­ter­no dei ter­ri­to­ri in cui vivo­no con l’obiettivo di demo­cra­tiz­zar­li, attuan­do un siste­ma di gover­no fon­da­to sul­la pari­tà di gene­re ed un approc­cio di svi­lup­po eco­so­ste­ni­bi­le. La demo­cra­zia imma­gi­na­ta da Öca­lan è con­ce­pi­ta come un siste­ma strut­tu­ra­to dal bas­so ver­so l’al­to, basa­to su assem­blee cit­ta­di­ne e su con­si­gli com­po­sti da dele­ga­ti sem­pre revo­ca­bi­li che assi­cu­ri, a ogni livel­lo, il cor­ret­to pro­ces­so deci­sio­na­le. All’interno di que­sto tipo di socie­tà, inol­tre, la don­na assu­me un ruo­lo asso­lu­ta­men­te cen­tra­le, come lo stes­so Oca­lan afferma:

Le solu­zio­ni a tut­ti i pro­ble­mi del Medio Orien­te dovreb­be­ro muo­ve­re dal­la con­di­zio­ne del­la don­na […]. Il ruo­lo un tem­po svol­to dal­la clas­se ope­ra­ia deve ora esse­re assun­to dal­la sorel­lan­za del­le donne. 

Öca­lan è cosi diven­ta­to il fau­to­re di una demo­cra­zia sen­za Sta­to fon­da­ta su tre pila­stri: ugua­glian­za di gene­re, eco­lo­giademo­cra­zia, tre tema­ti­che impre­scin­di­bi­li, sno­di fon­da­men­ta­li che come egli ha intui­to effi­ca­ce­men­te sono i tre pro­ble­mi fon­da­men­ta­li di quest’epoca. Nel­la visio­ne del Par­ti­to del­l’U­nio­ne Demo­cra­ti­ca cur­do, inol­tre, la socie­tà si orga­niz­za in una strut­tu­ra muni­ci­pa­le mul­ti­cul­tu­ra­le che inclu­de non solo i cur­di ma tut­ti i grup­pi pre­sen­ti sul ter­ri­to­rio. È un model­lo per una Siria fede­ra­le nel suo insie­me, ma che può fun­ge­re come spun­to fecon­do anche per mol­ti altri pae­si nel mon­do. La pro­po­sta cal­deg­gia­ta è quel­la di una nuo­va poli­ti­ca per il ven­tu­ne­si­mo seco­lo basa­ta sul supe­ra­men­to del­lo Sta­to tra­di­zio­na­le e del siste­ma capi­ta­li­sti­co occi­den­ta­le, in un’ottica alter­na­ti­va a quel­la vigen­te. In una fase sto­ri­ca come quel­la attua­le, in cui le prio­ri­tà eco­lo­gi­che e quel­le socia­li sem­bra­no esse­re entra­te in un con­flit­to ogget­ti­vo, Öca­lan e i suoi cur­di ci invi­ta­no a imma­gi­na­re una sin­te­si inno­va­ti­va. La real­tà del Roja­va si pre­sen­ta come un vali­do e valo­ro­so baluar­do in mez­zo alla tem­pe­sta, un labo­ra­to­rio di spe­ri­men­ta­zio­ne poli­ti­ca da cui mol­to si potreb­be appren­de­re. Sem­bra infat­ti che que­sta situa­zio­ne pos­sa dona­re spe­ran­za per­fi­no al futu­ro dell’occidente, una nuo­va lin­fa che vivi­fi­chi le nostre ormai avviz­zi­te demo­cra­zie. Ecco per­ché quel­la ser­ra che è il Roja­va, andreb­be cura­ta e dife­sa ad ogni costo da colo­ro che cer­ca­no di schiac­ciar­la. E qui mi rife­ri­sco soprat­tut­to ai recen­ti svi­lup­pi del­la guer­ra, in cui il gover­no tur­co di Erdo­gan ha dato ini­zio a diver­se ope­ra­zio­ni mili­ta­ri nel­la zone del can­to­ne di Afrin con­tro le For­ze Demo­cra­ti­che Siria­ne. Que­ste vio­len­te offen­si­ve, come quel­le grot­te­sca­men­te deno­mi­na­te “Ramo­scel­lo d’Ulivo” e “Sor­gen­te di Pace”, han­no come obiet­ti­vo uffi­cia­le quel­lo di impe­di­re even­tua­li infil­tra­zio­ni in ter­ri­to­rio tur­co, quan­do inve­ce si stan­no con­fi­gu­ran­do come una vera pro­pria inva­sio­ne. Tut­to ciò acca­de men­tre l’ammi­ni­stra­zio­ne Trump  ha ordi­na­to il riti­ro del­le trup­pe ame­ri­ca­ne dal­la Siria nor­do­rien­ta­le (6 otto­bre 2019), lascian­do i pro­pri allea­ti in balia degli attac­chi dell’avia­zio­ne tur­ca comin­cia­ti il 9 otto­bre del­lo stes­so anno.

