Il ritorno di Elena Ferrante

Il ritorno di Elena Ferrante (credit: Libreriamo)

In una Napo­li a caval­lo tra gli anni Ottan­ta e Novan­ta è ambien­ta­to il nuo­vo roman­zo di Ele­na Fer­ran­te, edi­to da Edi­zio­ni E/O nel novem­bre del 2019. La vita bugiar­da degli adul­ti met­te in sce­na una dimen­sio­ne simi­le a quel­la a cui la Fer­ran­te ci ave­va abi­tua­to con i quat­tro capi­to­li de L’amica genia­le, ma rove­scia­ta, dove l’autrice, dopo esse­re entra­ta nel­la vita del rio­ne abban­do­na­to a se stes­so di Ele­na e Lila, veste i pan­ni di una gio­va­ne ragaz­za di buo­na fami­glia.

Tut­ta­via, lo sguar­do ver­so il mon­do degli ulti­mi, a cui così eccel­len­te­men­te la Fer­ran­te ave­va dato voce nel­la sua ope­ra pre­ce­den­te, tro­va spa­zio anche in que­sto ulti­mo roman­zo attra­ver­so il rap­por­to che la pro­ta­go­ni­sta, Gio­van­na, col­ti­va con gli altri per­so­nag­gi, rap­pre­sen­tan­ti di una Napo­li meno fortunata. 

Il desi­de­rio di eva­sio­ne, di cer­ca­re altro­ve un futu­ro che nel­la loro cit­tà sem­bra nega­to, veste il vol­to di tre ragaz­zi, Toni­no, Giu­lia­na e Cor­ra­do, i qua­li ten­ta­no di ribel­lar­si come pos­so­no alle loro radi­ci, chi scap­pan­do in una cit­tà del Nord, chi aggrap­pan­do­si con tut­te le pro­prie for­ze ad un amo­re che pro­met­te un avve­ni­re miglio­re. C’è anche chi, inve­ce, si ras­se­gna sem­pli­ce­men­te ma non sen­za ram­ma­ri­co alla pro­pria cit­tà, che per­ce­pi­sce come una nemi­ca, come una pri­gio­ne dal­la qua­le sen­te di non poter scappare.

 A scon­trar­si con que­sta oscu­ra con­ce­zio­ne del­la bel­la cit­tà par­te­no­pea, c’è il mon­do di Ange­la e Ida, figlie di una facol­to­sa fami­glia di pro­fes­so­ri uni­ver­si­ta­ri, ami­che di Gio­van­na fin dall’infanzia. Ric­che, col­te, libe­re di poter gesti­re i loro inte­res­si, le due ragaz­ze e la loro fami­glia sono il ritrat­to dell’altra fac­cia di Napo­li, quel­la che lascia spa­zio ad una vita sere­na e cari­ca di bei sogni. 

Almeno finché le loro esistenze, insieme a quella di Giovanna, non vengono travolte da quella vita bugiarda degli adulti alla quale loro stesse sono costrette a prendere precocemente parte. 

Ed è pro­prio que­sto uno degli aspet­ti che sem­bra voler sot­to­li­nea­re il roman­zo: una fon­da­men­ta­le con­ti­nui­tà tra due fac­ce così diver­se del­la socie­tà, che, pur nel­la dif­fe­ren­za eco­no­mi­ca e soprat­tut­to cul­tu­ra­le, con­di­vi­do­no dolo­ri, infe­li­ci­tà, pre­oc­cu­pa­zio­ni e sen­so di smar­ri­men­to in un mon­do che appa­re estra­neo. Ecco dun­que che il nuo­vo roman­zo di Ele­na Fer­ran­te rie­sce a rivol­ger­si ad un’ampia pla­tea di let­to­ri tra­mi­te la rap­pre­sen­ta­zio­ne di dram­mi fami­lia­ri, amo­ri impos­si­bi­li, com­pli­ca­ti rap­por­ti con il mon­do sco­la­sti­co e ancor più com­pli­ca­te rela­zio­ni con l’universo degli adulti.

