L’eredità di Ian Curtis a 40 anni dalla morte

Fonte: auralcrave.com

Mori­va il 18 mag­gio 1980 a soli 23 anni la sto­ri­ca voce dei Joy Divi­sion. L’e­re­di­tà lascia­ta in soli tre anni di atti­vi­tà è immen­sa e ha influen­za­to inte­re gene­ra­zio­ni di musicisti. 

Qua­ran­t’an­ni fa la moglie Debo­rah tro­vò Ian Cur­tis impic­ca­to nel­la cuci­na del­la sua casa. Era il gior­no pri­ma del­la par­ten­za del­la band per il pri­mo tour negli Sta­ti Uni­ti. Debo­rah ha rac­con­ta­to nel libro Tou­ching From a Distan­ce che secon­do lei Ian ave­va accet­ta­to di par­ti­re per il tour non per accon­ten­ta­re i suoi com­pa­gni e la Fac­to­ry Records, l’e­ti­chet­ta con cui ave­va fir­ma­to, ma per­ché sape­va già che lui non sareb­be mai sali­to sull’aereo.

La figlia Nata­lie, che oggi fa la foto­gra­fa, e i mem­bri dei Joy Divi­sion sosten­ne­ro che la col­pa fu del­le medi­ci­ne che pren­de­va per com­bat­te­re l’e­pi­les­sia (tra que­sti il feno­bar­bi­to­ne, un far­ma­co con poten­ti effet­ti col­la­te­ra­li), col­pe­vo­li di aver­gli tol­to la voglia di vive­re. Di fat­to, Ian e la moglie era­no in cri­si anche per via del­la sua rela­zio­ne con la gior­na­li­sta Annik Hono­ré, incon­tra­ta nell’ottobre pre­ce­den­te dopo un con­cer­to a Bru­xel­les. E non a caso Love will tear us apart (L’amore ci distrug­ge­rà), tra i tito­li più famo­si del­le sue can­zo­ni, è la fra­se che la moglie farà inci­de­re sul­la sua tom­ba a Macclesfield.

Come si dice­va, Ian Cur­tis sco­prì gio­va­nis­si­mo di sof­fri­re di epi­les­sia, malat­tia che ave­va già cono­sciu­to per via di un inca­ri­co che rico­prì come assi­sten­te socia­le in un cen­tro di Mac­cle­sfield per l’as­si­sten­za ai disa­bi­li. Tra i suoi assi­sti­ti c’e­ra infat­ti una ragaz­za che sof­frì di que­sta malat­tia fin­ché un gior­no non si pre­sen­tò all’ap­pun­ta­men­to: era mor­ta. Ian scri­ve­rà così una tra le can­zo­ni-mani­fe­sto del­la band, She’s Lost Con­trol (Lei ha per­so il con­trol­lo) che can­te­rà sul pal­co miman­do in una dan­za maca­bra i sin­to­mi del­la malat­tia. Non si sa di pre­ci­so se le luci dei club in cui si esi­bi­va gli pro­vo­cas­se­ro dav­ve­ro del­le crisi. 

Di cer­to il tut­to con­tri­bui­va a quel­l’ap­pel­la­ti­vo di “dark” che la cri­ti­ca avreb­be poi affib­bia­to al par­ti­co­la­re sound post-punk del­la band, carat­te­ri­sti­ca che risul­ta evi­den­te se si con­fron­ta­no i Joy Divi­sion agli altri prin­ci­pa­li grup­pi post-punk di que­gli anni: Siou­x­sie and the Ban­shees, the Cure, Bau­haus. Ciò non toglie che qual­che grup­po del­la sce­na sia rima­sto da subi­to pro­fon­da­men­te influen­za­to dal sound maca­bro dei Joy Divi­sion, in par­ti­co­la­re dal ruo­lo pri­ma­rio riser­va­to alle linee di bas­so, for­se la carat­te­ri­sti­ca che più con­tri­bui­va a crea­re quel­l’at­mo­sfe­ra dark. È il caso di Faith (1981), il ter­zo album dei the Cure, mol­to più cupo dei pre­ce­den­ti già a par­ti­re dal­la trac­cia d’esordio The Holy Hour.

