Voci dalla quarantena. Vol. 7

Noi redattori di Vulcano, rinchiusi in casa, abbiamo deciso di raccogliere opinioni e sensazioni su questo strano periodo che come tutti stiamo vivendo. Ecco le ultime.


Rumore e silenzio – Federica Braga

Fre­ne­sia. Luci, colo­ri, suo­ni, palaz­zi, voci, il suo­no del­le scar­pe che risuo­na, le stra­de che tre­ma­no al pas­sag­gio dei tram, i risto­ran­ti pie­ni di risa­te, il bar pre­fe­ri­to all’angolo del­la via di casa, dove ti cono­sco per nome e san­no già cosa ordi­ne­rai anco­ra pri­ma che tu lo chie­da. Il lavo­ro, le lezio­ni all’università, la tesi, sono in ritar­do con la con­se­gna, l’uscita con gli ami­ci la sera, dopo una gior­na­ta pie­na, mi sono dimen­ti­ca­ta di anda­re in pale­stra, sarà per doma­ni. Vor­rei solo un gior­no per me, sen­za dover far cor­re­re la men­te a tut­to ciò che devo fare o avrei dovu­to fare; vor­rei solo un gior­no di silen­zio per sen­ti­re i miei pen­sie­ri, per rior­di­nar­li, per ave­re un atti­mo di tre­gua, per ripo­sa­re que­ste gam­be stan­che di cer­ca­re di sta­re al pas­so con la rou­ti­ne. Quan­to è dif­fi­ci­le rima­ne­re in equi­li­brio in que­sta cit­tà che sem­bra non dor­mi­re mai, un po’ come la New York di Frank Sina­tra. Come è dif­fi­ci­le rima­ne­re a gal­la in que­sto mare di impe­gni che ci creia­mo ogni gior­no. Sareb­be così sem­pli­ce fer­mar­si, anche solo per un gior­no, non chie­do molto.

Bloc­co. Tut­to è spen­to, le luci dei palaz­zi si tin­go­no dei colo­ri del­la ban­die­ra ita­lia­na per strin­ger­si intor­no a un popo­lo addo­lo­ra­to, un pae­se che ades­so fa fati­ca a sta­re a gal­la in balia del­le onde. Il bar pre­fe­ri­to potreb­be fal­li­re, assie­me a tan­ti altri, le ser­ran­de dei risto­ran­ti sono abbas­sa­te, “chiu­so fino a data da desti­nar­si” reci­ta­no i car­tel­li scrit­ti fret­to­lo­sa­men­te a mano, per­ché nes­su­no se lo aspet­ta­va, chi pote­va imma­gi­nar­si che lo sfa­vil­lan­te mon­do che abbia­mo costrui­to si spe­gnes­se come una can­de­la che ha con­su­ma­to tut­ta la sua miccia.

Silen­zio. Un silen­zio sur­rea­le, spettrale,i pochi tram sem­bra­no pas­sa­re qua­si in “pun­ta di pie­di” per lascia­re spa­zio al suo­no del­le sire­ne, trop­pe sire­ne. I pen­sie­ri, quel­li che pen­sa­vo di poter rior­di­na­re, ora rim­bom­ba­no più for­ti di pri­ma; cosa suc­ce­de­rà? Quan­do fini­rà? Ho pau­ra, sono fra­gi­le, e se doves­se capi­ta­re anche a me? Non rie­sco a zit­tir­li, il cer­vel­lo li pro­du­ce come pro­iet­ti­li vagan­ti, pron­ti ad esplo­de­re per fare anco­ra più male. 

Casa. Le pagi­ne dei libri scor­ro­no sot­to le dita, era da tan­to che non leg­ge­vo per il puro pia­ce­re di far­lo, sen­za sen­tir­mi qua­si in col­pa di sacri­fi­ca­re tem­po pre­zio­so. Che cosa stu­pi­da sacri­fi­ca­re ciò che ci pia­ce di più fare. Le paro­le con­for­ta­no, per­met­to­no a que­sto tem­po che pri­ma mi man­ca­va sem­pre e ora mi sem­bra qua­si super­fluo di passare. 

