Voci dalla quarantena. Vol. 4

Negozi chiusi nel centro commerciale Porta di Roma, Roma, 12 marzo 2020 (ANSA/FABIO FRUSTACI)

Noi redattori di Vulcano, rinchiusi in casa, abbiamo deciso di raccogliere opinioni e sensazioni su questo strano periodo che come tutti stiamo vivendo. Eccone alcune.


Routine — Valentina Testa

[Sve­glia. Bagno. Cola­zio­ne. Vesti­ti. Zai­no. Chia­vi di casa, chia­vi del moto­ri­no. Giac­ca, cuf­fiet­te. Accen­sio­ne. Via. Stra­da, auto­mo­bi­li, per­so­ne, sla­lom, sema­fo­ro, clac­son, fre­na, acce­le­ra, par­cheg­gio. Aula, per­so­ne, com­pu­ter, sli­des. Di nuo­vo stra­da. Altra aula, altre per­so­ne. Di nuo­vo stra­da. Pran­zo. Di nuo­vo stra­da. Scuo­la dei bam­bi­ni: meren­da, gio­co, per­so­ne, casa dei bam­bi­ni, anzi no cen­tro spor­ti­vo, anzi no par­co. Stra­da. Super­mer­ca­to. Per­so­ne. Lat­te, pane, insa­la­ta, pata­ti­ne in offer­ta, caf­fè che è fini­to. Bip — bip — bip. “Scu­si… sì, mi dà il rol­linz? Gra­zie!” Cena. Film? Pun­ta­ta? Pigia­ma. Let­to. Rewind. Play.] 

Vivia­mo di lamen­te­le in rou­ti­ne. Ci lamen­tia­mo del­le vacan­ze di Nata­le che dura­no poco, del Pri­mo Mag­gio che cade di saba­to, di Pasquet­ta che è sem­pre bagna­ta, ci lamen­tia­mo del­la sve­glia, sbuf­fia­mo quan­do vedia­mo che la Nutel­la sta per fini­re e dob­bia­mo anda­re a ricom­prar­la. Pro­gram­mia­mo del­le fughe dal­la quo­ti­dia­ni­tà per respi­ra­re aria nuo­va. Sem­bra che i costan­ti impe­gni che riem­pio­no le nostre gior­na­te non potran­no mai fermarsi.

E inve­ce, il sur­rea­le: l’interruttore che face­va fun­zio­na­re il mon­do è sta­to schiac­cia­to da una cosa tal­men­te pic­co­la che non può esse­re vista ad occhio nudo, e ci sia­mo tut­ti fer­ma­ti. Ades­so ci lamen­tia­mo dell’opposto: voglia­mo usci­re, veder­ci per una piz­za, un gela­to, voglia­mo abbrac­ciar­ci, abbia­mo sco­per­to che sta­re trop­po tem­po spal­ma­ti sul diva­no ci fa male alla schie­na. Abbia­mo capi­to che stac­ca­re va bene solo se abbia­mo qual­co­sa a cui tor­na­re, se lo deci­dia­mo in auto­no­mia. Con­ti­nuia­mo a riem­pi­re le nostre gior­na­te: il libro che sta­va pren­den­do pol­ve­re spo­sta il segna­li­bro sem­pre più ver­so la fine, i film “in lista” da anni ven­go­no depen­na­ti, le serie tele­vi­si­ve fini­sco­no nel giro di otto ore, i testi uni­ver­si­ta­ri sono let­ti con anti­ci­po, i docu­men­ti sono ana­liz­za­ti con sor­pren­den­te cele­ri­tà, la Nutel­la (che gra­zie a Dio ave­va­mo ricom­pra­to) riem­pie mon­ta­gne di pan­ca­ke cuci­na­ti ascol­tan­do l’intera disco­gra­fia di quel can­tan­te che ave­va segna­to la nostra infan­zia. Gli intro­ver­si dico­no che è la loro rivin­ci­ta: “Io mi sen­to esat­ta­men­te così quan­do mi obbli­ga­te a fare ape­ri­ti­vo!” urla­no tra­mi­te web­cam ai loro ami­ci estro­ver­si che, pur di usci­re, van­no a but­ta­re la spaz­za­tu­ra tut­ti i gior­ni, o addi­rit­tu­ra met­to­no il guin­za­glio al gat­to. Ma scher­za­no: c’è una bel­la dif­fe­ren­za tra deci­de­re di non usci­re ed esse­re obbli­ga­to a non uscire. 

