George Floyd: postare, parlare, protestare

George Floyd: postare, parlare, protestare
A protester holds a sign with an image of George Floyd during protests Wednesday, May 27, 2020, in Minneapolis against the death of Floyd in Minneapolis police custody earlier in the week. (Christine T. Nguyen/Minnesota Public Radio via AP)

Afroa­me­ri­ca­no. Mor­te. Pre­me­re il ginoc­chio. Sof­fo­ca­men­to.

Que­sti sono sta­ti i ter­mi­ni più uti­liz­za­ti dal­le testa­te inter­na­zio­na­li e nazio­na­li rela­ti­va­men­te alla vicen­da del­la mor­te di Geor­ge Floyd.

Sono però anche spie di un linguaggio che cerca di essere imparziale a ogni costo, anche in momenti in cui l’imparzialità non solo non è necessaria, ma è addirittura dannosa. 

Geor­ge Floyd era un afroa­me­ri­ca­no 46enne che la sera del 25 mag­gio si tro­va­va a Min­nea­po­lis, dove si era tra­sfe­ri­to e dove lavo­ra­va come but­ta­fuo­ri in un night club, Con­ga Latin Bistro. Ori­gi­na­rio di Hou­ston, Texas, Geor­ge era sopran­no­mi­na­to “Big Floyd”, non solo per il suo impo­nen­te fisi­co ma soprat­tut­to per la sua pre­sen­za nel­la comu­ni­tà, una “per­son of pea­ce” – così lo ricor­da il Pasto­re Ngwolo. 

Tut­to è par­ti­to dal­la segna­la­zio­ne fat­ta da un com­mes­so di una tabac­che­ria, Cup Foods, per una pre­sun­ta fal­sa ban­co­no­ta da $20 che Floyd avreb­be uti­liz­za­to per paga­re un pac­chet­to di siga­ret­te. Sareb­be poi ritor­na­to alla sua vet­tu­ra, segui­to dall’impiegato che ave­va chie­sto delu­ci­da­zio­ni rispet­to alla ban­co­no­ta con­se­gna­ta: que­st’ul­ti­mo, non rice­ven­do rispo­ste e dopo aver visto che Floyd è rima­sto in mac­chi­na, ha aller­ta­to le auto­ri­tà loca­li, seguen­do le pro­ce­du­re sta­bi­li­te dal suo luo­go di lavoro. 

Il rac­con­to ora segue due stra­de: quel­la di un pri­mo (fal­so) rap­por­to, e quel­la por­ta­ta alla luce dal­le tele­ca­me­re del nego­zio e dai video ama­to­ria­li dei pas­san­ti. Secon­do la pri­ma, Floyd era under the influen­ce – cioè, in ingle­se, avreb­be assun­to sostan­ze stu­pe­fa­cen­ti – e si sareb­be fisi­ca­men­te oppo­sto agli agen­ti accor­si sul luo­go per veri­fi­ca­re l’accaduto. Le testi­mo­nian­ze video, inve­ce, mostra­no l’uo­mo sce­so dall’autovettura e amma­net­ta­to dagli agen­ti e che avreb­be, da lì a poco, vis­su­to gli ulti­mi istan­ti del­la sua vita

Derek Chau­vin, Tho­mas Lane, Tou Thao, J. Ale­xan­der Kueng: que­sti i nomi dei quat­tro poli­ziot­ti che han­no rispo­sto alla chia­ma­ta del com­mes­so. Il pri­mo, Derek Chau­vin, è sta­to quel­lo che per 8 minu­ti e 46 secon­di “ha pre­mu­to il ginoc­chio” sul col­lo di Floyd il qua­le, incon­tran­do gra­vi dif­fi­col­tà respi­ra­to­rie, pro­nun­cia­va le paro­le già tri­ste­men­te det­te da Eric Gar­ner: «I can’t brea­the». 

Que­sta secon­da veri­tà è emer­sa gra­zie a una ragaz­za 17enne, Dar­nel­la Fra­zier, che ha fat­to quel­lo che mol­to pro­ba­bil­men­te avrem­mo fat­to tut­ti: gira­to un video con il pro­prio smart­pho­ne. Que­sto è diven­ta­to vira­le, anche gra­zie a Ste­ven Jack­son, ex gio­ca­to­re NBA cre­sciu­to con Floyd: i due si chia­ma­va­no a vicen­da “twin”, per una cer­ta somi­glian­za e soprat­tut­to per il lega­me affet­ti­vo che li univa. 

