L’ombra della mente: la personalità

l'ombra della mente: la personalità

Il tentativo di questa rubrica è quello di essere utile per chiunque riconoscesse in sé o in qualcuno di vicino una forma di malessere. La sensibilizzazione è importante nel momento della comprensione e dell’azione, in quanto spinge alle opportune cure mirate.


La per­so­na­li­tà è un nucleo teo­ri­co attor­no al qua­le ruo­ta­no diver­se con­cet­tua­liz­za­zio­ni: si ten­te­rà qui di affron­tar­la nel suo per­cor­so, per cer­ca­re di com­pren­de­re l’in­ne­sto di ogni com­pro­mis­sio­ne psicopatologica. 

Topos di insi­die e al con­tem­po di mera­vi­glie, la per­so­na­li­tà rac­chiu­de l’in­sie­me del­le carat­te­ri­sti­che psi­chi­che, che van­no dal­la memo­ria alla volon­tà, e solo di con­se­guen­za gli aspet­ti com­por­ta­men­ta­li. Eppu­re non pos­sia­mo rite­ner­la costan­te ed esen­te dal­l’am­bien­te in cui ope­ra e agi­sce, per­tan­to va comun­que inse­ri­ta in un con­te­sto spazio-temporale. 

Ador­no sot­to­li­nea par­ti­co­lar­men­te l’a­spet­to flui­do del­la per­so­na­li­tà all’in­ter­no del suo scrit­to La per­so­na­li­tà auto­ri­ta­ria del 1949, nel qua­le sot­to­li­nea come la per­so­na­li­tà sia con­di­zio­na­ta dal­l’ambien­te socia­le e non pos­sa mai esse­re sepa­ra­ta da que­sto; al con­tem­po le for­ze del­la per­so­na­li­tà non coin­ci­de­reb­be­ro con il com­por­ta­men­to in quan­to solo dispo­si­zio­ni alla rispo­sta. Que­ste varia­no da indi­vi­duo a indi­vi­duo, a secon­da del­le com­bi­na­zio­ni di biso­gni e dispo­si­zio­ne alle risposte. 

Le sfumature che costituiscono questi aspetti rendono ciascuno fonte inesauribile di originalità e unicità. 

Lo stes­so indi­vi­duo non sareb­be mai repli­ca­bi­le pro­prio nel momen­to in cui que­sto richie­de­reb­be la pre­sen­za di uno stes­so back­ground ner­vo­so e ambientale. 

A par­ti­re infat­ti dai pri­mi tre anni di età, attra­ver­so le pri­me for­me di attac­ca­men­to, l’in­fan­te svi­lup­pa quel­la che sarà la sua moda­li­tà affet­ti­va: è sta­to rile­va­to che la pre­sen­za di trau­mi in que­sta fascia di etá deter­mi­ni l’in­sor­ge­re di distur­bi di per­so­na­li­tà tipi­ci del clu­ster B. 

La teoria dell’attaccamento, teorizzata principalmente da Bowlby, è ad oggi fondamentale per gli studiosi di psicologia dello sviluppo. 

Secon­do lo stu­dio­so lon­di­ne­se esi­sto­no quat­tro sti­li di attac­ca­men­to, davan­ti a una sepa­ra­zio­ne dal geni­to­re: lo sti­le sicu­ro, quel­lo insi­cu­ro-evi­tan­te, ansio­so-ambi­va­len­te e infi­ne quel­lo disor­ga­niz­za­to. Il pri­mo si fida e si fa sup­por­ta­re dal­la figu­ra di attac­ca­men­to. Il secon­do è con­vin­to che ver­rà respin­to di fron­te a una pro­pria richie­sta di aiu­to. Il ter­zo non ha la cer­tez­za di un’e­ven­tua­le dispo­ni­bi­li­tà di aiu­to. Infi­ne, il disor­ga­niz­za­to è il bam­bi­no che vive la sepa­ra­zio­ne in manie­ra ecla­tan­te e ste­reo­ti­pa­ta e non c’è via di riappacificazione. 