Cer­to, per il bene di tut­ti. È il man­tra che non ci fa usci­re com­ple­ta­men­te di sen­no, per­ché, se ci sof­fer­mas­si­mo dav­ve­ro sul­la situa­zio­ne… quel­lo che ver­reb­be fuo­ri è che vivia­mo in un mon­do fin­to: la nostra rou­ti­ne è qual­co­sa cui ci sot­to­po­nia­mo per dei biso­gni costrit­ti­vi crea­ti da noi stes­si. Alla fine, l’unica cosa che con­ta è la salu­te – ma per dav­ve­ro. L’unico biso­gno pri­ma­rio è sta­re bene, e man­gia­re. E infat­ti, solo le far­ma­cie e i super­mer­ca­ti sono rima­sti aper­ti. Intan­to, intor­no a noi vedia­mo feno­me­ni che ci lascia­no a boc­ca aper­ta: gli ani­ma­li che tor­na­no nel­le cit­tà, i livel­li di CO2 che si abbas­sa­no per la clau­su­ra for­za­ta. La natu­ra ripren­de i suoi spa­zi e noi ne restia­mo amma­lia­ti, ma pur sem­pre con­sa­pe­vo­li che non sareb­be mai potu­to suc­ce­de­re se le nostre vite non fos­se­ro sta­te a serio rischio: l’eterna visio­ne andro­cen­tri­ca del mon­do, d’altra par­te, non può spa­ri­re con uno schioc­co di dita. O for­se sì? Lo si dice­va anche di tut­te le altre cose che sono sta­te fermate.

Ma non voglia­mo entra­re nel­la spi­ra­le dei nostri pen­sie­ri: allo­ra apria­mo la video­le­zio­ne. Guar­dia­mo una diret­ta del nostro can­tan­te pre­fe­ri­to. Met­tia­mo la musi­ca fuo­ri dal bal­co­ne per sol­le­va­re il nostro spi­ri­to e quel­lo dei vici­ni. Cer­chia­mo for­za l’uno nell’altro guar­dan­do­ci men­tre abbas­sia­mo le tap­pa­rel­le, par­lia­mo del pro­ble­ma ma mai degli effet­ti. Pren­dia­mo quel­lo stru­men­to che non suo­na­va­mo più da anni. Fac­cia­mo cen­to addo­mi­na­li al gior­no. Impa­ria­mo a cuci­na­re la rata­touil­le. Scri­via­mo. Leg­gia­mo. Ascol­tia­mo. Cer­chia­mo di non pen­sa­re al pre­sen­te, guar­dia­mo il cie­lo dal­la fine­stra e ci figu­ria­mo il momen­to in cui potre­mo di nuo­vo respi­ra­re l’odore di sham­poo nei capel­li del nostro miglio­re amico. 


