Tarantino e Refn: la potenza della parola e dell’immagine nel cinema

Tarantino e Refn: la potenza della parola e dell'immagine nel cinema

Il cine­ma è uno dei rari mez­zi espres­si­vi e nar­ra­ti­vi capa­ce di lega­re la paro­la all’imma­gi­ne, due lin­guag­gi oppo­sti e dis­so­nan­ti, ma che insie­me susci­ta­no sen­sa­zio­ni uni­che e diver­se rispet­to a ogni altro medium. 

Un buon bilan­cia­men­to tra sce­neg­gia­tu­ra e foto­gra­fia è spes­so il mix per­fet­to per ren­de­re un film godi­bi­le, intrat­te­nen­te e inte­res­san­te; ma anche una net­ta pola­riz­za­zio­ne di uno dei due aspet­ti può garan­ti­re lo stes­so risul­ta­to o riu­sci­re anche a miglio­ra­re il pro­dot­to finale. 

Due regi­sti che nell’ultimo ven­ten­nio han­no più spe­ri­men­ta­to con il lin­guag­gio cine­ma­to­gra­fi­co sono Quen­tin Taran­ti­no con la paro­la e Nico­las Win­ding Refn con l’immagine.

Chi dei due è riuscito maggiormente a trasmettere il suo intento? È più potente un’immagine incredibile o una frase memorabile?

Taran­ti­no è un otti­mo regi­sta tec­ni­co-visi­vo e lo dimo­stra in ogni suo lavo­ro, ma la paro­la è sem­pre al pri­mo posto e que­sto lo por­ta pro­prio a pre­sen­tar­si al gran­de pub­bli­co con un film basa­to esclu­si­va­men­te sul­la sce­neg­gia­tu­ra, Le iene, un rac­con­to fram­men­ta­to e non linea­re di un grup­po di rapi­na­to­ri.  La regia è total­men­te e volon­ta­ria­men­te invi­si­bi­le per dare spa­zio alla carat­te­riz­za­zio­ne e l’approfondimento dei per­so­nag­gi prin­ci­pa­li, e per por­re l’attenzione su ciò che vie­ne det­to e non su cosa l’occhio vede.

I pro­get­ti suc­ces­si­vi, soprat­tut­to Pulp Fic­tion e i due volu­mi di Kill Bill, sono la per­fet­ta riu­sci­ta del­la con­ce­zio­ne fil­mi­ca del regi­sta ame­ri­ca­no. La nar­ra­zio­ne è com­ple­ta­men­te disu­ni­ta e irre­go­la­re, divi­sa spes­so in capi­to­li come un roman­zo: si arri­va da un pun­to A a un pun­to B, mai in modo cro­no­lo­gi­co ma andan­do con­ti­nua­men­te avan­ti e indie­tro nell’arco del­la nar­ra­zio­ne, chiu­den­do poi il tut­to come un cer­chio perfetto. 

Tutte dimostrazioni del fatto che il fulcro dei suoi lavori non è solo la trama in sé, ma il modo in cui viene raccontata: sono i dialoghi e le interazioni tra i personaggi a essere la base portante dei film di Tarantino. 

A col­pi­re lo spet­ta­to­re è il rap­por­to mala­to e tra­va­glia­to tra Bill e la pro­ta­go­ni­sta, le infi­ni­te con­ver­sa­zio­ni tra i pro­ta­go­ni­sti di Pulp Fic­tion costrui­te alla per­fe­zio­ne per far­ci entra­re nel­le testa di Samuel L. Jack­son e John Tra­vol­ta. Sono pro­prio i loro infi­ni­ti discor­si sui pie­di fem­mi­ni­li o sui mira­co­li divi­ni a esse­re gli asso­lu­ti pro­ta­go­ni­sti.

Nei suoi ulti­mi due pro­get­ti, The Hate­ful Eight e Once Upon a Time in Hol­ly­wood, la tra­ma è anco­ra più ridot­ta al mini­mo: l’attenzione è total­men­te foca­liz­za­ta sul rap­por­to tra gli otto per­so­nag­gi chiu­si nel­la bai­ta e tra Rick Dal­ton (Leo­nar­do Di Caprio) e Cliff Booth (Brad Pitt). Ciò che avvie­ne attor­no ser­ve solo a fare da sfon­do alle loro rifles­sio­ni e la paro­la ha lo sco­po di tra­smet­ter­lo a chi ascol­ta. I dia­lo­ghi e i mono­lo­ghi dei per­so­nag­gi taran­ti­nia­ni entra­no vio­len­te­men­te nel­la testa dell’ascoltatore per­ché il signi­fi­ca­to di ciò che dico­no è chia­ro e arri­va imme­dia­ta­men­te, sen­za nes­sun filtro.

Tutt’altra sto­ria è il cine­ma di Refn, in cui quel­lo che è qua­si invi­si­bi­le è pro­prio la paro­la, che lascia il posto a una serie di sequen­ze foto­gra­fi­che incredibili. 

