Marina e Ulay, un amore divenuto arte

Marina e Ulay, un amore divenuto arte

Ci sono sto­rie abban­do­na­te, sto­rie da incon­tra­re, sto­rie vis­su­te e sto­rie da rac­con­ta­re. Ci sono sto­rie che si dimen­ti­ca­no ed altre che han­no il pote­re di vive­re per sem­pre nei ricor­di di qual­cu­no. Per una di que­ste sto­rie, è bene par­ti­re dall’epilogo: una fine che ha avu­to la straor­di­na­ria for­za di con­sa­cra­re un ini­zio che dura tutt’ora. Que­sta è la sto­ria di 21.196.180 m, 22.000.000 pas­si. La lun­ghez­za del­la Mura­glia Cine­se, una lun­ghez­za che affon­da le sue radi­ci in un tem­po mol­to anti­co. Ma è anche la lun­ghez­za di un amo­re, dirom­pen­te e straor­di­na­rio, un amo­re che, distrug­gen­do ogni sen­so del tem­po, è diven­ta­to arte. Que­sta è la sto­ria infi­ni­ta di Mari­na e Ulay.

Mari­na Abra­mo­vic e Frank Uwe Lay­sie­pen nasco­no entram­bi il 30 novem­bre, a 1500 km di distan­za, ma in anni diver­si: lui nel 1943, figlio di un gerar­ca nazi­sta; lei nel 1946 a Bel­gra­do, da geni­to­ri par­ti­gia­ni. Si cono­sco­no ad Amster­dam immer­si tra l’arte e la vita del­la Gal­le­ria de Appel. Era il 1976. Lei era una gio­va­ne arti­sta, lui un ex inge­gne­re con la voca­zio­ne per l’arte.

Ini­zia­no così la loro vita insie­me, una vita vota­ta all’arte, come un lun­go omag­gio al luo­go del loro pri­mo incon­tro. Si trat­ta del perio­do più bel­lo del­le loro vite, fat­to di viag­gi per l’Europa e del loro “movi­men­to per­ma­nen­te”, come lo chia­me­ran­no più tar­di. Muni­ti nient’altro che di idee, sogni e di un cam­per che è per loro casa, stu­dio ed uni­co mez­zo di tra­spor­to, vivo­no sen­za sol­di, cibo, né acqua corrente. 

Da questa esperienza nasce il sentimento del loro manifesto artistico: nessuna regola, nessun limite, nessuna replica. 

L’arte è viva. L’arte è vita e il suo obiet­ti­vo deve esse­re quel­lo di esplo­ra­re i limi­ti uma­ni: la vul­ne­ra­bi­li­tà del­la for­za dell’uomo. Il con­cet­to di arte diven­ta così ine­vi­ta­bil­men­te vivo. Diven­ta­no arte le urla fino allo sve­ni­men­to e i capel­li intrec­cia­ti. Per­for­man­ce che, come funam­bo­li incu­ran­ti e sel­vag­gi, bal­la­no sul­le pun­te lun­go fili che deli­mi­ta­no la pos­si­bi­li­tà del­le nostre azioni. 

Ecco che quin­di i loro nomi diven­ta­no sino­ni­mi di Per­for­man­ce Art, quel movi­men­to arti­sti­co che ritro­va le sue ori­gi­ni tra i tavo­li­ni dei loca­li euro­pei di ini­zio ‘900 dove atto­ri, pit­to­ri e poe­ti del­la vita bohé­mien chie­de­va­no di poter­si espri­me­re libe­ra­men­te. In par­ti­co­la­re, è il Caba­ret Vol­tai­re di Zuri­go il luo­go dove si ritro­va­no le ori­gi­ni dell’arte per­for­ma­ti­va, e che diven­ta la casa di esi­bi­zio­ni che distrug­go­no ogni cano­ne del­la tra­di­zio­ne arti­sti­ca, affer­man­do­si come una pro­vo­ca­zio­ne irri­pe­ti­bi­le. Solo negli anni ’70, tut­ta­via, vie­ne rico­no­sciu­to uffi­cial­men­te come movi­men­to arti­sti­co e, a con­sa­crar­lo, sono pro­prio Mari­na e Ulay, la cop­pia d’arte.  

Brea­thing in /Breathing out è uno di que­sti fili su cui la cop­pia dan­za sfi­dan­do la stes­sa natu­ra uma­na. Mari­na e Ulay, infat­ti, ser­ra­no le loro boc­che l’una con l’altra, tap­pan­do­si le nari­ci con fil­tri di siga­ret­te, e respi­ra­no l’aria espul­sa dall’altro per 17 lun­ghi minu­ti, fino a quan­do cado­no a ter­ra, avve­le­na­ti dall’anidride car­bo­ni­ca emes­sa dall’altro. Vin­ci­to­ri e vin­ti allo stes­so tempo. 

Nel 1977 è la vol­ta di Impon­de­ra­bi­lia, l’esibizione cui dan­no vita all’ingresso del­la Gal­le­ria d’Arte Moder­na di Bolo­gna. I due arti­sti si posi­zio­na­no l’uno di fron­te all’altra all’ingresso del­la Gal­le­ria, com­ple­ta­men­te nudi, costrin­gen­do il pub­bli­co a pas­sa­re tra i loro cor­pi. Ulay spie­gò così il sen­so dell’azione: «Que­sto è il gio­co di Impon­de­ra­bi­lia: in un secon­do devi pren­de­re una deci­sio­ne, anco­ra pri­ma di poter com­pren­de­re per­ché». Dopo cir­ca un’ora dall’inizio del­la per­for­man­ce, la poli­zia fece irru­zio­ne e inter­rup­pe l’evento. Rite­nu­ta osce­na per la nudi­tà dei loro cor­pi, la per­for­man­ce fu defi­ni­ta «auda­ce e intel­li­gen­te» dal­la cri­ti­ca, men­tre nel­le loro men­ti essa costi­tui­va una lot­ta con­tro la ver­go­gna e il pudo­re sociale.