Senso civile — Arianna Locatelli

In que­sti gior­ni di qua­ran­te­na ci sia­mo tut­ti tra­sfor­ma­ti un po’ in degli insta­gram­mer: video-maker di sport casa­lin­go, spe­ri­men­ta­to­ri di ricet­te, con­si­glie­ri di let­tu­re e di musi­ca, inven­to­ri di #chal­len­ges per pas­sa­re il tem­po. E ben ven­ga tut­to ciò: rima­nia­mo con­nes­si, ci fac­cia­mo due risa­te e amplia­mo le nostre capa­ci­tà sfrut­tan­do i con­si­gli altrui. Il fat­to è che improv­vi­sa­men­te la rete è sta­ta inva­sa anche da opi­nio­ni­sti e pala­di­ni del sen­so civi­le. Che paro­le impe­gna­ti­ve, “sen­so civi­le”. Trop­pe poche vol­te le ho sen­ti­te pri­ma del­la dif­fu­sio­ne del coro­na­vi­rus, deci­sa­men­te trop­pe dall’inizio del­la qua­ran­te­na. Per cari­tà, sto dal­la par­te del risve­glio del­le coscien­ze e degli ani­mi, ma pos­si­bi­le che fac­cia­no la pre­di­ca le stes­se per­so­ne che a segui­to del­le restri­zio­ni comu­ni­ca­te dal gover­no si sono pre­ci­pi­ta­te a sva­li­gia­re il super­mer­ca­to più vici­no? Il sen­so civi­le in quel caso dov’era fini­to? Pro­ba­bil­men­te nel car­rel­lo insie­me ai vari pac­chi di pasta. 

Quin­di, ciò che que­sta qua­ran­te­na mi risve­glia, più che il sen­so civi­le, è la coscien­za per­so­na­le. Capi­re ciò che devo fare sen­za met­te­re in peri­co­lo me e soprat­tut­to gli altri, per non gra­va­re ulte­rior­men­te sul nostro pae­se stre­ma­to, ma evi­tan­do di con­tri­bui­re ad ali­men­ta­re un iste­ri­smo che può solo nuo­ce­re e, soprat­tut­to, sen­za biso­gno di sban­die­ra­re gior­nal­men­te il mio altrui­smo con dei post che di altrui­sta han­no ben poco. 

Rim­bal­za sui social da qual­che gior­no il video cele­bra­ti­vo del nostro bel pae­se di Oli­ver Astro­lo­go, azzec­ca­tis­si­mo dal mio pun­to di vista: sen­za auto com­pia­ci­men­to, sen­za addi­ta­re nes­su­no, mostra ciò che tut­ti noi dob­bia­mo fare per tor­na­re pre­sto a goder­ci quel­lo che è “the most beau­ti­ful coun­try in the world”. Nel­le emer­gen­ze si diven­ta sicu­ra­men­te tut­ti più par­te­ci­pi e ci si infer­vo­ra più facil­men­te, ma fare ciò che ci è sta­to chie­sto non è da eroi, è da cit­ta­di­ni con­sa­pe­vo­li. Io spe­ro sola­men­te che tut­ti i mae­stri di buon­sen­so che sono appar­si in que­sto perio­do non smet­te­ran­no di esser­lo una vol­ta fini­to l’allarme Covid-19 e con­ti­nue­ran­no ad agi­re per il bene comu­ne. “Sbu­rio­nia­mo­ci” tut­ti un po’, così maga­ri chi non ha anco­ra capi­to che deve rima­ne­re in casa si sen­ti­rà iso­la­to e sarà la vol­ta buo­na che si godrà il diva­no del salot­to. In effet­ti, però, ciò che sto facen­do io ades­so non è esat­ta­men­te la stes­sa cosa? Pro­ba­bil­men­te sì, ecco­mi tra­sfor­ma­ta nell’ennesima opi­nio­ni­sta di cui il web non ave­va biso­gno. Ma si sa, noi ita­lia­ni amia­mo le contraddizioni.


Ai let­to­ri: que­ste sono alcu­ne del­le nostre impres­sio­ni sul­la qua­ran­te­na, ma sia­mo sicu­ri che ne abbia­te anche voi. Per­ciò vi invi­tia­mo a man­dar­ci all’in­di­riz­zo consegne.vulcano@gmail.com le vostre: pub­bli­che­re­mo le miglio­ri nei pros­si­mi giorni.

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