“Il buco”: una roulette che gioca con la fame

“Il buco”: una roulette che gioca con la fame

Chi ha det­to che i pro­dot­ti Net­flix ibe­ri­ci fos­se­ro solo serie TV, impre­gna­te dall’eredità di Paso Ade­lan­te e dai suoi roman­ti­ci­smi? Il Buco (El Hoyo in lin­gua ori­gi­na­le) por­ta sul­la piat­ta­for­ma di strea­ming un’ope­ra ori­gi­na­le, per­fet­ta­men­te ricon­du­ci­bi­le a situa­zio­ni socia­li che ogni epo­ca ha affron­ta­to, in un’ambientazione che ten­ta di incu­te­re la giu­sta dose di clau­stro­fo­bia, sen­so di disgu­sto e cru­di­tà allo spettatore.

La pel­li­co­la, pro­dot­ta nel 2019 e diret­ta da Gal­der Gaz­te­lu-Urru­tia, è dispo­ni­bi­le su Net­flix dal 20 mar­zo 2020, fat­ta ecce­zio­ne per la Spa­gna e per Hong Kong, dove è sta­ta tra­smes­sa nel­le sale cine­ma­to­gra­fi­che, rispet­ti­va­men­te l’8 novem­bre 2019 e il 6 mar­zo 2020. Il film vie­ne clas­si­fi­ca­to come un horror/thriller, striz­zan­do l’occhio anche al gene­re distopico.

L’elemento cen­tra­le del­la tra­ma è l’enorme edi­fi­cio costrui­to su più pia­ni, simi­le a un car­ce­re, in cui quo­ti­dia­na­men­te sosta per pochi minu­ti, in ogni pia­no del­lo stes­so a par­ti­re dal pia­no 0 (la cima dell’edificio), una piat­ta­for­ma mobi­le, imban­di­ta come un tavo­lo nuzia­le dei cibi pre­fe­ri­ti dai dete­nu­ti.  Ciò che ogni dete­nu­to si pre­fig­ge è cer­ca­re di man­gia­re il più pos­si­bi­le duran­te il perio­do in cui la piat­ta­for­ma sosta sul suo pia­no, pri­ma che ripar­ta ver­so quel­lo sottostante. 

Ogni pia­no è abi­ta­to da due dete­nu­ti, che men­sil­men­te ven­go­no spo­sta­ti in un altro, scel­to in modo total­men­te casua­le. Lo spet­ta­to­re, quin­di, dedu­ce subi­to che per mol­ti sven­tu­ra­ti, loca­ti nei pia­ni più bas­si, sarà impos­si­bi­le riu­sci­re a man­gia­re qual­co­sa, doven­do ricor­re­re a solu­zio­ni estre­me, tra cui spic­ca l’uccidere e il cibar­si del pro­prio com­pa­gno per poter sopravvivere.

In que­sto gio­co al mas­sa­cro, il burat­ti­na­io è il fato: dal gustar­si tor­te al cioc­co­la­to, pol­li arro­sto con pata­te, pesce alla gri­glia e frut­ta fre­sca, il mese suc­ces­si­vo ci si dispe­ra, osser­van­do un aset­ti­co lastro­ne di cemen­to, in cui sono pre­sen­ti solo posa­te e bic­chie­ri rot­ti: un evi­den­te richia­mo alla imme­ri­te­vo­le situa­zio­ne in cui nasce ogni indi­vi­duo, in cui è il desti­no a sce­glie­re se si deb­ba nasce­re agia­ti o meno, in un pae­se sot­to­svi­lup­pa­to o del cosid­det­to “mon­do occidentale”.

Altro ele­men­to, che accen­tua la stre­man­te lot­ta alla soprav­vi­ven­za nel­la fos­sa, è l’assen­za di mora­li­tà da par­te dei pri­gio­nie­ri appar­te­nu­ti pri­ma ai pia­ni infe­rio­ri, poi a quel­li supe­rio­ri. Tri­ma­ga­si, uno dei prin­ci­pa­li per­so­nag­gi del film, nono­stan­te abbia pre­sen­zia­to sia nei pia­ni alti che in quel­li bas­si, spe­ri­men­tan­do in pri­ma per­so­na il digiu­no for­za­to e i mor­si del­la fame, non dimo­stra alcu­na empa­tia ver­so i meno for­tu­na­ti di lui in quel mese, essen­do sta­to total­men­te assor­bi­to dal mot­to “homo homi­ni lupus”, che impe­ra silen­zio­so nell’edificio.

