Viaggio alla scoperta dei popoli nomadi: l’Asia

Spesso ci chiediamo come sia la vita di un rifugiato, il suo viaggio, la famiglia che ha perso, tutte quelle piccole cose che fanno di quel numero una persona. Quello che vorremmo raccontarvi in questo piccolo spazio è la storia dei popoli nomadi, non per scelta ma per necessità.


La secon­da tap­pa del viag­gio è l’Asia.

Le sto­rie di qual­che miglia­io di migran­ti dico­no mol­to del mon­do in cui vivia­mo. La pri­ma riguar­da i migran­ti filip­pi­ni, la gene­ra­zio­ne Manong, che per pri­ma giun­se negli Sta­ti Uni­ti (Vox ha rea­liz­za­to un video mol­to inte­res­san­te sull’argomento). Que­sta pri­ma gene­ra­zio­ne di migran­ti filip­pi­ni giun­se negli Sta­tes tra gli anni ’20 e ’30 del Nove­cen­to, sop­pe­ren­do alla caren­za di mano­do­pe­ra dovu­ta agli Exclu­sion Acts che impe­di­va­no a cine­si e giap­po­ne­si di migra­re in America.

Agli stes­si filip­pi­ni era per­mes­so spo­star­si solo se maschi e sen­za fami­glia, nel ten­ta­ti­vo di evi­ta­re la for­ma­zio­ne di una nuo­va comu­ni­tà etnica. 

Impor­tan­te sot­to­li­nea­re la moti­va­zio­ne che spin­se il gover­no sta­tu­ni­ten­se ad acco­glier­li, ovve­ro il bas­so sala­rio che era­no dispo­sti ad accettare.

La pra­ti­ca vie­ne ripe­tu­ta con suc­ces­so da qua­si tut­ti i pae­si indu­stria­liz­za­ti, spes­so adot­tan­do poli­ti­che migra­to­rie per favo­rir­la. Il trend comin­cia però a cam­bia­re in manie­ra para­dos­sa­le dagli anni ’70, con il crol­lo degli accor­di di Bret­ton Woods. 

Se negli anni ’30 erano i cittadini filippini a migrare negli Stati Uniti, ora erano le imprese Yankee a fuggire nei paesi in via di sviluppo. La delocalizzazione divenne quasi un cliché, ma con quali risultati? 

L’economia glo­ba­le, che pri­ma si reg­ge­va sul­la mano­do­pe­ra a bas­so costo immi­gra­ta, si pog­gia ora su pae­si che fan­no del­la con­ve­nien­za il loro pun­to di for­za: ini­zial­men­te Cina e India, poi Viet­nam e Ban­gla­desh, le gran­di cor­po­ra­tions sta­tu­ni­ten­si e non solo han­no affi­da­to lar­ga par­te del­la loro pro­du­zio­ne alla mano­do­pe­ra dei pae­si in via di svi­lup­po.

Mes­se da par­te le con­si­de­ra­zio­ni eti­che e poli­ti­che, biso­gna con­si­de­ra­re quel­le eco­no­mi­che. Per quan­to l’outsourcing abbia garan­ti­to una gran­de varie­tà di pro­dot­ti di buo­na qua­li­tà a bas­so costo, que­sta dipen­den­za ha avu­to un’al­tra con­se­guen­za. Essa infat­ti afflig­ge ogni set­to­re eco­no­mi­co, dai pro­dot­ti Apple assem­bla­ti dal­le fab­bri­che di Shen­zen, ai vini­li pro­dot­ti in lar­ga par­te da una sin­go­la impre­sa viet­na­mi­ta; capi d’abbigliamento? Ban­gla­desh o Viet­nam; pro­dot­ti elet­tro­ni­ci? Del­ta del fiu­me Yang­tze, Cina. 

Que­sta dipen­den­za ha reso tut­ti noi dipen­den­ti da “migran­ti”, indu­strie avvi­lup­pa­te in una rete di scam­bi com­mer­cia­li trop­po stret­ta e trop­po poco distri­bui­ta. Un quar­to del com­mer­cio marit­ti­mo pas­sa per il Mare del­la Cina Meri­dio­na­le; il CoVid-19 ha reso evi­den­te quest’eccesso di dipen­den­za. Un’economia ecces­si­va­men­te “cen­tra­liz­za­ta” non è in gra­do di ammor­tiz­za­re gli effet­ti di gran­di cri­si glo­ba­li come un tes­su­to eco­no­mi­co più distri­bui­to potreb­be fare. 

Ma la migra­zio­ne d’impresa gene­ra i feno­me­ni più sva­ria­ti: migra­zio­ni di mas­sa dal­le cam­pa­gne alle cit­tà, svi­lup­po urba­no incon­trol­la­to con con­se­guen­te uso e abu­so di suo­lo, vio­len­te repres­sio­ni nel­le aree eco­no­mi­che stra­te­gi­che (come nel caso degli Uigu­ri). Le con­se­guen­ze sono incal­co­la­bi­li, seb­be­ne la migra­zio­ne d’impresa garan­ti­sca un enor­me svi­lup­po eco­no­mi­co; vie­ne da chie­der­si quan­to sia dan­no­sa per i pae­si coin­vol­ti e il mon­do inte­ro.

Il problema fondamentale della migrazione d’impresa è che mantiene dei legami strettissimi con il luogo d’origine.

Le impre­se all’estero dovreb­be­ro esse­re mag­gior­men­te indi­pen­den­ti da quel­le loca­li garan­ten­do mag­gior ela­sti­ci­tà al siste­ma eco­no­mi­co glo­ba­le. For­se per meglio gesti­re que­sti flus­si migra­to­ri d’impresa dovrem­mo accet­ta­re il fat­to che spes­so bas­si prez­zi e buo­ne con­di­zio­ni socio-eco­no­mi­che non van­no a brac­cet­to.

For­se distri­buen­do one­ri e ono­ri in manie­ra più ampia e a costo di accet­ta­re qual­che inef­fi­cien­za e prez­zi un po’ più alti, potrem­mo garan­ti­re un siste­ma pro­dut­ti­vo più sicu­ro e giu­sto. In alter­na­ti­va pos­sia­mo vive­re con la respon­sa­bi­li­tà del­le nostre non-scelte. 

Arti­co­lo di Mat­teo Cortellari.

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