Tut­ti i suoi lavo­ri sono carat­te­riz­za­ti da incre­di­bi­li shot di came­ra, movi­men­ti di mac­chi­na len­ti e rifles­si­vi, inqua­dra­tu­re ricer­ca­te e gio­chi di luce, andan­do pro­prio a por­si su un pia­no espo­si­ti­vo diver­so rispet­to a Tarantino. 

A par­la­re non sono più i per­so­nag­gi, ma è tut­to quel­lo che acca­de intor­no a loro: le loro sen­sa­zio­ni ed emo­zio­ni sono espres­se tra­mi­te i colo­ri e le imma­gi­ni che li accom­pa­gna­no duran­te la nar­ra­zio­ne. La sce­neg­gia­tu­ra e la tra­ma sono ridot­te al mini­mo, para­dos­sal­men­te sono loro a esse­re uti­liz­za­te da sfondo. 

Quello di Refn è un tributo estremo all’estetica, ma non è mai fine a se stesso: ogni immagine, colore e carrellata di macchina è al posto giusto per farci andare oltre ciò che vediamo. 

La sfi­la­ta di The Neon Demon , le mani in Only God For­gi­ves e la per­fet­ta sim­me­tria dei qua­dran­ti di Dri­ve sono sim­bo­li espli­ci­ti che van­no total­men­te a sosti­tui­re ogni tipo di paro­la, che in quel con­te­sto diven­te­reb­be super­flua, per­ché tut­to è già rac­con­ta­to alla per­fe­zio­ne.

Il pro­get­to che rac­chiu­de ed espri­me a pie­no la poe­ti­ca di Refn è Too Old to Die Young, una serie tv uni­ca e irri­pe­ti­bi­le usci­ta nel 2019. In una Los Ange­les vuo­ta e sur­rea­le un poli­ziot­to vuo­le eli­mi­na­re il male, ma sul­la sua stra­da incon­tre­rà la vio­len­za e la cru­del­tà del car­tel­lo mes­si­ca­no che domi­na la cit­tà. Anche qui la tra­ma è solo un espe­dien­te per rac­con­ta­re emo­zio­ni, sen­sa­zio­ni e rifles­sio­ni tra­mi­te l’immagine. I per­so­nag­gi li cono­scia­mo tra­mi­te i loro silen­zi inter­mi­na­bi­li, i colo­ri che li accom­pa­gna­no duran­te i loro movi­men­ti e le azio­ni che com­pio­no. Il loro vero io vie­ne a gal­la tra­mi­te le loro più pro­fon­de per­ver­sio­ni e Refn non ha pau­ra di mostra­re sce­ne di necro­fi­lia e ince­sti che col­pi­sco­no più di qual­sia­si discor­so o monologo.

La differenza sostanziale tra questi due linguaggi sta nell’impatto che essi hanno sullo spettatore. 

La paro­la appar­tie­ne al mon­do dell’astratto, ma a noi arri­va in modo chia­ro e con­cre­to al cer­vel­lo; l’imma­gi­ne sem­bra più con­cre­ta, tan­gi­bi­le, ma col­pi­sce l’inconscio e quin­di ha biso­gno di un ragio­na­men­to più com­ples­so e sog­get­ti­vo, neces­si­ta di una rifles­sio­ne diver­sa rispet­to a quel­la com­piu­ta par­ten­do da un pro­fon­do monologo.

Sono lin­guag­gi tal­men­te diver­si che rie­sco­no a pro­vo­ca­re emo­zio­ni oppo­ste: per que­sto è impos­si­bi­le decre­ta­re qua­le sia la più fun­zio­na­le per il cine­ma poi­ché entram­be agi­sco­no alla perfezione. 

Refn e Tarantino si presentano allora come quel tipo di regista che amiamo o odiamo nel momento in cui qualsiasi linguaggio portato all’estremo può risultare troppo polarizzato e dannoso per il proprio scopo. 

Un aspet­to in comu­ne però ce l’han­no, ed è la tota­le liber­tà con cui pro­du­co­no i loro lavo­ri. Nien­te si mostra come costrit­ti­vo e for­za­to, i lun­ghi silen­zi ref­nia­ni, gli infi­ni­ti dia­lo­ghi taran­ti­nia­ni e le sue sce­ne fina­li sono il risul­ta­to di un pro­ces­so crea­ti­vo sen­za nes­su­na limi­ta­zio­ne, ognu­no uti­liz­zan­do il lin­guag­gio che più li rispecchia. 

Non ne esi­ste uno giu­sto o sba­glia­to: esi­ste il modo in cui vie­ne ado­pe­ra­to e i film di que­sti due regi­sti ne sono la dimostrazione.

Con­di­vi­di:
Federico Metri
Assi­duo let­to­re, appas­sio­na­to di cine­ma e osser­va­to­re del mon­do. Comu­ni­co attra­ver­so una scrit­tu­ra per­so­na­le e sen­za filtri.

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