La vita bugiar­da degli adul­ti cata­pul­ta il let­to­re nel mon­do di un’adolescente in lot­ta pri­ma di tut­to con­tro se stes­sa e, come era avve­nu­to alme­no ini­zial­men­te per Lenù ne L’amica genia­le, il cam­po di bat­ta­glia pre­scel­to è lo spec­chio. Uno spec­chio sen­za pie­tà che riman­da a Gio­van­na un cor­po con trop­pe cur­ve e un viso imper­fet­to che asso­mi­glia peri­co­lo­sa­men­te a quel­lo di Vit­to­ria, sua zia pater­na e fan­ta­sma ter­ri­fi­can­te del­la sua infan­zia. Pri­ma che lei nasces­se, infat­ti, i rap­por­ti tra Vit­to­ria e suo padre si era­no gua­sta­ti fino ad estin­guer­si, e la pic­co­la Gio­van­na era cre­sciu­ta con l’immagine di sua zia come un mostro grez­zo e igno­ran­te dal qua­le era neces­sa­rio tene­re le distanze. 

Basta poco però, una paro­la di trop­po, per riac­cen­de­re in Gio­van­na la volon­tà di cono­sce­re quel­la don­na miste­rio­sa, che nel cor­so del roman­zo, seb­be­ne man­te­nen­do un ruo­lo ambi­guo, diven­ta un pre­zio­so pon­te tra Gio­van­na e il mon­do adul­to, un mar­tel­lo che rom­pe la cam­pa­na di vetro den­tro la qua­le i suoi geni­to­ri l’avevano posta. Impos­si­bi­le non scor­ge­re nel­la figu­ra di Vit­to­ria la for­za dirom­pen­te che ave­va eser­ci­ta­to Lila nel­la vita del­la bra­va e dili­gen­te Ele­na Greco. 

Ma le similitudini con i quattro capitoli de L’amica geniale, che pur ci sono, non riducono il romanzo ad una semplice mescolanza di schemi già letti. 

Si trat­ta, al con­tra­rio, di una sto­ria ado­le­scen­zia­le avvin­cen­te, che alter­na inte­res­san­ti momen­ti di ana­li­si per­so­na­le a ritrat­ti di vita quo­ti­dia­na. L’atmosfera ten­den­zial­men­te infe­li­ce che domi­na il rac­con­to, ali­men­ta­ta dai diver­si momen­ti nega­ti­vi che stra­vol­go­no la vita di Gio­van­na, non appe­san­ti­sce il roman­zo, ma per­met­te una serie di spun­ti di rifles­sio­ne che si aggan­cia­no per­fet­ta­men­te anche alla nostra realtà. 

L’unico neo in un’opera cer­ta­men­te ben fat­ta è il fina­le, che si pre­sen­ta come un capi­tom­bo­lo nell’evoluzione per­so­na­le del­la pro­ta­go­ni­sta. Pro­prio quan­do sem­bra­va che Gio­van­na potes­se libe­rar­si di quel cari­co di insi­cu­rez­ze e tri­stez­za che l’aveva appe­san­ti­ta nel cor­so di tut­ta la sua ado­le­scen­za, la Fer­ran­te la costrin­ge ad uno squal­li­do epi­lo­go che non ren­de giu­sti­zia alla com­ples­si­tà e all’intelligenza del personaggio.

In una man­cia­ta di pagi­ne Gio­van­na diven­ta un’estranea, ceden­do a del­le pul­sio­ni che non rispec­chia­no lo spes­so­re mora­le e psi­co­lo­gi­co che ave­va dimo­stra­to duran­te il resto del­la vicen­da. Sem­bra qua­si che l’autrice abbia avu­to fret­ta di con­clu­de­re la sto­ria, con­se­gnan­do alla medio­cri­tà la sua pro­ta­go­ni­sta e gua­stan­do un roman­zo che altri­men­ti sareb­be sta­to pro­mos­so a pie­ni voti.

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Beatrice Balbinot
Mi chia­mo Bea­tri­ce, ma pre­fe­ri­sco Bea. Amo scri­ve­re, dire la mia, ave­re ragio­ne e man­gia­re tan­ti macarons.

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