In una secon­da fase del­la cre­sci­ta, in età sco­la­re, si assi­ste alla spe­ri­men­ta­zio­ne, attra­ver­so la qua­le il bam­bi­no appren­de, tra­mi­te pro­ve ed erro­ri, quel­le che sono le sue espe­rien­ze di vita. Inol­tre, nel momen­to in cui i pri­mi “no” emer­go­no da par­te dei geni­to­ri il bam­bi­no ini­zia a con­ce­pi­re ciò che è giu­sto e ciò che è sba­glia­to, con­cet­to che ver­rà più vol­te visto e rivi­sto nel cor­so del­la sua inte­ra esistenza. 

A que­sto pun­to occor­re inse­ri­re una rifles­sio­ne dal colo­ri­to freu­dia­no in meri­to all’istan­za geni­to­ria­le, quin­di superegoica. 

Secondo il padre della psicanalisi, l’ultima meta di sviluppo raggiunta è proprio quella del super io.

Se in un pri­mo luo­go svi­lup­pia­mo l’Es, come istan­za pri­mi­ti­va e pul­sio­na­le, l’Io come istan­za razio­na­le e median­te, il Super-io è la mora­li­tà, la voce del retag­gio cul­tu­ra­le-geni­to­ra­le che par­la in noi. 

Pian pia­no infat­ti, il bam­bi­no cre­sce fino a diven­ta­re un pre-ado­le­scen­te, sem­pre più in con­flit­to con la dimen­sio­ne adul­ta. È in que­sta dimen­sio­ne che si van­no a rive­de­re le pre­ro­ga­ti­ve mora­li, ma non è anco­ra pos­si­bi­le far dive­ni­re la mora­le un’e­ti­ca, pro­prio per­ché la puber­tà è un’e­tà complessa. 

L’a­do­le­scen­za infat­ti è l’e­po­ca del cam­bia­men­to, ma è un cam­bia­men­to desti­na­to a fal­li­re: si ten­ta di com­pia­ce­re un’im­ma­gi­ne che si pen­sa di voler ave­re di sè, per­chè non si ha anco­ra in men­te cosa si desi­de­ra real­men­te essere. 

Il pas­sag­gio all’e­tà adul­ta è il più cri­ti­co, in quan­to la per­so­na­li­tà si è asse­sta­ta e l’al­tro è tor­na­to ad ave­re un ruo­lo pre­pon­de­ran­te all’in­ter­no del­la rela­zio­ne con il mon­do: si trat­ta di un gesti­re un indi­vi­duo con un indi­vi­duo, non più del for­mar­si come tale. E non solo: si trat­ta di rea­liz­za­zio­ne non più di biso­gni, ma di “meta­bi­so­gni”, come direb­be Maslow. 

Per la vera rea­liz­za­zio­ne di un’au­to­sti­ma sareb­be neces­sa­rio, secon­do lo stu­dio­so, arri­va­re a una gerar­chia secon­do la qua­le, una vol­ta sod­di­sfat­ti i biso­gni pri­ma­ri, si arri­vi a uno sta­dio di sicu­rez­za, per poi giun­ge­re a uno di appar­ten­za, fino all’auto­sti­ma e alla auto­rea­liz­za­zio­ne.

In teoria, solamente attraverso l’autorealizzazione la personalità si sarebbe assestata. 

Eppu­re, con il ter­mi­ne asse­sta­ta, di cer­to non si vuo­le inten­de­re immo­bi­le: la per­so­na­li­tà con­ti­nua a muta­re attra­ver­so un con­ti­nuo dia­lo­go con se stes­so e con l’al­tro. Nel 1954, Abra­ham Maslow infat­ti ha descrit­to l’autorealizzazione in modo mol­to dif­fe­ren­te, ossia come il biso­gno di diven­ta­re sem­pre più quel­lo che si è, in un pro­ces­so di γνῶθι σαυτόν per­pe­tuo, che non vede fine se non nel pro­ces­so stesso. 

Per quan­to tu pos­sa cam­mi­na­re, e nep­pu­re per­cor­ren­do inte­ra la via, tu mai potre­sti tro­va­re i con­fi­ni dell’anima: così pro­fon­da è la sua essenza

Era­cli­to

Arti­co­lo di Chia­ra D’Ambrosio

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