Voci dalla quarantena. Vol. 2

Milano, 8 marzo (AP Photo/Antonio Calanni)

Noi redattori di Vulcano, rinchiusi in casa, abbiamo deciso di raccogliere opinioni e sensazioni su questo strano periodo che come tutti stiamo vivendo. Eccone alcune.


Essere umano — Martina Rubini

Mol­to spes­so l’essere uma­no ten­de a pian­ger­si addos­so, a lamen­tar­si e a fare tutt’altro che empa­tiz­za­re. Quan­do par­lo di esse­re uma­no inten­do io. 

Sia­mo negli anni Ven­ti del secon­do mil­len­nio dopo Cri­sto, la tec­no­lo­gia rag­giun­ge livel­li che qual­che anno pri­ma nes­su­no si sareb­be mai imma­gi­na­to. Abbia­mo tut­to, tut­to quel­lo che ci per­met­te di vive­re e non solo di soprav­vi­ve­re. Spes­so la vita è para­dos­sa­le, quan­to più si è avan­ti rispet­to a gene­ra­zio­ni pas­sa­te di uomi­ni che ci han­no per­mes­so di costrui­re ciò che sia­mo, tan­to più ci si aspet­ta bat­ta­glie sem­pre più gran­di, a livel­lo di for­za, di poten­za e di inge­gno. È illo­gi­co come, negli anni in cui si può dire di aver rag­giun­to qua­si l’apice di tut­to ciò che la men­te uma­na pos­sa imma­gi­na­re di desi­de­ra­re, il mon­do è sta­to mes­so in ginoc­chio. Il fat­to che sia arri­va­to un sog­get­to sca­te­nan­te di un feno­me­no noci­vo all’incolumità del­la vita uma­na era pre­ve­di­bi­le e que­sto ce lo inse­gna­no anche even­ti già suc­ces­si nel­la sto­ria pas­sa­ta, sia pros­si­ma che remo­ta. Insom­ma, ognu­no di noi sa den­tro di sé che qual­co­sa sareb­be acca­du­to e avreb­be scon­vol­to le nostre vite.

È risa­pu­to anche solo il fat­to che una vol­ta che il sole deci­da di rega­lar­ci un ulti­mo suo rag­gio, tut­to è desti­na­to a scom­pa­ri­re. Non si può nega­re che la pro­por­zio­ne mate­ma­ti­ca a cui la spe­cie uma­na è sta­ta da sem­pre abi­tua­ta sia: una popo­la­zio­ne di indi­vi­dui sta al suo nemi­co come la pri­ma sta alla sua gran­dez­za. Tan­to più è gran­de e for­te un popo­lo, tan­to più lo sarà il suo nemi­co. Ahi­mè è tut­to sbagliato.

Le cer­tez­ze sono desti­na­te a crol­la­re. Que­sto ce lo ha dimo­stra­to il pas­sa­to e ce lo sta dimo­stran­do ades­so, in que­sti atti­mi, il pre­sen­te. Il nemi­co che la popo­la­zio­ne mon­dia­le si sta affret­tan­do a com­bat­te­re in que­sto momen­to ha dimen­sio­ni irri­so­rie, tal­men­te imper­cet­ti­bi­li da con­si­de­rar­si ine­si­sten­ti eppu­re pro­du­ce effet­ti cata­stro­fi­ci su vari livel­li e aspet­ti del­la vita uma­na. Riflet­to a que­sto pun­to su quan­to alcu­ne cer­tez­ze che ci por­tia­mo die­tro gior­no dopo gior­no abbia­no del­le fon­da­men­ta fat­te di argil­la, pron­te a sgre­to­lar­si alla pri­ma occa­sio­ne pos­si­bi­le. Mi accor­go allo­ra di come la nostra esi­sten­za non dovreb­be esse­re pia­ni­fi­ca­ta e costrui­ta su con­vin­zio­ni e sicu­rez­ze, ma su atti­mi che, acco­sta­ti tra loro sen­za ini­zio e sen­za fine, van­no a riem­pi­re le nostre giornate.

Quan­do spa­ri­sco­no le cer­tez­ze gli esse­ri uma­ni ven­go­no posti tut­ti sul­lo stes­so pia­no, tut­ti con­dan­na­ti a esse­re costrut­to­ri dei pro­pri atti­mi. C’è chi lo fa meglio e c’è chi non è mini­ma­men­te in gra­do di far­lo, c’è chi ha la pos­si­bi­li­tà di far­lo meglio e chi non ne ha occa­sio­ne. Empa­tia è il sen­ti­men­to che l’essere uma­no dovreb­be impa­ra­re a col­ti­va­re e con il qua­le dovreb­be abi­tuar­si a con­vi­ve­re. Quan­do par­lo di esse­re uma­no inten­do io. 