Ma è con Rest Ener­gy che Ulay e Mari­na cer­ca­no di dimo­stra­re che la for­za del­la loro arte, e quin­di del loro amo­re, sta nel viver­lo fino all’estremo per arri­va­re alle emo­zio­ni più pro­fon­de del­la sen­si­bi­li­tà uma­na. Il gesto è sem­pli­ce e disar­man­te: lui ten­de un arco e lei vi si aggrap­pa. Il bari­cen­tro di entram­bi si annul­la e a tener­li in pie­di è la sola resi­sten­za dell’arma che li uni­sce e li sepa­ra allo stes­so tem­po. Incoc­ca­ta c’è una frec­cia, vera, affi­la­ta, che pun­ta al cuo­re di lei, i cui bat­ti­ti ven­go­no regi­stra­ti con un micro­fo­no: bat­ti­ti di vita, di adre­na­li­na, stan­chez­za ed ecci­ta­zio­ne. Un cedi­men­to e lei potreb­be mori­re. La per­for­man­ce dura quat­tro minu­ti, infi­ni­ti per lei, che rischia la vita, ed inter­mi­na­bi­li per lui, che potreb­be ucciderla. 

L’arte è una metafora estrema: l’amore è un’arma nelle mani di entrambi.

Lavo­ra­no insie­me per dodi­ci anni, pri­ma di giun­ge­re a per­cor­re­re a pie­di quei 22.000.000 pas­si mira­co­lo­si e dis­sa­cran­ti. Pas­si in cui con­sa­cra­no il loro amo­re per­cor­ren­do a pie­di l’intera Mura­glia Cine­se. Un’ultima eter­na pas­seg­gia­ta di 90 gior­ni ver­so la pro­pria metà, pri­ma di abban­do­nar­la per sem­pre. L’incontro, deci­se­ro, sareb­be avve­nu­to a metà stra­da: a metà, come quel­lo che era­no sta­ti in vita pri­ma di incon­tra­re l’altro diven­tan­do final­men­te uni­tà, per vive­re veramente.

I due arti­sti rie­sco­no così a ren­de­re la loro sepa­ra­zio­ne il loro ulti­mo gran­de capo­la­vo­ro, The Lovers: The Great Wall Walk. Quest’opera segna la fine di un amo­re che ha cer­ca­to di ren­der­si libe­ro in tut­ti i modi con­ces­si alle poten­zia­li­tà uma­ne; è la fine di un amo­re tan­to inti­mo che gra­zie alla sua pro­fon­di­tà è riu­sci­to a ren­der­si uni­ver­sa­le e con­di­vi­so con il mon­do intero.

Per ven­ti­tré anni non si con­tat­ta­no più, né di per­so­na, né per let­te­ra, né a due capi del tele­fo­no. Tale silen­zio dura fino alla per­for­man­ce The arti­st is pre­sent, orga­niz­za­ta da Mari­na al Moma di New York nel 2010. L’esibizione costrin­ge la don­na a rima­ne­re sedu­ta per 7 ore al gior­no davan­ti a una sedia vuo­ta dove per due minu­ti cia­scun visi­ta­to­re si può sede­re per guar­da­re in silen­zio l’artista. Ed è pro­prio quel­la sedia vuo­ta che diven­ta il luo­go di ricon­giun­gi­men­to dei due aman­ti.

Lei ha gli occhi chiu­si. Quan­do li ria­pre c’è lui: Ulay. Non appe­na lo vede comin­cia a pian­ge­re, lacri­me silen­zio­se le incre­spa­no un sor­ri­so. Non può muo­ver­si. Distrug­ge­reb­be l’esibizione. Sono di nuo­vo uno di fron­te all’altro. Il pub­bli­co applau­de. Ma loro non sen­to­no. Sono per­si uno negli occhi dell’altro, si stan­no toc­can­do. Pas­sa­no due minu­ti. Lui se ne va e lei richiu­de gli occhi. 

Così que­sta è la sto­ria dei più libe­ri degli spi­ri­ti, pro­vo­ca­to­ri e sogna­to­ri inar­re­sta­bi­li; due ani­mi affi­ni che han­no avu­to la for­tu­na di incon­trar­si, d’amarsi, di sogna­re il futu­ro e di met­ter­lo in atto, rivo­lu­zio­nan­do­lo con la loro indo­ma­bi­le e incon­tra­sta­bi­le pas­sio­ne, riu­scen­do a mostra­re la real­tà non per quel­la che è ma per quel­la che potreb­be infi­ni­ta­men­te esse­re. E in que­ste infi­ni­te pos­si­bi­li­tà, inda­gan­do la pro­fon­di­tà degli istan­ti e dell’agire uma­no, si sono sacri­fi­ca­ti e sono mor­ti l’uno negli occhi dell’altra. Cosa è suc­ces­so poi? È suc­ces­sa l’arte.

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Giulia Ghirardi
Scri­vo quel­lo che non rie­sco a dire a paro­le. Amo cam­mi­na­re sot­to la piog­gia, i tuli­pa­ni ed esse­re sor­pre­sa. Sono attrat­ta da chi ha qual­co­sa da dire, dal­l’ar­te e dal­le emo­zio­ni fuo­ri luo­go. Sogno di vede­re il mon­do e di fare del­la mia vita un capolavoro.

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