Quale lavoro nel mondo di domani?

Fonte: zoom24 (https://static-www.zoom24.it/wp-content/2018/04/19134907/protesta-lavoratori-631x367.jpg)

Il 12 mag­gio il pro­prie­ta­rio di una piz­ze­ria di Ploa­ghe, in pro­vin­cia di Sas­sa­ri, ha distrut­to con una maz­za il suo loca­le per­ché non vede­va pro­spet­ti­ve di ria­per­tu­ra nel con­te­sto post epidemia. 

Secon­do l’uso ormai inval­so, l’uomo ha gira­to un video poi fini­to sul web in cui lo si vede impe­gna­to nel­la deva­sta­zio­ne e lo si sen­te spie­ga­re il suo gesto. Quel­le imma­gi­ni potreb­be­ro diven­ta­re uno dei sim­bo­li del­la distru­zio­ne del­le pos­si­bi­li­tà di lavo­ro alla qua­le stia­mo assi­sten­do, che non va con­fu­sa col dram­ma del­le chiu­su­re impo­ste dall’epidemia. Tut­te le piz­ze­rie, infat­ti, sono sta­te chiu­se per l’emergenza, e que­sto è un gra­ve pro­ble­ma con­giun­tu­ra­le; ma alcu­ne non potran­no ria­pri­re nel con­te­sto del new nor­mal ad esem­pio per­ché l’af­flus­so di clien­ti potreb­be ridur­si, oppu­re per­ché arri­ve­ran­no meno turi­sti o ci saran­no meno impie­ga­ti che esco­no dall’ufficio in pau­sa pran­zo, essen­do mol­ti pas­sa­ti in tut­to o in par­te allo smart wor­king.   

Se il video della pizzeria mostra un episodio, ci sono poi tante notizie che propongono riferimenti più ampi alla distruzione delle possibilità di lavoro che abbiamo davanti. 

In un arti­co­lo appar­so sul New York Times del 21 apri­le (The Death of the Depart­ment Sto­re) ad esem­pio si spie­ga che mol­tis­si­mi cen­tri com­mer­cia­li negli USA han­no chiu­so o sono sull’orlo del­la chiu­su­ra per­ché i fat­tu­ra­ti sono crol­la­ti e non si pre­ve­de, nem­me­no in caso di ripre­sa gene­ra­le dell’economia, un ritor­no ai livel­li pre­ce­den­ti la crisi. 

Nel caso del­la piz­ze­ria di Ploa­ghe, vedia­mo un esem­pio di come l’epidemia e le sue con­se­guen­ze abbia­no tol­to pro­spet­ti­ve ad atti­vi­tà che era­no fio­ren­ti. È ciò che sta suc­ce­den­do in mol­ti set­to­ri, come quel­lo del tra­spor­to aereo che non tor­ne­rà, alme­no nel bre­ve perio­do, ai livel­li di pri­ma, a cau­sa del­le restri­zio­ni e del minor ricor­so a spo­sta­men­ti fisi­ci su lun­ga distan­za, fat­to­re a sua vol­ta con­nes­so a un ridi­men­sio­na­men­to di diver­se atti­vi­tà: si pen­si, per fare un esem­pio di nic­chia ma signi­fi­ca­ti­vo, alla pre­vi­sio­ne di Anna Win­tour secon­do cui in futu­ro si faran­no meno sfi­la­te di moda. 

Nel caso dei cen­tri com­mer­cia­li, inve­ce, come si leg­ge nel pez­zo del New York Times, la cri­si del set­to­re era già in atto per la con­cor­ren­za dell’e‑commerce ma, a cau­sa dell’epidemia, essa si è ulte­rior­men­te accen­tua­ta (o, det­to altri­men­ti, ha avu­to un’accelerazione) col rapi­do pas­sag­gio, in buo­na misu­ra irre­ver­si­bi­le, di mol­ti acqui­ren­ti dai nego­zi fisi­ci a quel­li online. 

Si trat­ta sem­pre di lavo­ro che scom­pa­re. Non tem­po­ra­nea­men­te, per una cri­si che poi ver­rà supe­ra­ta, ben­sì strut­tu­ral­men­te. Basti pen­sa­re all’impatto del­lo svi­lup­po del­lo smart wor­king, anche que­sto un feno­me­no che si sta­va già mani­fe­stan­do ma che l’epidemia ha dram­ma­ti­ca­men­te accen­tua­to: diver­rà, non in pic­co­la misu­ra, un dato strut­tu­ra­le capa­ce di svuo­ta­re gli aerei come i taxi, gli alber­ghi come i bar sot­to gli uffi­ci (e per­si­no i nego­zi di scar­pe, per­ché davan­ti a un moni­tor può esse­re neces­sa­ria la cra­vat­ta ma non di cer­to la scar­pa classica).

Que­sto avvie­ne in un con­te­sto in cui già per altre ragio­ni mol­ti lavo­ri sta­va­no rapi­da­men­te scom­pa­ren­do o dive­nen­do più rari. Qual­che esem­pio dal­la quo­ti­dia­ni­tà: tut­ti noi abbia­mo assi­sti­to in pochi anni alla com­par­sa nei super­mer­ca­ti di cas­se auto­ma­ti­che al posto di com­mes­si, o lo svuo­ta­men­to di impie­ga­ti nel­le segre­te­rie di scuo­le e uni­ver­si­tà, in favo­re del­le pra­ti­che da com­pi­la­re onli­ne, in autonomia.

