Il primo re, un azzardo riuscito

Il primo re, un azzardo riuscito

Si è abi­tua­ti a per­ce­pi­re la sto­ria del­la fon­da­zio­ne di Roma come una fila­stroc­ca, una favo­la di cui si ha un noto ricor­do, chi più chi meno. 

Mat­teo Rove­re (can­di­da­to miglior regi­sta ai David di Dona­tel­lo 2020), con Il pri­mo re (can­di­da­to come miglior film), affon­da a pie­ne mani pro­prio nel pen­sie­ro comu­ne, nel­la fan­ta­sia più ori­gi­na­le, nel­la sto­ria più rea­li­sti­ca possibile. 

Ci dona un sicuro, ma allo stesso tempo azzardato capolavoro di grande tecnica e fascino.

L’azzardo sta nel­la sto­ria di Romo­lo (Ales­sio Lapi­ce) e Remo (Ales­san­dro Bor­ghi) che vie­ne ambien­ta­ta all’interno di un con­te­sto sto­ri­co e cul­tu­ra­le rigo­ro­so: sul set, infat­ti, sono pre­sen­ti non solo sce­neg­gia­to­ri e arti­sti del set­to­re, ma anche semio­lo­gi per lo stu­dio del­la lin­gua pro­to-ita­li­ca uti­liz­za­ta nei pochi dia­lo­ghi, sto­ri­ci e archeo­lo­gi al fian­co di sce­no­gra­fi e scul­to­ri chia­ma­ti per rico­strui­re i tipi­ci vil­lag­gi del Latium vetus.

La sto­ria, però, a dif­fe­ren­za del con­te­sto, non è così fede­le a quel­la ori­gi­na­ria: infat­ti la tra­ma vede i due fra­tel­li, tra­sci­na­ti ad Alba Lon­ga dopo una ter­ri­bi­le eson­da­zio­ne del Teve­re, ven­go­no fat­ti schia­vi e costret­ti a com­bat­te­re fra loro per sod­di­sfa­re la fame degli dei. Rie­sco­no a libe­rar­si insie­me a un altro grup­po di ex-pri­gio­nie­ri con i qua­li fuggono. 

In un gioco tra vita e morte, fato e libero arbitrio, Romolo e Remo si proteggeranno l’un l’altro, senza però fare i conti con i dissidi interiori di entrambi. 

L’imponente pro­du­zio­ne di due anni, il suo ele­va­to ma neces­sa­rio costo (9 milio­ni di euro il bud­get), l’accuratezza nei det­ta­gli visi­vi, la luce e le ambien­ta­zio­ni natu­ra­li, il for­ma­to ana­mor­fi­co e l’incredibile reci­ta­zio­ne di ognu­no dei pro­ta­go­ni­sti, ren­do­no il film un’importante testi­mo­nian­za cine­ma­to­gra­fi­ca del nostro pae­se: poche vol­te si è osa­to così tan­to negli ulti­mi anni. 

Mat­teo Rove­re però ci cre­de, come ci cre­do­no anche la pro­du­zio­ne ita­lo-bel­ga e l’unica star cono­sciu­ta, Ales­san­dro Bor­ghi (can­di­da­to ai David come miglior atto­re), al qua­le vie­ne affi­da­to un ruo­lo mol­to com­pli­ca­to, ma che già ave­va dato pro­va di se stes­so in Sul­la mia pel­le di Ales­sio Cremonini. 

Il pri­mo re è il cine­ma ita­lia­no che vuo­le usci­re dall’asfissiante mer­ca­to del­la com­me­dia clas­si­ca e dal noir alla Savia­no, una pel­li­co­la che pro­va la gran­de eccel­len­za nazio­na­le. Non a caso Rove­re si è por­ta­to die­tro una squa­dra di veri mae­stri: Danie­le Ciprì alla foto­gra­fia deci­de di uti­liz­za­re solo luce natu­ra­le, allun­gan­do così il pro­ces­so di post-pro­du­zio­ne il qua­le arri­va a dura­re ben 14 mesi, riu­scen­do però a garan­ti­re un risul­ta­to dram­ma­ti­ca­men­te rea­le ed evocativo. 

