Orizzonti: quando la rivoluzione si fa poesia

Orizzonti: quando la rivoluzione si fa poesia. L'anno 1993, Saramago

Orizzonti è la rubrica mensile che Vulcano ha deciso di dedicare alla poesia, una forma d’espressione potentissima che merita di essere riscoperta.


Ho cer­ca­to di espri­me­re in que­sti com­po­ni­men­ti l’angoscia e la pau­ra, e anche la spe­ran­za, di un popo­lo oppres­so che a poco a poco vin­ce la ras­se­gna­zio­ne e orga­niz­za la resi­sten­za fino alla bat­ta­glia deci­si­va e alla ripre­sa del­la vita, paga­ta al prez­zo di miglia­ia di morti

L’an­no mille993, Sara­ma­go.

È con que­ste paro­le che José Sara­ma­go, nell’incipit del­la rac­col­ta, spie­ga gli inten­ti e lo sco­po del­la sua ope­ra L’anno mille993.

Per com­pren­de­re a pie­no il signi­fi­ca­to di que­sti testi è neces­sa­rio riper­cor­re­re bre­ve­men­te le vicen­de che inve­sti­ro­no il Por­to­gal­lo a par­ti­re dagli anni Ven­ti del Novecento.

Nel mag­gio del 1926 un col­po di sta­to pose fine alla pri­ma repub­bli­ca por­to­ghe­se e con un suc­ces­si­vo gol­pe, nel 1932, si instau­rò il cosid­det­to “Esta­do Novo”, regi­me sot­to l’autorità di Anto­nio de Oli­vei­ra Sala­zar e in segui­to di Mar­ce­lo Caetano.

Qua­ran­ta­due anni dopo, il 25 apri­le, l’ala pro­gres­si­sta del Movi­men­to del­le For­ze Arma­te pose fine alla dit­ta­tu­ra più lon­ge­va dell’Europa occi­den­ta­le apren­do al Por­to­gal­lo la stra­da ver­so la demo­cra­zia, con la Rivo­lu­zio­ne dei Garo­fa­ni. Essa è così chia­ma­ta per­ché duran­te il sol­le­va­men­to mili­ta­re una don­na di nome Cele­ste Caei­ro cam­mi­nò per le vie di Lisbo­na donan­do garo­fa­ni ros­si ai sol­da­ti, che ven­ne­ro mes­si nel­le can­ne dei fuci­li per mani­fe­sta­re l’intenzione paci­fi­ca del­la rivo­lu­zio­ne. La poe­tes­sa Rosa Guer­rie­ro Dias le dedi­cò una bel­lis­si­ma poe­sia inti­to­la­ta Cele­ste em Flor.

È pro­prio a que­sto fat­to che l’autore por­to­ghe­se si ispi­ra; scri­ve, infat­ti, nel ven­tot­te­si­mo com­po­ni­men­to: “E quan­do arri­va­va­no in vista del­la cit­tà veni­va­no ad acco­glier­li quel­li che sta­va­no den­tro recan­do fio­ri e pane per­ché di entram­bi ave­va­no fame colo­ro che eran vis­su­ti nel­le ter­re deva­sta­te”.

Ma il momen­to cru­cia­le per la com­po­si­zio­ne dell’opera è un altro: cir­ca un mese pri­ma, il 16 mar­zo 1974, il quin­to reg­gi­men­to di Fan­te­ria del Movi­men­to del­le For­ze Arma­te mar­ciò su Lisbo­na ten­dan­do di rove­scia­re il gover­no: ma il gol­pe fal­lí. L’evento spin­se l’autore a rac­con­ta­re le pro­prie sen­sa­zio­ni; pro­se­gue infat­ti nell’incipit: “Sot­to l’effetto di un pro­fon­do sen­so di fru­stra­zio­ne scris­si, il gior­no stes­so, il pri­mo dei tren­ta com­po­ni­men­ti poe­ti­ci in cui il libro si divi­de”.

La Revo­luçao dos Cra­vos rap­pre­sen­ta anche una sor­ta di spar­tiac­que nel­la car­rie­ra del­lo scrit­to­re, che da quel momen­to in poi si dedi­cò qua­si inte­ra­men­te alla nar­ra­ti­va, rag­giun­gen­do risul­ta­ti straor­di­na­ri che lo por­ta­ro­no a vin­ce­re il pre­mio Nobel per la let­te­ra­tu­ra nel 1998. 

Il Sara­ma­go del pri­mo perio­do vie­ne così dimen­ti­ca­to e il suc­ces­so dei suoi roman­zi eclis­sa tut­ta la pro­du­zio­ne pre­ce­den­te che affron­ta sva­ria­ti temi con una mol­te­pli­ci­tà di gene­ri dif­fe­ren­ti: dal­la poe­sia alla cro­na­ca, dal tea­tro alla cri­ti­ca letteraria.