L’intero siste­ma è ricon­du­ci­bi­le ad una pira­mi­de socia­le tem­po­ra­nea, total­men­te svin­co­la­ta dal­la meri­to­cra­zia, dove per un mese, se si appar­tie­ne ai pia­ni alti dell’edifico, si può gio­ca­re a fare gli ari­sto­cra­ti­ci, masche­ran­do in real­tà il timo­re di risve­gliar­si 30 gior­ni dopo, e leg­ge­re un nume­ro a 3 cifre sul­la pare­te del­la nuo­va dimora. 

La paura che serpeggia tra i detenuti è la continua paura del futuro, dell’ignoto, di qualcosa che non è prevedibile, ma che si può anticipare: è questo il compito di Goreng (Iván Massagué), il protagonista. 

Ini­zial­men­te igna­ro del­le dina­mi­che socia­li che avven­go­no nel­la fos­sa, sin da subi­to è nutri­to dal­la volon­tà di agi­re razio­nal­men­te e uma­na­men­te, pro­po­nen­do di distri­bui­re equa­men­te il cibo tra i dete­nu­ti di ogni pia­no. Ma il mot­to hob­be­sia­no tor­na ridon­dan­te duran­te lo svol­gi­men­to del­la tra­ma, e Goreng è costret­to ad usa­re la for­za bru­ta per poter far rispet­ta­re la sua atti­vi­tà filantropica.

Il film, tut­ta­via, non è esen­te da pro­ble­ma­ti­che in fat­to di sce­neg­gia­tu­ra, e anche di sen­sa­zio­ni tra­smes­se. È total­men­te assen­te un back­ground sto­ri­co-poli­ti­co, che pos­sa dar­ci infor­ma­zio­ni su chi abbia idea­to una trap­po­la mor­ta­le del gene­re, qua­le sia lo sco­po del­la sua edi­fi­ca­zio­ne, o se essa sia video-sor­ve­glia­ta o meno (in caso affer­ma­ti­vo, il fina­le sareb­be del tut­to irri­le­van­te per le sor­ti dei dete­nu­ti); non solo, ma anche i moti­vi, che spin­go­no Goreng a voler­si sot­to­por­re ad una pro­va di soprav­vi­ven­za di que­sto cali­bro, non ven­go­no spiegati.

La regia non ren­de nem­me­no ono­re al sen­so di ver­ti­gi­ne dato dal­la strut­tu­ra dell’edificio, svi­lup­pa­ta essen­zial­men­te in altez­za, men­tre la lar­ghez­za dei pia­ni pre­sen­ta lo stes­so pro­ble­ma, non riu­scen­do a infon­de­re clau­stro­fo­bia nel­lo spet­ta­to­re. Nel luo­go dove i dete­nu­ti sono costret­ti a vive­re, è com­pli­ca­to rico­no­sce­re tut­ti gli ele­men­ti che com­pon­go­no gli “appar­ta­men­ti”, capi­re se le con­di­zio­ni igie­ni­che sia­no mal­sa­ne o meno, o se l’edificio si tro­vi sot­to­ter­ra oppu­re no; fat­to­ri che sem­bre­reb­be­ro esse­re sta­ti mes­si da par­te, per dare mag­gio­re risal­to alla piat­ta­for­ma e ai suoi meccanismi. 

In con­clu­sio­ne, pos­sia­mo affer­ma­re che Il Buco si rive­la un’opera con altis­si­mo poten­zia­le, e un’idea di base in gra­do di tene­re lo spet­ta­to­re anco­ra­to alla pol­tro­na, ma i cui erro­ri gros­so­la­ni in fat­to di sce­neg­gia­tu­ra, e qual­che pec­ca a livel­lo di regia, ne abbas­sa­no note­vol­men­te l’impatto emotivo.

Matteo Lo Presti
Cal­cio­fi­lo e meme lord, il tut­to innaf­fia­to da Poret­ti 9 lup­po­li. Amo i tatuag­gi, la filo­so­fia mora­le, la Ligu­ria e scri­ve­re. Sogno l’au­tar­chia e l’atarassia.
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