Spilli di luce: cos’è la mindfulness

Spilli di luce: cos'è la mindfulness

La rubrica cambia nome. Le ombre della mente lasciano posto a spilli di luce che si instaurano sullo sfondo di questo panorama. Questi spilli sono i progressi che la psicologia ha attuato nel corso degli anni. 

Sono il contributo che ogni giorno le parole di un terapeuta vanno a dare a coloro che stanno soffrendo una particolare condizione di malessere. 

Sono quegli attimi di realizzazione in cui il nostro meccanismo ci appare chiaro, evidente, manifesto. 

Sono meta di arrivo che si sposta sempre più in avanti, perché il processo di conoscenza di sé è sempre inesauribile, ma anche carico di pienezza. 

Per questo la rubrica cambia nome, perché ci deve essere spazio affinché la psicologia sia una risoluzione luminosa, non solo un’indagine degli spazi buii. 


Oggi si trat­te­rà la min­d­ful­ness, ma occor­re chia­ri­re cosa sia e soprat­tut­to cosa non sia. La min­d­ful­ness non è alcu­na for­ma di misti­ci­smo, anzi: è una for­ma di ricon­tat­to con il pre­sen­te, con il qui e ora. 

Min­d­ful­ness è la tra­du­zio­ne in ingle­se del­la paro­la “Sati” che nel­la lin­gua Pali, lin­gua litur­gi­ca del Bud­d­hi­smo, si rife­ri­sce all’espressione “atten­zio­ne con­sa­pe­vo­le”. In par­ti­co­la­re, il modo in cui si pone l’at­ten­zio­ne ver­so il sé in que­sta pra­ti­ca è in una manie­ra non giu­di­can­te: non è un eser­ci­zio cri­ti­co, non è una confessione. 

Uno dei prin­ci­pi car­di­ne del­la min­d­ful­ness è appun­to quel­lo del­l’osser­va­zio­ne e del­la com­pren­sio­ne. Com­pren­sio­ne che pre­ve­de non una cer­vel­lo­ti­ca teo­ria sul­le infi­ni­te cau­se e pos­si­bi­li­tà di un com­por­ta­men­to, quan­to piut­to­sto un eser­ci­zio luci­do che con­si­de­ri gli ele­men­ti come dati di real­tà più vici­ni a noi stes­si.

Un secon­do prin­ci­pio è la pazien­za, que­stio­ne insor­mon­ta­bi­le nel­la socie­tà del con­ti­nuo ricam­bio, nel­la qua­le sia­mo abi­tua­ti a otte­ne­re tut­to imme­dia­ta­men­te. Eppu­re è uno dei prin­ci­pi fon­da­men­ta­li, che si appren­de pro­gres­si­va­men­te, pro­prio in vir­tù del fat­to che la medi­ta­zio­ne min­d­ful­ness richie­da pazien­za e dedizione. 

Il ter­zo prin­ci­pio pre­ve­de l’assun­zio­ne di uno sguar­do infan­ti­le, che pos­sa coglie­re i colo­ri pri­mi del mon­do, con la curio­si­tà e la spon­ta­nei­tà tipi­ca. Il quar­to prin­ci­pio impli­ca la fidu­cia in se stes­si, nel fat­to che si riu­sci­rà ad appren­de­re ciò che si vuo­le appren­de­re con la dovu­ta pazien­za, all’in­ter­no del per­cor­so che vale la pena svol­ge­re per­ché lo si merita. 

Eppu­re il quin­to prin­ci­pio sta­bi­li­sce che que­sti risul­ta­ti non deb­ba­no esse­re cer­ca­ti, quan­to piut­to­sto solo spe­ra­ti: la men­te deve esse­re sem­pre rivol­ta all’ot­ti­mo pre­sen­te e non al futu­ro immi­nen­te. Il pen­sie­ro è foca­liz­za­to total­men­te su ciò che è, non su ciò che si avrà o su ciò che sarà, il per­cor­so è la bel­lez­za del­la vista e non la cima stes­sa.

Infi­ne l’accet­ta­zio­ne, e poi il lascia­re anda­re, sono gli ulti­mi pila­stri del­la min­d­ful­ness: una vol­ta che si è appre­so la natu­ra del­le pro­prie emo­zio­ni ecco che si è pron­ti a lasciar­le anda­re nei ter­mi­ni in cui que­ste sono così come sono in que­sto dato, pre­ci­so, istan­te. Le si accet­ta e si con­ti­nua con il pro­ces­so di com­pren­sio­ne, di cono­scen­za e di voler bene a quel­lo che si prova. 

Ma come si note­rà, min­d­ful­ness non è nem­me­no un’as­sen­za di pen­sie­ri e quan­to meno una tec­ni­ca di rilas­sa­men­to, per il qua­le si dovrà fare rife­ri­men­to, in una per­fet­ta com­bo, al trai­ning auto­ge­no. Per­tan­to, la min­d­ful­ness è una for­ma di acqui­si­zio­ne del sé che per­met­te di rien­tra­re in con­tat­to con la pro­pria inte­rio­ri­tà, con­scia del fat­to che il pre­sen­te sia il momen­to che si sta viven­do e che quin­di è ciò che vale la pena di esse­re vissuto. 

La nostra mente è sempre tesa verso il passato o il futuro, perché non riusciamo a restare nel presente? Perché vivere l’angoscia di non carpire e capire quell’attimo sfuggente che ci è tra le mani, senza godere del suo breve tocco? 

Il non coglie­re il pre­sen­te è una mos­sa di dife­sa: ci ren­dia­mo con­to di quan­to sia fuga­ce l’at­ti­mo e ci arren­dia­mo con poca con­sa­pe­vo­lez­za alla sua fuga. Per­tan­to, sareb­be oppor­tu­no che chiun­que potes­se svol­ge­re que­sto eser­ci­zio sia in manie­ra for­ma­le, in un dato con­te­sto, sia in manie­ra infor­ma­le, ossia in qual­sia­si momen­to del­la gior­na­ta al biso­gno. Il tut­to sof­fer­man­do­si non solo sui pro­pri pen­sie­ri, ma anche sul pro­prio cor­po e sul­le pro­prie sensazioni. 

Rubri­ca a cura di Chia­ra Dambrosio.

Sito­gra­fia: https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fpsyg.2013.00194/full

Imma­gi­ne di coper­ti­na di Doug Neill.

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