“Stairway to Heaven” è un brano dei Led Zeppelin

Led Zeppelin (Jimmy Page, John Bonham, John Paul Jones, Robert Plant) 1969 (Photo by Chris Walter/WireImage)

Stair­way to Hea­ven è un bra­no dei Led Zep­pe­lin. Ovvio, qua­si bana­le. Ma fino al 10 mar­zo 2020, que­sta affer­ma­zio­ne non era così scontata.
Dopo anni di bat­ta­glie lega­li, la dispu­ta si è con­clu­sa con l’assoluzione del­la cele­bre rock band dall’accusa di pla­gio.

Il bra­no del 1971, tra i più ico­ni­ci del­la sto­ria del rock, era accu­sa­to di pre­sen­ta­re più di qual­che somi­glian­za con il bra­no Tau­rus, com­po­sto dai losan­ge­li­ni Spi­rit tre anni pri­ma. Gli arpeg­gi inzia­li han­no qual­co­sa in comu­ne, ma si trat­ta ogget­ti­va­men­te di trop­po poco. Un aspet­to inte­res­san­te del pro­ces­so è sta­ta la testi­mo­nian­za di Page, chi­tar­ri­sta dei Led Zep­pe­lin, di “non aver mai sen­ti­to Tau­rus fino a qual­che anno fa”, quin­di di non cono­scer­la al momen­to del­la com­po­si­zio­ne di Stair­way To Hea­ven. All’epoca gli Zep­pe­lin non ascol­ta­va­no cer­to gli Spi­rit, ma piut­to­sto Mud­dy Waters, e i gran­di del blues: l’ispirazione è evi­den­te in mol­ti brani.

Who­le Lot­ta Love è una chia­ra ripre­sa di You Need Love di Mud­dy Waters (Wil­lie Dixon è l’autore), il riff di Moby Dick ricor­da tan­to quel­lo di Watch Your Step (Bob­by Par­ker,1961), How Many More Times è in fon­do un mashup di tra­di­zio­na­li del blues (Albert King, How­lin’ Wolf, Jeff Beck).

Tuttavia pochissime volte si è andati per vie legali: si trattava di omaggi, di riprese, di citazioni, ma non di plagi.

Il con­fi­ne è sot­ti­lis­si­mo ed è appa­ren­te­men­te vin­co­la­to alla fama di colui che “subi­sce il fur­to”. Ci sono arti­sti che han­no avu­to la gran­dez­za di fare scuo­la: alcu­ni han­no inven­ta­to uno sti­le, alcu­ni for­se addi­rit­tu­ra un genere.
Ha sen­so nel 2020 accu­sa­re di pla­gio chi scri­ve un blues “per­ché è ugua­le a un pez­zo di Robert John­son?” Robin Thic­ke ha per­so di recen­te la cau­sa con gli ere­di di Mar­vin Gaye per la sua hit Blur­red Lines. (feat. Phar­rel Wil­liams), col­pe­vo­le di ricor­da­re trop­po le atmo­sfe­re di Got To Give It Up, rila­scia­ta dal gran­de soul­man nel 1977La somi­glian­za è leg­ge­ra e riguar­da solo l’inizio. Sicu­ra­men­te mino­re rispet­to a quel­la che lega LaGran­ge degli ZZ Top a un qual­sia­si riff di John Lee Hoo­ker.

Ma l’errore di Thicke è stato forse proprio quello di essere troppo poco esplicito. Pena 5 milioni di dollari.

Zuc­che­ro non ha mai nega­to la pro­pria ammi­ra­zio­ne per Joe Coc­ker. Da ragaz­zo lo ido­la­tra­va, poi sono diven­ta­ti gran­dis­si­mi ami­ci, “sim­bion­ti l’uno per l’altro”Dia­vo­lo in me è High Times We Went, per citar­ne una sola. È lei, ma non è un pro­ble­ma. Si trat­ta di rico­no­sce­re la gran­dez­za di un model­lo, di ruba­re dichia­ra­ta­men­te qual­co­sa che si ama, citan­do­lo e facen­do­lo proprio.

Uno dei più gran­di regi­sti del XXI seco­lo, Quen­tin Taran­ti­no ha ammes­so a un’intervista a Empi­re Maga­zi­ne: “I steal from eve­ry movie ever made. If my work has any­thing, it’s that I’m taking this from this and that from that and mixing them toge­ther”. John Ford non avreb­be mai denun­cia­to Taran­ti­no per le cita­zio­ni alla cele­bre inqua­dra­tu­ra di Sen­tie­ri Sel­vag­gi (Bastar­di sen­za glo­ria, Kill Bill).

Mastro­ian­ni non avreb­be fat­to cau­sa a Michael Mad­sen per il modo in cui si abbas­sa gli occhia­li da sole (Le Iene), pro­prio per­ché lui è Mastro­ian­ni e die­tro a quel gesto di Mr. Blon­de emer­ge il sor­ri­so sor­nio­ne e com­mos­so di un ragaz­zi­no di Kno­x­vil­le, cre­sciu­to in una video­te­ca, che ricor­da un mae­stro e lo ripor­ta in vita.

Oggi non resta mol­to da inven­ta­re. La gran­dez­za di un arti­sta non è più ricer­ca­bi­le nel genio di una crea­zio­ne inno­va­ti­va ma sta nel saper gio­ca­re con quel­lo che già c’è. Pla­gia­re è sem­pre sta­ta un’arte. Oggi for­se è ine­vi­ta­bi­le che lo sia.

Good artists copy, great artists steal.

Pablo Picas­so. Gran fra­se, ruba­ta a Stra­vin­skij. Ma pare l’avesse già det­ta T.S. Eliot.

Arti­co­lo di Tom­ma­so Imperiali

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