Fami­glia. I gio­chi di socie­tà impol­ve­ra­ti ora sono fuo­ri, sen­za che sia la vigi­lia di Nata­le o l’ultimo dell’anno. La pasta fat­ta in casa, pas­sa­re l’aspirapolvere me lo ricor­da­vo mol­to più noio­so, una tor­tu­ra, mi stu­pi­sco di tro­va­re pia­ce­re in azio­ni così pic­co­le, quo­ti­dia­ne, silenziose.

Soli­tu­di­ne. Quan­to è dif­fi­ci­le sta­re da soli, guar­dar­si den­tro, ascol­tar­si, capir­si, rin­cuo­rar­si sen­za il con­tat­to fisi­co, sen­za un abbrac­cio, quan­to mi man­ca­no gli abbrac­ci. Quan­to è dif­fi­ci­le sen­tir­si spae­sa­ti, sen­za rispo­ste, nem­me­no dal­la scien­za, sen­za una data di sca­den­za. Quan­to è dif­fi­ci­le pen­sa­re al doma­ni sen­za sape­re come sarà quel doma­ni, quan­to è dif­fi­ci­le ren­der­si con­to di esse­re uma­ni, non desti­na­ti all’invincibilità ma alla sor­te, alle scel­te, allo scor­re­re del tem­po, lega­ti a quell’orologio che ormai non sem­bra nem­me­no muo­ve­re le lancette. 

Eppu­re, for­se è para­dos­sa­le, sia­mo mai sta­ti più uni­ti di ades­so? Ci sia­mo mai aiu­ta­ti così tan­to come ora? Ci sia­mo mai rim­boc­ca­ti le mani­che come in que­sto momen­to? Se così fos­se, io non lo ricor­do. For­se ero trop­po impe­gna­ta per guar­da­re, for­se mi è sfug­gi­to tra un viag­gio in metro e un bic­chie­re di vino.


Lontano dagli occhi — Laura Colombi

Mi capi­ta spes­so di ricor­da­re dei moti­vet­ti di can­zo­ni in base al mio sta­to d’animo e di non riu­sci­re più a toglier­me­li dal­la testa. In que­sti gior­ni di iso­la­men­to, com­pa­gno inva­den­te del­la mia qua­ran­te­na è sta­to Lon­ta­no dagli occhi di Ser­gio Endri­go, un clas­si­co del­la musi­ca leg­ge­ra del 1969. Il bra­no è nar­ra­to in pri­ma per­so­na da un uomo che ha per­so una don­na e, addo­lo­ra­to dall’accaduto, si sen­te con­si­glia­re da un ami­co il det­to popo­la­re “Lon­ta­no dagli occhi, lon­ta­no dal cuo­re”, secon­do il qua­le la distan­za fisi­ca si tra­sfor­ma, o alme­no può tra­sfor­mar­si, in distan­za men­ta­le, affet­ti­va. Que­sta fra­se, pro­nun­cia­ta per esse­re di con­for­to, fini­sce per susci­ta­re l’ef­fet­to oppo­sto nel pro­ta­go­ni­sta, che diven­ta ter­ro­riz­za­to dall’idea di per­de­re il ricor­do, cioè l’ultimo lasci­to del­la pre­sen­za del­la per­so­na ama­ta: Per uno che tor­na / e ti por­ta una rosa / mil­le si sono scor­da­ti di te.