Il forte sperimentalismo di Saramago appare lampante agli occhi del lettore a partire dalla struttura stessa del testo, che fa sorgere spontanea la domanda: di che genere si tratta? 

Si pre­sen­ta come una rac­col­ta poe­ti­ca con l’intento di rac­con­ta­re una sto­ria, una poe­sia pro­sa­sti­ca sui gene­ris che com­po­ne una nar­ra­zio­ne nel­la sua tota­li­tà, una sor­ta di poe­ma in ver­si liberi. 

A pre­scin­de­re dall’identificazione di un gene­re spe­ci­fi­co, è pos­si­bi­le nota­re una for­te con­ti­nui­tà nel­la poe­ti­ca dell’autore tra la pro­du­zio­ne che pre­ce­de il 1974 e quel­la successiva. 

Le pecu­lia­ri­tà che carat­te­riz­za­no il gran­de pro­sa­to­re si riscon­tra­no anche nei suoi ver­si, a par­ti­re dall’aspetto sti­li­sti­co: la pun­teg­gia­tu­ra è assen­te dall’inizio alla fine, ele­men­to tipi­co anche del reper­to­rio narrativo. 

Dal pun­to di vista con­te­nu­ti­sti­co que­sta poe­sia è fon­te gene­ra­tri­ce dei nuclei tema­ti­ci che ver­ran­no appro­fon­di­ti nel­la futu­ra pro­du­zio­ne nar­ra­ti­va. Quel­lo che Sara­ma­go uti­liz­za è un lin­guag­gio poe­ti­co for­te­men­te sim­bo­li­co, fat­to di meta­fo­re e allusioni. 

Nel com­po­ni­men­to 7 rie­sce a tra­smet­te­re la con­di­zio­ne di impo­ten­za del­la cit­tà di fron­te al suo oppres­so­re con un’immagine mol­to forte:

[…]

In que­ste occa­sio­ni i due van­no nei din­tor­ni del­la cit­tà e rag­giun­ta un’alta posta­zio­ne lo stre­go­ne invo­ca i pote­ri occul­ti ridu­cen­do la cit­tà alla gran­dez­za d’un cor­po umano. 

Allo­ra il coman­dan­te del­le trup­pe di occu­pa­zio­ne fa schioc­ca­re tre vol­te la pun­ta del­la fru­sta per abi­tua­re il brac­cio e subi­to dopo pren­de a fru­sta­te la cit­tà fino a stancarsi

Lo stre­go­ne che intan­to assi­ste rispet­to­sa­men­te a distan­za chia­ma a sé i pote­ri occul­ti con­tra­ri e la cit­tà ritor­na alla sua gran­dez­za naturale 

Ogni vol­ta che ciò avvie­ne gli abi­tan­ti chie­do­no l’uno all’altro incon­tran­do­si per le stra­de che signi­fi­chi­no quei segni di fru­sta sul viso

Men­tre sono così sicu­ri che nes­su­no li ha fru­sta­ti e che ha far­si fru­sta­re non ave­va­no acconsentito

Il ver­so si tra­sfor­ma in un pen­nel­lo capa­ce di dipin­ge­re uno sce­na­rio disto­pi­co, di svi­sce­ra­re la natu­ra più pro­fon­da dell’uomo e del modo in cui que­sto affron­ta le dif­fi­col­tà del mon­do moder­no. Un pen­nel­lo che coglie le mil­le sfu­ma­tu­re di una socie­tà oppres­sa e le impri­me in un qua­dro dal­lo sfon­do ari­do in cui il tem­po sem­bra scio­glier­si al sole; il poe­ta infat­ti esor­di­sce così nel pri­mo componimento: 

Le per­so­ne sono sedu­te in un pae­sag­gio di Dalì con le ombre mol­to fra­sta­glia­te a cau­sa di un sole che sem­bra fermo

Quan­do il sole si muo­ve come a vol­te acca­de fuo­ri dai dipin­ti la niti­dez­za è mino­re e la luce non sa bene dove posarsi

Non impor­ta che Dalì sia sta­to un così medio­cre pit­to­re se dipin­se l’immagine neces­sa­ria per i gior­ni del mille993

[…]

