“The Lighthouse” di Robert Eggers, la giovane rivelazione dell’horror

"The Lighthouse" di Robert Eggers, la giovane rivelazione dell’horror

Il poe­ta bri­tan­ni­co S. T. Cole­rid­ge ricor­da, nel suo famo­so rac­con­to La bal­la­ta del vec­chio mari­na­io, cosa signi­fi­ca atti­ra­re la sven­tu­ra tra i mari­nai: è un’in­vi­si­bi­le cala­mi­tà che, come un mor­bo, si insi­nua tra le file del­l’e­qui­pag­gio, li smem­bra, li tor­tu­ra, e chi non è trop­po impe­gna­to a mori­re, impazzisce.

The Lighthou­se — film hor­ror di Robert Eggers pre­sen­ta­to al Festi­val di Can­nes 2019, e venu­to alla luce quat­tro anni dopo l’ac­cla­ma­tis­si­mo The Witch (reso gra­fi­ca­men­te The Vvitch) — è un pro­dot­to che in Ita­lia non cono­sce anco­ra distri­bu­zio­ne e che, tra­la­scian­do l’attuale situa­zio­ne COVID-19, non sem­bra ave­re trop­po futu­ro. Pec­ca­to, per­ché la para­bo­la del­la mito­lo­gia mari­na­re­sca è solo uno dei tan­ti capi­to­li luci­da­men­te rap­pre­sen­ta­ti in que­sta pellicola. 

La tra­ma si con­cen­tra su due per­so­nag­gi: l’as­si­sten­te, più schia­vo che aiu­tan­te, Eph­raim Win­slow (Robert Pat­tin­son), e il lupo di mare Tho­mas Wake (Wil­lem Dafoe); entram­bi sono desti­na­ti a un iso­la­men­to volon­ta­rio di quat­tro set­ti­ma­ne su una sco­glie­ra per fare da guar­dia a un faro. Con il pas­sa­re dei gior­ni il tem­po peg­gio­ra e ciò impe­di­sce ogni con­tat­to con la terraferma.

Nella lunga e angosciante attesa, i due protagonisti dovranno evitare di scivolare nella pazzia febbrile e cercare di sopravvivere nonostante le numerose avversità.

La sto­ria è tipi­ca del cine­ma mon­dia­le: già Scor­se­se (Shut­ter Island), Kubrick (The Shi­ning) e altre gran­di fir­me han­no per­lu­stra­to gli effet­ti che alla lun­ga cau­sa la paz­zia da iso­la­men­to. Eggers deci­de però di dare un pro­prio toc­co auto­ria­le alla sce­na, anche se auto­re (anco­ra) non è, adot­tan­do un bian­co nero e un for­ma­to vici­no ai cano­ni­ci 3:4, i qua­li dram­ma­ti­ca­men­te si appli­ca­no con un tono goti­co e tipi­ca­men­te Wieneniano. 

La sce­neg­gia­tu­ra caval­ca inol­tre il cli­ché ame­ri­ca­no del rap­por­to ser­vo-padro­ne, che però tro­va nel fina­le uno stra­vol­gi­men­to inten­so. Infat­ti, tut­ta la suc­ces­sio­ne di dia­lo­ghi tra Win­slow e Wake con­clu­do­no, in un cre­scen­do ango­scian­te, un con­cet­to già affron­ta­to nel cita­to The Witch, che mostra la volon­tà del gio­va­ne regi­sta di rico­no­scer­si in uno sti­le suo con un gusto vaga­men­te espressionista. 

Tra i sem­pre­ver­di c’è pure Dafoe, atto­re di altri tem­pi, che veste i pan­ni di un uomo alla sua capi­to­lan­te dram­ma­ti­ci­tà. Rive­la la sua rom­ban­te asce­sa, inve­ce, Robert Pat­tin­son che da pro­ta­go­ni­sta-anta­go­ni­sta, per Eggers, fa nota­re il suo tra­sfor­mi­smo cine­ma­to­gra­fi­co. Insie­me for­ma­no una cop­pia fun­zio­nan­te, avvin­ghia­ta, riu­scen­do a soste­ne­re una non faci­le sce­neg­gia­tu­ra, spes­so e volen­tie­ri pie­na di cita­zio­ni: Mel­vil­le (tra l’al­tro ripor­ta­to espli­ci­ta­men­te), Poe, Tur­ner, Caravaggio. 

Tali sfu­ma­tu­re cul­tu­ra­li e bibli­che, dan­do alla tra­ma una cor­ni­ce oni­ri­ca, ten­do­no a tra­sfor­mar­si, cul­mi­nan­do in un fina­le schi­zo­fre­ni­co ma bril­lan­te. Il faro oltre­mo­do è un mirag­gio, un para­di­so irrag­giun­gi­bi­le in cui la luce acce­can­te è sal­vi­fi­ca e allo stes­so tem­po puni­ti­va, un sole che casti­ga l’Icaro più testar­do e il più avventato.

Eggers alla sua secon­da ope­ra si dimo­stra ambi­zio­so, ten­ta di arri­va­re dove altri non pro­ve­reb­be­ro nem­me­no; riem­pie il pic­co­lo spa­zio con una regia misu­ra­ta al mil­li­me­tro e una foto­gra­fia impe­tuo­sa, tra­sfor­man­do il pano­ra­ma del­la sco­glie­ra in irreal­tà misti­ca, mischia­ta a ine­brian­te e incon­trol­la­bi­le pazzia. 

Sempre rispettando iconiche caratteristiche, lo scrittore-regista, amplia i suoi studi sulle leggende popolari, trasponendole al cinema in maniera eccellente. 

La sua con­ce­zio­ne di cine­ma del­l’or­ro­re si dif­fe­ren­zia di mol­to da quel­la con­tem­po­ra­nea, avvi­ci­nan­do­si inve­ce a una nostal­gi­ca riva­lu­ta­zio­ne dell’horror clas­si­co. Tut­to que­sto in un perio­do in cui il gene­re attra­ver­sa una pro­fon­da cri­si d’identità, carat­te­riz­za­ta spe­cial­men­te da bana­li rema­ke e ope­re jump­sca­re sen­za emo­zio­ni. Robert Eggers è il cinea­sta che tie­ne attac­ca­to alla pol­tro­na il pub­bli­co e dona vita­li­tà allo scher­mo. Che sia da esempio.

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Andrea Marcianò
Clas­se ’99, nato sul Lago di Como, stu­den­te in scien­ze del­la comu­ni­ca­zio­ne, aman­te di cine­ma e tele­vi­sio­ne. Mi pia­ce osser­va­re il mon­do dal­l’e­ster­no come uno spettatore.

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