“La mia malattia non mi definisce”: Giada Pini racconta su Instagram la convivenza con la fibromialgia

“La mia malattia non mi definisce”: Giada Pini racconta su Instagram la convivenza con la fibromialgia

Nono­stan­te sia sta­ta ogget­to di diver­se ricer­che negli ulti­mi anni, quel­lo che si sa sul­la fibro­mial­gia, malat­tia cro­ni­ca che pro­vo­ca dolo­re dif­fu­so, aste­nia e rigi­di­tà musco­la­re, è anco­ra poco. Non c’è una dia­gno­si spe­ci­fi­ca, i suoi sin­to­mi sono facil­men­te con­fon­di­bi­li con quel­li di altre pato­lo­gie e in Ita­lia non è anco­ra rico­no­sciu­ta come inva­li­dan­te, nono­stan­te impat­ti in modo signi­fi­ca­ti­vo sul­la quo­ti­dia­ni­tà dei pazien­ti, che cir­ca nel 90% dei casi sono donne. 

Una sindrome che però non definisce chi ne è affetto. 

Que­sto è il mes­sag­gio di fon­do del pro­get­to lan­cia­to su Insta­gram da Gia­da Pini di Bre­scia. Clas­se 1995, lau­rea­ta in Let­te­re alla Sta­ta­le e iscrit­ta a un master part-time in Digi­tal Mar­ke­ting e Comu­ni­ca­zio­ne alla 24 Ore Busi­ness School, rac­con­ta la sua espe­rien­za sul pro­fi­lo @iononsonolamiamalattia. Vul­ca­no Sta­ta­le ha avu­to il pia­ce­re di intervistarla.

La sua dia­gno­si risa­le al 2013, quan­do era anco­ra alle supe­rio­ri e le noti­zie sul con­to del­la pato­lo­gia era­no dav­ve­ro scarsissime: 

«In que­sti set­te anni sono sta­te fat­te del­le ricer­che. Uno stu­dio recen­te dell’Università di Geno­va ha evi­den­zia­to una gene­si autoim­mu­ne, ma la fibro­mial­gia non è rico­no­sciu­ta come tale – rac­con­ta – sic­co­me non c’è una dia­gno­si cer­ta, a vol­te vie­ne bol­la­ta come una malat­tia imma­gi­na­ria. Io sono sta­ta for­tu­na­ta, per­ché nono­stan­te la dif­fi­col­tà nel­la dia­gno­si, il dolo­re dei pri­mi mesi, nei qua­li non riu­sci­vo a alzar­mi dal let­to, i trat­ta­men­ti di ozo­no­te­ra­pia e altre tera­pie inva­si­ve rive­la­ti­si inef­fi­ca­ci, le per­so­ne intor­no a me han­no capi­to subi­to la malat­tia e io ho supe­ra­to rapi­da­men­te la fase acu­ta con mol­ta for­za di volon­tà e gra­zie all’aiuto del mio fisio­te­ra­pi­sta: ricor­do anco­ra, per esem­pio, quan­do mi ha inco­rag­gia­ta a met­te­re i tac­chi quan­do usci­vo il saba­to sera, per­ché ero una ragaz­za nor­ma­le che avreb­be sicu­ra­men­te sco­per­to cos’aveva, e met­ter­li non avreb­be cam­bia­to nulla».

L’occasione di que­sto pro­get­to è recente: 

«Ho sem­pre par­la­to in manie­ra mol­to libe­ra del­la fibro­mial­gia a livel­lo per­so­na­le. Pri­ma dell’epidemia di Covid-19 ho avu­to una rica­du­ta dovu­ta alla sospen­sio­ne dei far­ma­ci in accor­do con il medi­co. Sono sem­pre sta­ta for­te ma sono crol­la­ta e con lo stop del­la qua­ran­te­na vole­vo fare cono­sce­re la fibro­mial­gia – con­ti­nua – ho scel­to Insta­gram da un lato per­ché sono appas­sio­na­ta di foto­gra­fia e dall’altro mi è sem­bra­to il mez­zo più imme­dia­to per comu­ni­ca­re. Di recen­te ho ini­zia­to anche a pub­bli­ca­re video più strut­tu­ra­ti su IGTV dove rac­con­to la mia espe­rien­za, i sin­to­mi spe­ci­fi­ci e l’influenza di que­sta malat­tia su vita uni­ver­si­ta­ria e lavo­ra­ti­va. I riscon­tri fino­ra sono posi­ti­vi, alcu­ne per­so­ne si sono sen­ti­te inco­rag­gia­te, e spe­ro di poter por­ta­re que­sto pro­get­to anche su altri canali».

Lo sco­po di Gia­da è quel­lo di sen­si­bi­liz­za­re quan­te più per­so­ne pos­si­bi­le alla tema­ti­ca, sfa­tan­do anche alcu­ni miti:

«Si trat­ta di una malat­tia mul­ti­fat­to­ria­le, che la stes­sa OMS fati­ca a defi­ni­re inva­li­dan­te. In Ita­lia ci sono sta­ti dei rico­no­sci­men­ti di inva­li­di­tà a livel­lo loca­le, ma lega­ti ad altre pato­lo­gie come l’artrite reu­ma­toi­de, eppu­re le dia­gno­si nel nostro Pae­se sono più di due milio­ni, e il 75% dei casi non vie­ne dia­gno­sti­ca­to – dice – non ci sono cure defi­ni­ti­ve e sul­le tera­pie c’’è poca coe­sio­ne a livel­lo nazio­na­le: in Lom­bar­dia per esem­pio si può usa­re can­na­bis tera­peu­ti­ca gra­tui­ta­men­te, ma que­sto non acca­de in altre regio­ni. In più, con­tra­ria­men­te a quan­to si cre­de, non è una malat­tia da ‘casa­lin­ga dispe­ra­ta’: mol­tis­si­me don­ne rice­vo­no la pri­ma dia­gno­si a 25–30 anni, ed è pro­prio per que­sto che ho volu­to por­ta­re la mia esperienza».

Il nome stes­so del suo pro­fi­lo, infi­ne, inqua­dra una que­stio­ne impor­tan­te, quel­la dell’atteggiamento men­ta­le, che è sta­to deter­mi­nan­te nel­la sto­ria di Giada:

«Sen­to tan­te per­so­ne che abban­do­na­no tut­to. È una cosa che è suc­ces­sa anche a me, ma mi sono det­ta che devo far­ce­la, gra­zie al sup­por­to che ho avu­to – rac­con­ta – ho sem­pre cer­ca­to di sepa­ra­re me stes­sa da quel­la che ho. Non ho mai volu­to che quel­lo che pro­va il mio cor­po sia iden­ti­fi­ca­to con la mia per­so­na. Mol­te per­so­ne quan­do sco­pro­no che ho que­sta malat­tia non mi iden­ti­fi­ca­no con essa: vedo­no una per­so­na atti­va, che non man­ca mai al lavo­ro. Ho tro­va­to equi­li­brio sta­bi­le che mi per­met­te di fare tut­to e ho impa­ra­to ad ascol­ta­re il mio corpo».

Imma­gi­ne di coper­ti­na: Gia­da Pini

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Carla Ludovica Parisi
Lau­rean­da in Let­te­re Moder­ne dagli oriz­zon­ti non solo uma­ni­sti­ci. Amo la com­ples­si­tà, le sfi­de e i pro­ble­mi da risolvere.
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