Il vuoto — Michele Pinto

C’è qual­co­sa che dovreb­be col­pi­re la nostra imma­gi­na­zio­ne in que­sti gior­ni vuo­ti, lun­ghi e dome­sti­ci. Ed è qual­co­sa che, men­tre scor­ria­mo sul com­pu­ter le ulti­me, scon­for­tan­ti noti­zie del con­ta­gio o guar­dia­mo in tele­vi­sio­ne l’ennesima pun­ta­ta di una serie tv, ci può sfug­gi­re. È que­sto: sia­mo pra­ti­ca­men­te tut­ti a casa, ognu­no nel pro­prio antro, nel­la pro­pria alco­va: fuo­ri non c’è più nes­su­no. Le stra­de, le piaz­ze, le vie di tut­ta Ita­lia sono vuo­te: basta guar­da­re le deci­ne di web­cam poste in tut­to il Pae­se per ren­der­se­ne con­to. Que­sto vuo­to che è anche fisi­co è soprat­tut­to spi­ri­tua­le. In que­gli spa­zi spes­so stra­col­mi di per­so­ne e di sto­rie — di ani­me — oggi non c’è più nes­su­no che respi­ra. Piaz­za Duo­mo a Mila­no, Piaz­za del­la Signo­ria a Firen­ze, Piaz­za di Spa­gna a Roma, Piaz­za del Ple­bi­sci­to a Napo­li. Vuo­te, svuo­ta­te, spo­glie. E così dal­le Alpi a Lam­pe­du­sa, in ogni gran­de e pic­co­lo centro.

Noi den­tro ci sen­tia­mo al sicu­ro. Abbia­mo riem­pi­to le nostre case e le nostre stan­ze, così spes­so pri­ve di calo­re. Ci ritro­via­mo a fis­sa­re la men­so­la con i libri o il mobi­let­to che pen­de ver­so sini­stra da anni. Guar­dia­mo in fac­cia chi vive con noi e cer­chia­mo di inven­ta­re qual­co­sa per fare pas­sa­re il tem­po: un gio­co, una sfi­da, una fac­cen­da. Ma là fuo­ri tut­to tace. I muri di pie­tra sono fred­di e qua­si nes­su­na voce rim­bom­ba, da un lato all’altro del­le vie. C’è una sen­sa­zio­ne di pri­va­zio­ne in tut­to que­sto: ci sia­mo rimos­si dal reti­co­lo mate­ria­le e arti­fi­cia­le che noi stes­si abbia­mo costrui­to per vive­re meglio. Noi esse­ri uma­ni che abbia­mo eret­to le cit­tà, abbia­mo edi­fi­ca­to i palaz­zi e trac­cia­to le stra­de, ades­so ci sia­mo riti­ra­ti. Abbia­mo deci­so che quel­le stra­de, quel­le piaz­ze che affol­lia­mo, i cui bar sono di soli­to stra­col­mi e chias­so­si, non sono più sicu­re per noi: sia­mo rien­tra­ti nel­la tana, come una tar­ta­ru­ga nel suo guscio. Per pau­ra, pre­oc­cu­pa­zio­ne, allar­me. È un cam­bio di vita enor­me, epo­ca­le. Ci reste­rà segna­to sul­la pel­le e per capir­lo a fon­do ser­vi­reb­be un filo­so­fo. Come dice quel­la can­zo­ne: a saper­ve­lo spie­ga­re che filo­so­fo sarei.

Ecco: cosa reste­rà di que­sti gior­ni? La zona ros­sa che abbia­mo deci­so di costrui­re, che limi­ta i nostri spo­sta­men­ti e spo­glia le nostre cit­tà è anche una zona ros­sa nel­la nostra ani­ma. Pie­ni di ango­scia e di pau­ra del futu­ro guar­dia­mo atto­ni­ti quel­le piaz­ze: la nostra vita si è spen­ta, sospe­sa. Quan­do ripar­ti­rà di cer­to non sarà più come prima.


Ai let­to­ri: que­ste sono alcu­ne del­le nostre impres­sio­ni sul­la qua­ran­te­na, ma sia­mo sicu­ri che ne abbia­te anche voi. Per­ciò vi invi­tia­mo a man­dar­ci all’in­di­riz­zo consegne.vulcano@gmail.com le vostre: pub­bli­che­re­mo le miglio­ri nei pros­si­mi giorni.

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