McKinsey per segnalare la crisi del commercio tradizionale ha proposto una di quelle formule che restano impresse: the age of darwinism

Que­sto rife­ri­men­to a Dar­win, già di per sé un po’ inquie­tan­te (per­ché comun­que par­la di sof­fe­ren­ze ed esclu­sio­ni), potreb­be por­tar­ci a non vede­re tut­ta la cru­dez­za di quel­lo che abbia­mo davan­ti; e per di più a indur­ci a ragio­na­re nei ter­mi­ni, per cita­re un clas­si­co, del­la “distru­zio­ne crea­tri­ce” di cui par­la Schum­pe­ter nel suo Capi­ta­li­smo, socia­li­smo e demo­cra­zia del 1942, dove alla distru­zio­ne cor­ri­spon­de appun­to creazione.

Ma a qua­le crea­zio­ne di lavo­ro stia­mo assi­sten­do? Il new nor­mal di cui tan­to si par­la, al di là di qual­che lavo­ro al limi­te del­lo sfrut­ta­men­to (pen­sia­mo al pro­ces­so mila­ne­se con­cer­nen­te Uber Eats), non pro­po­ne, per quel che riu­scia­mo a intra­ve­de­re, una crea­zio­ne di oppor­tu­ni­tà para­go­na­bi­le alla distru­zio­ne. Tenen­do come rife­ri­men­to l’evoluzione bio­lo­gi­ca, non si vedo­no nuo­vi lavo­ri sosti­tuir­si agli anti­chi ma piut­to­sto un’estinzione di mestie­ri su lar­ga sca­la, come quel­la che cir­ca 250milioni di anni fa can­cel­lò alme­no il cin­quan­ta per cen­to del­le spe­cie animali.

Il nostro, come altri gover­ni, per ora sta ope­ran­do più o meno effi­ca­ce­men­te per affron­ta­re la cri­si con­giun­tu­ra­le deri­van­te dal­la chiu­su­ra di mol­te atti­vi­tà per l’epidemia. E’ com­pren­si­bi­le che sia così, che si guar­di soprat­tut­to all’emergenza, che si vada a pun­tel­la­re l’esistente ver­san­do dena­ro a chi è in dif­fi­col­tà così da ridur­re la dispe­ra­zio­ne, sal­va­re per quan­to pos­si­bi­le la doman­da di beni e ser­vi­zi (il cui crol­lo por­te­reb­be a disa­stri ulte­rio­ri) e ren­de­re pos­si­bi­le una ripar­ten­za dell’economia. Poi for­se si avvie­ran­no gran­di program­mi di ope­re pub­bli­che per crea­re un po’ di lavo­ro in più. Ma di fron­te alla distru­zio­ne di pos­si­bi­li­tà di lavo­ro che rischia di carat­te­riz­za­re il new nor­mal, que­sto potrà non bastare.

Mol­ti sem­bra­no pen­sa­re che, se l’economia ripar­ti­rà, emer­ge­ran­no nuo­vi, diver­si lavo­ri capa­ci di sosti­tui­re quel­li per­si; ma è dram­ma­ti­co il fat­to che non si rie­sca nep­pu­re a imma­gi­nar­li que­sti lavo­ri, al di là dei vaghi rife­ri­men­ti di rito al digi­ta­le (che han­no poi sem­pre un sapo­re un po’ eli­ta­rio). Qual­cu­no pro­po­ne con deci­sio­ne di inve­sti­re nel pub­bli­co, come Piket­ty in un’intervista al Cor­rie­re.

Al di là del dove­ro­so rilan­cio dell’istru­zio­ne, accre­sce­re la spe­sa pub­bli­ca secon­do la logi­ca key­ne­sia­na sem­bra ragio­ne­vo­le essen­zial­men­te sul pia­no con­giun­tu­ra­le, meno su quel­lo strut­tu­ra­le. Non pochi con­ta­no su un ricor­so cre­scen­te e per tem­pi lun­ghi su ammor­tiz­za­to­ri come il red­di­to di cit­ta­di­nan­za; ma sen­za la pro­spet­ti­va di un lavo­ro decen­te è ine­vi­ta­bi­le che la vita stes­sa del­le per­so­ne entri in cri­si e cre­sca il mal­con­ten­to. Sul­lo sfon­do vedia­mo lo spet­tro di un venir meno del fon­da­men­to su cui si reg­go­no i siste­mi poli­ti­ci: la pro­mes­sa cre­di­bi­le da par­te dei gover­nan­ti di un futu­ro miglio­re per tut­ti.  E la sto­ria ci pro­po­ne esem­pi infi­ni­ti dei crol­li deri­van­ti del veni­re meno di tale fon­da­men­to (per far­ne uno recen­te: non è for­se crol­la­ta anche per que­sto l’Unione sovietica?). 

Con­di­vi­di:
Carlo Codini
Nato nel 2000, sono uno stu­den­te di let­te­re. Appas­sio­na­to anche di sto­ria e filo­so­fia, non mi nego mai let­tu­re e appro­fon­di­men­ti in tali ambi­ti, con­vin­to che la varie­tà sia ric­chez­za, sempre.

1 Trackback & Pingback

  1. La pandemia sta cambiando il lavoro? - Vulcano Statale

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.