Jack­son si è rivol­to a Shaun King, co-fon­da­to­re del­la piat­ta­for­ma Real Justi­ce e atti­vi­sta soprat­tut­to all’interno del movi­men­to #Blac­kLi­ve­sMat­ter. È sta­to lui a crea­re la peti­zio­ne e pre­di­spor­re un cen­tra­li­no con l’obiettivo di far arre­sta­re i quat­tro poli­ziot­ti coin­vol­ti: men­tre la gen­te si atti­va­va chia­man­do e fir­man­do peti­zio­ni, le stra­de di Min­nea­po­lis si sono riem­pi­te di altret­tan­ti mani­fe­stan­ti che chie­de­va­no la stes­sa giu­sti­zia per Floyd. 

Si è così fati­co­sa­men­te arri­va­ti all’arresto solo di Chau­vin per “mur­der in the third degree” e “man­slaughter in the second degree”. 

Fon­te: Min­ne­so­ta District Court

Per­ché fati­co­sa­men­te? Il demo­cra­ti­co Michael Free­man, pro­cu­ra­to­re distret­tua­le del­la Con­tea di Hen­ne­pin, che può arre­sta­re e far sì che una sen­ten­za ven­ga pro­nun­cia­ta per i quat­tro ex agen­ti, il 28 mag­gio, a ormai tre gior­ni dall’accaduto, si pro­nun­cia­va anco­ra così:

It is a vio­la­tion of my ethics to talk and eva­lua­te evi­den­ce befo­re we announ­ce our char­ging deci­sion. And I will not do that. I will say this, that video is gra­phic and hor­ri­fic and ter­ri­ble and no per­son should do that. But my job in the end is to pro­ve he vio­la­ted a cri­mi­nal sta­tu­te. And the­re is other evi­den­ce that does not sup­port a cri­mi­nal char­ge. We need to wade throu­gh all of that evi­den­ce and come to a mea­ning­ful deci­sion and we are doing that to the best of our ability. 

È stato detto che ciò che è successo a George Floyd ha riaperto la discussione sul razzismo negli Stati Uniti, che ha riportato alla luce un problema. Ma non è così. 

Un uomo afroa­me­ri­ca­no giu­sti­zia­to in pie­no gior­no da chi, per leg­ge, dovreb­be rap­pre­sen­ta­re uno Sta­to e difen­der­ne tut­ti i suoi cit­ta­di­ni, è la spa­ven­to­sa real­tà con cui con­vi­vo­no gli afroa­me­ri­ca­ni di quel­la che vie­ne apo­stro­fa­ta come la pri­ma poten­za mondiale.

Ogni vol­ta che emer­go­no video di que­sto tipo, è spa­ven­to­sa­men­te cri­stal­li­no come le azio­ni degli agen­ti sia­no acco­mu­na­te da un com­por­ta­men­to nei con­fron­ti del­le per­so­ne di colo­re che sem­bra ripe­ter­si qua­si come fos­se pras­si comune.

Ogni vol­ta seguo­no rea­zio­ni mediatiche.

E, ogni vol­ta, la nar­ra­zio­ne dei media tra­di­zio­na­li ten­de a uti­liz­za­re un lin­guag­gio il più impar­zia­le pos­si­bi­le, det­ta­to – a loro dire – da una volon­tà di equi­di­stan­za dal­le par­ti. In real­tà, que­sto è il risul­ta­to di un cer­to tipo di atteg­gia­men­to e pre­di­spo­si­zio­ne insi­ti nel nostro back­ground cul­tu­ra­le, asso­lu­ta­men­te da eliminare. 

Si par­te da scel­te lin­gui­sti­che sem­pli­ci: Geor­ge Floyd non è “Geor­ge Floyd” ma “l’afroamericano”; Derek Chau­vin non “sof­fo­ca”, non “ucci­de”, ma “pre­me il ginoc­chio”. La sper­so­na­liz­za­zio­ne del­la vit­ti­ma por­ta l’ascoltatore a met­te­re in secon­do pia­no la par­te­ci­pa­zio­ne emo­ti­va; inol­tre le for­mu­le di atte­nua­zio­ne che descri­vo­no il bru­ta­le omi­ci­dio ten­do­no a ren­de­re più soft la per­ce­zio­ne del fatto. 