Elementi e apparato

Cer­chia­mo ora di inqua­dra­re la que­stio­ne da un altro pun­to di vista par­ten­do da una meta­fo­ra: imma­gi­nia­mo di ave­re davan­ti ai nostri occhi una libre­ria, il nostro pen­sie­ro è subi­to indot­to a cre­de­re che “lo sta­re insie­me di quei libri” sia deter­mi­na­to dal­la strut­tu­ra che li con­tie­ne. Ma baste­reb­be osser­va­re con mag­gio­re atten­zio­ne per riu­sci­re a nota­re che non è la libre­ria a fare l’essenza di quei libri. Essa è solo una cor­ni­ce di quel­lo sta­re insie­me, l’esistenza di quel­lo sta­re insie­me non è deter­mi­na­to dal­la libre­ria, ma da ogni sin­go­lo libro che sta lì. Fuor di meta­fo­ra potrem­mo pen­sa­re le nostre libre­rie come a degli “appa­ra­ti” socia­li (socie­tà, nazio­ni, isti­tu­zio­ni, gover­ni). Ecco, sia­mo soli­ti con­ce­pi­re que­sti appa­ra­ti, di qual­sia­si tipo essi sia­no, come ciò che è indi­spen­sa­bi­le al fine di tene­re insie­me gli uomi­ni (sen­za una strut­tu­ra i libri non avreb­be­ro mai alcun ordi­ne), e que­sto è cor­ret­to, il pro­ble­ma del ragio­na­men­to comu­ne sta però nel con­si­de­ra­re la rela­zio­ne di uni­tà del­le par­ti come deter­mi­na­ta dall’apparato. Un altro erro­re è quel­lo di pen­sa­re all’apparato come qual­co­sa di immu­ta­bi­le ed indi­pen­den­te rispet­to ai suoi “abi­tan­ti”. L’apparato è nul­la sen­za i sin­go­li che lo com­pon­go­no, che con­ti­nua­no ad adat­tar­lo, a ripen­sar­lo, a miglio­rar­lo in base alle cir­co­stan­ze (una libre­ria smet­te di esse­re tale sen­za la pre­sen­za dei suoi libri). Sono gli indi­vi­dui l’essenza degli appa­ra­ti, men­tre que­sti ulti­mi sono solo il mez­zo attra­ver­so cui essi si orga­niz­za­no. L’apparato stes­so ini­zia a sgre­to­lar­si se le sin­go­le uni­tà non han­no coscien­za di que­sto fat­to. Non c’è strut­tu­ra sen­za ele­men­ti, come non può esser­vi una demo­cra­zia sen­za cit­ta­di­ni. Con­sa­pe­vo­lez­za è ciò che por­ta all’essere sia il sin­go­lo sia l’unità del mol­te­pli­ce; la con­sa­pe­vo­lez­za in pri­mo luo­go di se stes­si in quan­to esse­ri uma­ni crea­to­ri del siste­ma socia­le, ed in secon­do luo­go in quan­to cit­ta­di­ni con­sci del pro­prio ruo­lo all’interno dell’apparato. Allo­ra, per noi esse­ri uma­ni, se il peri­co­lo più gran­de è la guer­ra, lo svi­li­men­to e l’umiliazione dell’individuo o l’autodistruzione attra­ver­so l’annichilimento dell’ecosistema, la sal­vez­za può inve­ce con­si­ste­re in pro­ces­si di auto­con­sa­pe­vo­lez­za e di spe­ri­men­ta­zio­ne, istan­ze che si rive­la­no con mag­gio­re evi­den­za nei momen­ti di mag­gio­re dif­fi­col­tà. C’è biso­gno di spi­ri­to di cam­bia­men­to, le nostre libre­rie han­no biso­gno di esse­re ristrut­tu­ra­te per far fron­te alle que­stio­ni impel­len­ti del pre­sen­te (fem­mi­ni­smo, eco­lo­gia, demo­cra­zia), per lascia­re spa­zio a nuo­vi libri, a nuo­ve for­me di cata­lo­ga­zio­ne: a nuo­ve solu­zio­ni poli­ti­che. Ciò potrà avve­ni­re sola­men­te attra­ver­so l’iniziativa dei sin­go­li, attra­ver­so una mag­gio­re par­te­ci­pa­zio­ne con­sa­pe­vo­le e infor­ma­ta. Sem­bra impor­tan­te per­ciò ave­re bene in men­te che la respon­sa­bi­li­tà del cam­bia­men­to è nel­le nostre mani, e che il siste­ma è solo uno sche­ma di inqua­dra­men­to che rice­ve il suo pote­re d’azione sul­la real­tà attra­ver­so la dele­ga con­fe­ri­ta­gli dai cit­ta­di­ni che lo legit­ti­ma­no, ma che per­ciò può sem­pre esse­re delegittimato.

Conclusione

In un sag­gio del 1976 Mar­tin Hei­deg­ger par­lan­do del desti­no dell’umanità citò un ver­so di Hol­der­lin “Ma là dove c’è il peri­co­lo, cre­sce anche ciò che sal­va.” Nel­la sua inter­pre­ta­zio­ne del poe­ta, il filo­so­fo tede­sco espri­me­va l’idea che più si è cir­con­da­ti da una cri­si, più aumen­ta la pos­si­bi­li­tà che qual­cu­no fini­sca per ren­der­se­ne con­to, per­ché vi è espo­sto in manie­ra più vio­len­ta. L’occhio del ciclo­ne ha una pro­spet­ti­va ati­pi­ca, ine­di­ta, e for­se è per­fi­no in gra­do di scor­ge­re le cose con mag­gio­re chia­rez­za. Dun­que, atten­zio­ne quan­do gli appa­ra­ti si sgre­to­la­no, cer­to, la sen­sa­zio­ne può esse­re lo sco­ra­men­to: la vista del­le mace­rie non è mai ras­si­cu­ran­te, ma non fac­cia­mo­ci pren­de­re dal pani­co. I crol­li pos­so­no anche esse­re fun­zio­na­li. Non c’è miglior momen­to, infat­ti, per rico­strui­re di quel­lo in cui le cose sono anda­te distrut­te; spe­cial­men­te dopo aver sco­per­to che per­fi­no dove esi­ste il peri­co­lo più gran­de, davan­ti alle por­te dell’inferno in Siria, cre­sco­no silen­zio­se come l’erba le idee in gra­do di sal­va­re il mon­do.

Arti­co­lo di Ric­car­do Piccolo

Imma­gi­ne di coper­ti­na di Zerocalcare

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