Il bra­no di Endri­go è insom­ma mol­to più che il lamen­to di un aman­te infe­li­ce e anzi toc­ca alcu­ni pun­ti fon­da­men­ta­li sul tema del­la distan­za. Lo sa bene chi, in que­sti gior­ni, ha visto come scom­pa­ri­re un pro­prio paren­te poi rico­ve­ra­to da Covid, o chi, peg­gio anco­ra, non lo rive­drà mai, sen­za ave­re la pos­si­bi­li­tà di por­ta­re una rosa. In que­sti gior­ni non pos­so fare a meno di rivol­ge­re di tan­to in tan­to un pen­sie­ro a que­sta ster­mi­na­ta fol­la di per­so­ne cui sono man­ca­ti — anzi, sot­to­li­neo, spa­ri­ti — ami­ci, paren­ti, cono­scen­ti. Non mi sem­bra pos­si­bi­le pote­re igno­ra­re tut­to que­sto dolo­re: sen­to che dovrem­mo pren­der­ci del tem­po per riflet­te­re e meta­bo­liz­za­re quan­to acca­de, men­tre quel­lo che stia­mo facen­do è fin­ge­re di con­ti­nua­re a con­dur­re la stes­sa vita di pri­ma, anche se in sedi e con moda­li­tà dif­fe­ren­ti. Ritor­nan­do al det­to popo­la­re, resta pur vero che il più del­le vol­te lon­ta­nan­za fisi­ca e men­ta­le coin­ci­do­no. L’ho appre­so fino in fon­do solo in que­sta situa­zio­ne: tut­ti noi, infat­ti, ave­va­mo non solo let­to, ma visto foto­gra­fie e video sugli effet­ti del Covid a Wuhan già da gen­na­io. Per non par­la­re dell’elevata pos­si­bi­li­tà di svi­lup­po di epi­de­mie dovu­ta allo stret­to con­tat­to tra uomo e ani­ma­le, già pro­va­ta da auto­re­vo­li stu­di scientifici. 

Tut­to ciò non è sta­to però suf­fi­cien­te per met­ter­ci in guar­dia. Il para­dos­so è che vivia­mo in un mon­do glo­ba­liz­za­to ma non ci pen­sia­mo anco­ra dav­ve­ro come un orga­ni­smo uni­co. For­ti del­la nostra distan­za geo­gra­fi­ca ci sia­mo sen­ti­ti pro­tet­ti. Non solo: anche quan­do pen­sia­mo o cer­chia­mo di esse­re empa­ti­ci con gli altri e quin­di di avvi­ci­nar­ci alla loro con­di­zio­ne, non capia­mo fino in fon­do una cosa fin­chè non la pro­via­mo in pri­ma per­so­na. La pre­oc­cu­pa­zio­ne e lo scon­for­to che pro­va­vo veden­do i noti­zia­ri non sono mini­ma­men­te para­go­na­bi­li alle emo­zio­ni che ho pro­va­to il gior­no del­la sco­per­ta del pazien­te 1, a Codo­gno, una man­cia­ta di chi­lo­me­tri da casa mia.

I video di Wuhan deser­ta non mi han­no feri­to quan­to aggi­rar­mi per le vie deso­la­te del cen­tro sto­ri­co del­la mia Lodi. Come si vives­se, poi, con­fi­na­ti nel silen­zio del­la pro­pria casa men­tre dall’esterno risuo­na­no le sire­ne del­le ambu­lan­ze, non l’avevo nem­me­no imma­gi­na­to. Nè ho avver­ti­to fino in fon­do lagra­vi­tà del­la situa­zio­ne fin­chè non sono venu­ta a cono­scen­za di casi lega­ti a cono­scen­ti. Nel suo trat­ta­to sull’amicizia, Cice­ro­ne par­la­va dell’esistenza di una socie­tas, una rete di rela­zio­ni a cer­chi con­cen­tri­ci, che lega l’umanità tut­ta: il lega­me più stret­to è con gli ami­ci, poi c’è la paren­te­la; infi­ne quel­lo con i con­cit­ta­di­ni, inte­so come gli abi­tan­ti di uno stes­so luo­go, che sia cit­tà, regio­ne, sta­to. Pen­so sia una for­ma men­ta­le che dovrem­mo supe­ra­re, in un mon­do glo­ba­liz­za­to. Dovrem­mo smet­te­re di con­si­de­rar­ci altro — alme­no fin­ché il guscio ester­no dei cit­ta­di­ni non vie­ne spez­za­to — e rima­ne­re indif­fe­ren­ti di fron­te ai disa­stri ambien­ta­li, ai con­flit­ti e a tut­ti i gra­vi pro­ble­mi che afflig­go­no chi con­si­de­ria­mo altro da noi, per­ché la ter­ra è una e la con­di­vi­dia­mo — insie­me a tut­ti gli altri esse­ri viventi. 


Si con­clu­de così la nostra rubri­ca dedi­ca­ta alla qua­ran­te­na. Tut­ti gli arti­co­li sono repe­ri­bi­li sul nostro sito.

Con­di­vi­di:
Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube
Redazione

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.