Unendo i puntini, ci troviamo davanti a una narrazione edulcorata che non intende fare i conti con le cause reali né evidenzia la gravità dei fatti: anzi li dipinge come la triste norma davanti a cui poco c’è da fare.

Se a que­sto si aggiun­ge una scar­sa pre­di­spo­si­zio­ne all’educazione per­so­na­le, nes­su­no vor­rà né sen­ti­rà il biso­gno di cer­ca­re di capi­re una con­di­zio­ne lon­ta­na dal­la pro­pria posi­zio­ne di pri­vi­le­gio. Ciò sarà accen­tua­to anche dal­le moda­li­tà di rac­con­to dai toni e dai colo­ri mol­to più acce­si del­le rispo­ste: il Pre­si­den­te degli Sta­ti Uni­ti che defi­ni­sce i mani­fe­stan­ti “THUGS”, gli atti che sono “van­da­li­ci”, le pro­te­ste che sono “vio­len­te” e “fuo­ri controllo”. 

Tut­te espres­sio­ni che, però, pie­ga­no la real­tà dei fat­ti: per­ché, se pure è vero che Min­nea­po­lis è ora a fer­ro e fuo­co, i cor­tei sono par­ti­ti come dei paci­fi­ci radu­ni ma, a segui­to degli inter­ven­ti vio­len­ti del­le for­ze dell’ordine, si sono poi effet­ti­va­men­te tra­sfor­ma­ti in pro­te­ste violente. 

Si è addi­rit­tu­ra arri­va­ti all’arre­sto di un repor­ter lati­noa­me­ri­ca­no del­la CNN, Omar Jime­nez, e del­la sua crew che secon­do la poli­zia avreb­be­ro neces­si­ta­to di iden­ti­fi­ca­zio­ne. L’ennesimo ten­ta­ti­vo di nega­zio­ne dei fat­ti: abbia­mo assi­sti­to tut­ti al momen­to in cui il gior­na­li­sta si iden­ti­fi­ca e vie­ne amma­net­ta­to in diret­ta televisiva.

Nell’era in cui è possibile cercare di ottenere giustizia postando un video come quello pubblicato da Darnella Frazier, il ruolo delle piattaforme social diventa fondamentale. 

La pos­si­bi­li­tà di posta­re con­te­nu­ti diret­ti e non media­ti, da un cit­ta­di­no all’altro, fa sì che la real­tà dei fat­ti ven­ga a gal­la in manie­ra mol­to più velo­ce e imme­dia­ta. Non solo: un hash­tag che rim­bal­za in modo mar­tel­lan­te su Twit­ter, un video che gira sen­za sosta su Insta­gram, una foto che vie­ne ricon­di­vi­sa da un nume­ro di per­so­ne che cre­sce espo­nen­zial­men­te su Face­book, sono un pun­to di par­ten­za impor­tan­tis­si­mo per far sì che anche chi non ha la voglia di edu­car­si da solo pos­sa veni­re a cono­scen­za di cosa sta succedendo. 

Anco­ra più impor­tan­ti, quin­di, diven­ta­no i sem­pre più chiac­chie­ra­ti “influen­cers”: sfrut­ta­re le gran­dis­si­me piat­ta­for­me che han­no a dispo­si­zio­ne per par­la­re a un pub­bli­co ampio, che si fida del­la per­so­na da cui pro­vie­ne il mes­sag­gio, è un pri­vi­le­gio. Lo stes­so pri­vi­le­gio che dovreb­be esse­re costan­te­men­te mes­so al ser­vi­zio di chi anco­ra non è ascoltato. 

Non è di cer­to una novi­tà il fat­to che la cul­tu­ra afroa­me­ri­ca­na abbia rap­pre­sen­ta­to per decen­ni la pos­si­bi­li­tà, per chi gode di un cer­to sta­tus, di mone­tiz­za­re usi e costu­mi che non sono i pro­pri: moda, musi­ca, cine­ma, fino ad arri­va­re ai famo­si casi di appro­pria­zio­ne culturale. 