La cor­ni­ce apo­ca­lit­ti­ca in cui è inqua­dra­ta la nar­ra­zio­ne può ricor­da­re una dimen­sio­ne orwel­lia­na, a par­ti­re dal tito­lo stes­so. Rispet­to a 1984 però c’è uno scar­to tem­po­ra­le, nei ver­si di Sara­ma­go la socie­tà è regre­di­ta e si è ritro­va­ta in una pre­i­sto­ria post­mo­der­na. Gli ani­ma­li diven­ta­no intel­li­gen­ze arti­fi­cia­li pro­gram­ma­te per ucci­de­re la spe­cie uma­na, che al con­tra­rio è assi­mi­la­ta alle bestie. Ai lupi mec­ca­ni­ci e all’occhio di mer­cu­rio che vigi­la sul­la cit­tà e che non muo­re mai (for­te richia­mo al Big Bro­ther), si con­trap­pon­go­no uomi­ni dal­le unghie chi­lo­me­tri­che che vivo­no sot­to­ter­ra e altri che improv­vi­sa­men­te sco­pro­no di non saper più leggere. 

L’incubo descrit­to è reso anco­ra più inten­so dal sen­so di igno­to che per­mea l’intera rac­col­ta: come in ogni sua ope­ra non sono nomi­na­ti popo­li o luo­ghi, non sono defi­ni­ti niti­da­men­te un ini­zio e una fine, le gior­na­te e le ore scor­ro­no in manie­ra vaga e sfumata. 

Se è vero che, come abbia­mo già det­to, la sto­ria che egli rac­con­ta si ispi­ra alla repres­sio­ne del gol­pe del 1974, è altret­tan­to vero che lo sco­po dell’autore è quel­lo di nar­ra­re fat­ti che pre­scin­do­no lo spa­zio e il tem­po, come dice egli stes­so nell’incipit: “Ho spo­sta­to nel futu­ro la sto­ria di que­sto popo­lo, il popo­lo di un pae­se mai nomi­na­to, imma­gi­ne di quan­ti han­no subi­to e subi­sco­no la tiran­ni­de.

Una tiran­ni­de che si scon­tra con la car­ne uma­na, la stes­sa car­ne uma­na che la ali­men­ta, come si evin­ce dal ven­ti­tree­si­mo com­po­ni­men­to, e la stes­sa car­ne uma­na che qua e là tra la mol­ti­tu­di­ne di mor­ti ren­de pos­si­bi­le la soprav­vi­ven­za di un bar­lu­me di spe­ran­za che non può esse­re sconfitto.

A par­ti­re dal ven­ti­set­te­si­mo com­po­ni­men­to, Sara­ma­go descri­ve la riscos­sa di un popo­lo che non si arren­de e nel ven­tot­te­si­mo ne immor­ta­la la gioia: 

[…]

Però mol­te bat­ta­glie pro­vo­che­ran­no anco­ra mor­ti fra colo­ro che ades­so rido­no e pian­go­no non per la mor­te che li atten­de ma per la gio­ia d’esser vivi

Sì que­sto popo­lo che cor­re per le stra­de e que­ste ban­die­re e que­ste gri­da e que­sti pugni chiu­si men­tre i ser­pen­ti e i topi e i ragni che eran ser­vi­ti per la con­ta si nascon­do­no sot­to il suolo

Sì que­sti occhi lumi­no­si che spen­go­no uno a uno i fred­di occhi di mer­cu­rio che flut­tua­va­no sul­la testa del­la gen­te nel­la città

[…]

Un’uma­ni­tà che si risco­pre a par­ti­re dal con­tat­to diret­to con una natu­ra pri­mor­dia­le, che fa rie­mer­ge­re il valo­re dei lega­mi fami­glia­ri e l’importanza dell’arte e del­la parola.

Il quadro  terrificante che delinea un’iniziale visione pessimista si rovescia di fronte a un arcobaleno che ogni sera compare sulla città. 

La guer­ra non è fini­ta e non fini­rà mai, ma fin­ché ci sarà un popo­lo pron­to a lot­ta­re non potrà vin­ce­re, per­ché come con­clu­de Saramago: 

Le sof­fe­ren­ze non sono fini­te, né la feli­ci­tà è comin­cia­ta. E pro­prio ades­so, fra­se per fra­se, sil­la­ba per sil­la­ba, quan­ti popo­li del mon­do, qui e in ogni dove, non leg­ge­reb­be­ro que­sto libro come il libro del loro gran­de dolo­re e del­la loro immor­ta­le speranza? 

Con­di­vi­di:
Roberta Gaggero
Ligu­re tra­pian­ta­ta a Mila­no. Dimen­ti­co sem­pre la luce acce­sa, puc­cio i biscot­ti nel­la spre­mu­ta d’arancia e non so scri­ve­re le bio. Men­tre cer­co di capi­re chi sono bevo bir­ra e par­lo di poesia.

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