L’at­ti­tu­di­ne dark dei Joy Divi­sion con­tri­buì, for­se più che in ogni altra band, a svi­lup­pa­re un sound rock mol­to più cupo, tal­vol­ta deno­mi­na­to “gothic rock”. L’e­re­di­tà di que­sto gene­re è immen­sa è arri­va fino ai nostri gior­ni, aven­do influen­za­to for­te­men­te tut­ta la sce­na alter­na­ti­va, tra cui grup­pi come i Pixies e gli Sma­shing Pum­p­kins.

Ma l’e­re­di­tà dei Joy Divi­sion non si fer­ma qui. I com­pa­gni super­sti­ti fon­da­ro­no infat­ti un nuo­vo grup­po, i New Order, che ben pre­sto con­ta­mi­na­ro­no il loro sound post-punk con bat­te­rie e sin­te­tiz­za­to­ri elet­tro­ni­ci tipi­ci del­la musi­ca dan­ce: tra i bra­ni più cele­bri, che con­tri­bui­ro­no a dif­fon­de­re in tut­to il mon­do il nuo­vo gene­re, tro­via­mo Blue Mon­day del 1983. Que­sto con­te­sto segnò for­te­men­te band come i Depe­che Mode, il cui album for­se più famo­so, Vio­la­tor (1990), che con­tie­ne le hit mon­dia­li Per­so­nal Jesus e Enjoy the Silen­ce, ne risul­tò for­te­men­te influen­za­to; ma ha anche con­tri­bui­to a dif­fon­de­re un cer­to tipo di musi­ca elettronica. 

Per certi versi si può dunque affermare che senza Ian Curtis e i Joy Division la musica elettronica non avrebbe conosciuto gli sviluppi importanti a cui abbiamo assistito alla fine del secolo scorso.

Per quan­to riguar­da l’at­ti­tu­di­ne dark, qua­si depres­sa di Ian, che per­va­de in pri­mis i testi del­le sue can­zo­ni, non si può non men­zio­na­re Kurt Cobain come uno degli ado­le­scen­ti che negli anni suc­ces­si­vi ne risen­ti­ro­no. Nei testi dei Nir­va­na ritro­via­mo innan­zi­tut­to la for­te ripe­ti­ti­vi­tà che carat­te­riz­za­va i testi di Ian, a testi­mo­nia­re per­lo­più la voglia di mani­fe­sta­re il pro­prio disa­gio inte­rio­re: è il caso di Sli­ver, in cui Kurt ripe­te inces­san­te­men­te Grand­ma take me home (Non­na, por­ta­mi a casa). Ma ad ispi­ra­re Kurt furo­no soprat­tut­to le imma­gi­ni dal valo­re for­te­men­te sim­bo­li­co di cui Ian face­va gran­de uso per sot­to­li­nea­re l’in­co­mu­ni­ca­bi­li­tà dei pro­pri sen­ti­men­ti, come quel­le lega­te alla lumi­no­si­tà, o più spes­so all’assen­za di luce. Scri­ve­va Ian Cur­tis nel testo di Sha­do­w­play (Unk­no­wn Plea­su­res, 1979):

To the cen­tre of the city whe­re all roads meet, wai­ting for you
Nel cen­tro del­la cit­tà dove tut­te le stra­de si incon­tra­no ti aspet­to

To the dep­ths of the ocean whe­re all hopes sank, sear­ching for you
Nel­le pro­fon­di­tà del­l’o­cea­no dove tut­te le spe­ran­ze spro­fon­da­no ti cer­co

I was moving throu­gh the silen­ce without motion, wai­ting for you
Mi muo­ve­vo nel silen­zio sen­za movi­men­to aspettandoti