Come mini­mo ci si aspet­te­reb­be che chi ha attin­to e attin­ge da que­sta cul­tu­ra, dai brand alle per­so­ne comu­ni, rico­no­sca che non sia abba­stan­za ricor­re­re ai ripa­ri nascon­den­do­si die­tro alla bana­li­tà del “non sono razzista”. 

Un’affermazione simile è come una fan art di George Floyd condivisa nelle storie su Instagram: non cambierà nulla. 

O meglio, ben ven­ga qual­sia­si mani­fe­sta­zio­ne di inten­ti, a pat­to che que­sta por­ti del­le azio­ni con­cre­te: se ne deve par­la­re a tavo­la, con gli ami­ci, a scuo­la, in uni­ver­si­tà, si deve rico­no­sce­re e sfrut­ta­re la pro­pria posi­zio­ne di pri­vi­le­gio in modo da riu­sci­re ad ampli­fi­ca­re la voce di chi deve anco­ra com­bat­te­re bat­ta­glie vio­len­te per ave­re rico­no­sciu­ti dei dirit­ti fondamentali. 

Come quello di essere tutelato dalla polizia: la stessa che ora per un afroamericano può essere sinonimo di morte. 

A Min­nea­po­lis sta già acca­den­do in modo con­cre­to: i mani­fe­stan­ti bian­chi si sono schie­ra­ti di fron­te alla poli­zia in asset­to anti­som­mos­sa a pro­te­zio­ne dei mani­fe­stan­ti di colo­re, coscien­ti del fat­to che le for­ze dell’ordine sono meno incli­ni a usa­re con loro la vio­len­za riser­va­ta ai loro concittadini. 

Fon­te: Twitter

Nel frat­tem­po, le pro­te­ste sono anda­te ben oltre Min­nea­po­lis con i mani­fe­stan­ti che si sono spin­ti fino a distrug­ge­re vei­co­li del­la poli­zia, per esem­pio ad Atlan­ta e New York. Un 19enne è mor­to a Detroit e ci sono sta­ti scon­tri anche davan­ti alla Casa Bian­ca. Come sot­to­li­nea il New York Times ripor­tan­do alcu­ne paro­le di ragaz­zi pre­sen­ti alle mani­fe­sta­zio­ni di Man­hat­tan, c’è la volon­tà di voler far par­te del­la sto­ria, si sen­te il desi­de­rio di far par­te del cam­bia­men­to. E in que­sto momen­to per loro il miglior modo per far­lo è scen­de­re in stra­da.

Anche in Ita­lia, a Mila­no, vener­dì un grup­po di per­so­ne si è pre­sen­ta­to davan­ti all’ambasciata ame­ri­ca­na in via Prin­ci­pe Ame­deo (Con­so­la­to Gene­ra­le USA).

Fon­te: Twitter

Anche dal­l’al­tra par­te del mon­do si può chie­de­re giu­sti­zia per Geor­ge Floyd: si può e si deve por­ta­re nel­la nostra quo­ti­dia­ni­tà un pro­ble­ma dal qua­le trop­po spes­so ci dis­so­cia­mo in manie­ra codar­da e menefreghista. 

Per que­sto ricor­dia­mo che attual­men­te sono atti­vi nume­ro­si sitinume­ri di tele­fo­no tra­mi­te i qua­li si può sfrut­ta­re il pro­prio pri­vi­le­gio nel­l’u­ni­ca manie­ra in cui andreb­be sfrut­ta­to: non rima­nen­do indifferenti. 

Su blacklivesmatters.carrd.co si pos­so­no tro­va­re tut­te le infor­ma­zio­ni più aggior­na­te e com­ple­te per atti­var­si e pren­de­re par­te al movimento.

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Valentina Testa
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Vado in cri­si quan­do mi si chie­de di scri­ve­re una bio, in par­ti­co­la­re la mia, per­ché ho una lista infi­ni­ta di cose che mi piac­cio­no e una lista infi­ni­ta di cose che odio. Basti sape­re che mi pia­ce scri­ve­re attin­gen­do da entrambe.
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Mi chia­mo Sil­via vir­go­la Mari­sa, sono qui per rispon­de­re a chi mi chie­de cosa voglio fare dopo l’università.

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