Un altro nome degno di nota è Andrea Far­ri, le cui musi­che si adat­ta­no alle fre­ne­ti­che sce­ne di com­bat­ti­men­to fino alle sequen­ze sacra­li dei riti reli­gio­si, ai qua­li con­ce­de un tat­to uni­co e realistico.

Il film sof­fre, tut­ta­via, di un’epoca in cui la spe­ri­men­ta­zio­ne tec­no­lo­gi­ca fa gola ai regi­sti, soprat­tut­to se anco­ra gio­va­ni come Mat­teo Rove­re: i voli con il dro­ne sono spes­so men­da­ci, trop­po stra­nian­ti; in que­sto modo il pro­ces­so di imme­de­si­ma­zio­ne, tan­to caro al regi­sta roma­no, si per­de mise­ra­men­te e sci­vo­la nel­la con­ce­zio­ne del kolos­sal americano. 

Sicu­ra­men­te i movi­men­ti di came­ra, otte­nu­ti tra­mi­te la vista a volo d’uccello, con­sen­to­no un mag­gior vir­tuo­si­smo, ma il prin­ci­pio del film sta tut­to nel rac­con­ta­re la clau­stro­fo­bia gene­ra­le di un mon­do sco­no­sciu­to: il miste­rio­so eso­do ver­so una ter­ra anco­ra ine­splo­ra­ta dovreb­be esse­re visto all’altezza dei pro­ta­go­ni­sti, e non a quel­la di un’entità para­go­na­bi­le a un nar­ra­to­re onnisciente.

Fin da subi­to si deci­de di mostra­re la divi­sio­ne tra i due fra­tel­li: Romo­lo è il fede­le ser­vi­to­re degli dei, reci­ta la stes­sa pre­ghie­ra del­la vesta­le, più che di for­za è nutri­to dall’inesorabile con­sa­pe­vo­lez­za che è il desti­no a segna­re il per­cor­so di un uomo; Remo è inve­ce il vio­len­to, liber­ti­ci­da, ira­con­do, otti­mo con­dot­tie­ro e infe­de­le sfi­dan­te divino. 

Tra i due estremi ci sono le due personalità, in mezzo c’è la questione filosofica senza tempo del destino contro il libero arbitrio.

Il viag­gio nel­la fore­sta rap­pre­sen­ta non solo la ricer­ca del­la ter­ra pro­mes­sa, ma è anche il cam­po da gio­co in cui si sce­glie chi ne usci­rà vit­to­rio­so: si met­to­no le car­te in tavo­la per la scel­ta del futu­ro re di Roma. 

Quel­la che è un’opera affa­sci­nan­te, una fia­ba pre­sa dal­la mito­lo­gia roma­na, rina­sce in un film che uni­sce il fan­ta­sti­co allo sto­ri­co. La sto­ria di Romo­lo e Remo è rivi­si­ta­ta in chia­ve dram­ma­ti­ca, reli­gio­sa, filo­so­fi­ca, ma all’interno tro­via­mo anche un’opera pop, fre­sca ed ener­gi­ca, un po’ sul­la scia di Game of Thro­nes o di Vikings. 

Il pri­mo re sem­bra­va un azzar­do, la pro­du­zio­ne è sta­ta uno sfor­zo imma­ne, ma è un film riu­sci­to che rap­pre­sen­ta per­fet­ta­men­te l’inizio del­la nostra civil­tà. Con poco più di una man­cia­ta di pove­ri con­ta­di­ni al pro­prio segui­to, Romo­lo lan­cia il suo gri­do di bat­ta­glia dichia­ran­do guer­ra a chiun­que sol­chi la pro­pria ter­ra ingiu­sta­men­te: la fon­da­zio­ne di Roma par­te da qui, e come sap­pia­mo, il resto è sto­ria.

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Andrea Marcianò
Clas­se ’99, nato sul Lago di Como, stu­den­te in scien­ze del­la comu­ni­ca­zio­ne, aman­te di cine­ma e tele­vi­sio­ne. Mi pia­ce osser­va­re il mon­do dal­l’e­ster­no come uno spettatore.

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