In a room with a win­dow in the cor­ner I found truth   In una stan­za sen­za fine­stra ho tro­va­to la veri­tà in un angolo

Can­te­rà Kurt nel bra­no Lithium (Never­mind, 1991):

Sun­day mor­ning is eve­ry­day, for all I care
È ogni gior­no dome­ni­ca mat­ti­na per quel che mi inte­res­sa

And I’m not sca­red
E non sono spa­ven­ta­to

Light my cand­les in a daze
Accen­do le mie can­de­le in uno stor­di­men­to

’Cau­se I’ve found God
Per­ché ho tro­va­to Dio

E in Dumb (In Ute­ro, 1993):

I’m not like them but I can pre­tend
Non sono come loro ma pos­so fin­ge­re

The sun is gone but I have a light
Il sole se ne sia anda­to ma ho una luce

The day is done but I’m having fun
Il gior­no è fini­to ma mi sto diver­ten­do

I think I’m dumb or may­be I’m just hap­py
Pen­so di esse­re stu­pi­do o for­se sono sem­pli­ce­men­te felice

L’eredità di Ian Cur­tis è mol­to vasta e inci­se pro­fon­da­men­te negli svi­lup­pi del­la musi­ca rock. Rol­ling Sto­nes ha par­la­to in un arti­co­lo di «tut­ti i figli di Ian Cur­tis», a testi­mo­nia­re la  pater­ni­tà del­l’ar­ti­sta nei con­fron­ti di mol­te del­le pro­du­zio­ni degli anni seguen­ti. Tra gli arti­sti che lo cele­bra­ro­no tro­via­mo anche gli ita­lia­ni Afte­rhours nel­la cele­bre cover di Sha­do­w­play, la cui eti­chet­ta indi­pen­den­te Vox Pop pub­bli­cò, nel 1990, il tri­bu­to Some­thing About Joy Divi­sion affi­da­to alle band del pro­prio cata­lo­go (di cui appun­to gli Afte­rhours face­va­no parte). 

Ad oggi Peter Hook, il bas­si­sta dei Joy Divi­sion, cele­bra anco­ra la memo­ria di Ian e dei Joy Divi­sion suo­nan­do le loro can­zo­ni in nume­ro­si con­cer­ti. Nel 2010 fon­dò infat­ti una pro­pria band, Peter Hook and The Light, di cui è can­tan­te e bas­si­sta, che esor­dì il 18 mag­gio del­lo stes­so anno pro­prio in un con­cer­to a Man­che­ster in occa­sio­ne dei tren­t’an­ni del­la sua scom­par­sa. Tre anni dopo il bas­si­sta pub­bli­cò anche il libro Unk­no­wn Plea­su­res — Insi­de Joy Divi­sion (edi­to in Ita­lia nel 2014 come Joy Divi­sion — Tut­ta la sto­ria) dove rac­con­ta la nasci­ta e l’e­vo­lu­zio­ne dei Joy Divi­sion non a caso fino alla mor­te di Ian Curtis. 

La scom­par­sa pre­ma­tu­ra di Ian pro­vo­cò infat­ti un vero e pro­prio shock gene­ra­zio­na­le nei suoi fans (e ovvia­men­te, nei suoi com­pa­gni) non­ché la fine di un’e­ra. Tan­to che, a qua­ran­t’an­ni dal­la mor­te, sia­mo anco­ra qui a ricor­dar­lo ascol­tan­do le sue canzoni. 

(Peter Hook and the Light, Sha­do­w­play, 2015)

Fon­te: Tra­ge­die e miste­ri del Rock’n’ Roll, Miche­le Pri­mi, Edi­zio­ni Whi­te Star, Nova­ra, 2014.

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Laura Colombi
Mi pon­go doman­de e dif­fon­do le mie idee attra­ver­so la scrit­tu­ra e la musi­ca, che sono le mie passioni.

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