Storie di segregazione residenziale

Le paro­le pos­so­no feri­re, fare male, inca­strar­si tra le costo­le e rima­ne­re lì per anni ed anni. L’uomo ha svi­lup­pa­to l’enorme pote­re di riu­sci­re a spa­ra­re pro­iet­ti­li, fat­ti di idee, idea­li distor­ti e di pau­ra, pron­ti a buca­re la pel­le inci­den­do cica­tri­ci pro­fon­de ed inde­le­bi­li, ricor­di per non far dimen­ti­ca­re. Ogni gior­no i con­cet­ti di raz­za e di iden­ti­tà ven­go­no sovrap­po­sti, frain­te­si e distorti.

La razza è un’identità assegnata, una condizione imposta da una serie di vincoli esterni, sociali e storici. 

L’identità tec­ni­ca­men­te al con­tra­rio defi­ni­sce il modo in cui noi inten­dia­mo noi stes­si, il modo con cui costruia­mo la nostra iden­ti­tà attra­ver­so espe­rien­ze, emo­zio­ni, con­nes­sio­ni e rifiu­ti. E in que­sta rete di rap­por­ti che costruia­mo den­tro e fuo­ri di noi il luo­go e lo spa­zio sono par­te inte­gran­te di que­sto pro­ces­so e le per­ce­zio­ni dei luo­ghi ci aiu­ta­no ine­vi­ta­bil­men­te a com­pren­de­re chi sia­mo.  Ogni gior­no infat­ti l’identità di qual­cu­no vie­ne attac­ca­ta, feri­ta, distrut­ta con taglien­ti paro­le o ambi­zio­si pro­get­ti poli­ti­ci, eco­no­mi­ci e per­fi­no urba­ni. L’identità per­de la pro­pria con­no­ta­zio­ne sog­get­ti­va e per­so­na­le e pas­sa sot­to un domi­nio estra­neo, ester­no, in linea con una logi­ca che sem­bra pun­ta­re più alla costru­zio­ne di bar­rie­re piut­to­sto che alla crea­zio­ni di pon­ti, stra­de tra le persone.

Sto­ri­ca­men­te mol­ti sta­ti e cit­tà han­no appro­va­to leg­gi che favo­ris­se­ro la segre­ga­zio­ne resi­den­zia­le, vie­tan­do la migra­zio­ne di cer­ti grup­pi raz­zia­li in alcu­ni quar­tie­ri. Leg­gi che sono poi sta­te dichia­ra­te can­cel­la­te in segui­to ai movi­men­ti per i dirit­ti civi­li degli anni Ses­san­ta. Nono­stan­te que­sti cam­bia­men­ti, mol­te cit­tà con­ti­nua­no a pre­sen­ta­re pro­fon­di squi­li­bri tra quar­tie­ri, anco­ra cor­re­la­ti alle diver­se raz­ze che osta­co­la­no il tra­sfe­ri­men­to da un quar­tie­re ad un altro. Negli Sta­ti Uni­te le cate­go­rie raz­zia­li sono regi­stra­te dal­lo Uni­ted Sta­tes Cen­sus Bureau, sono rico­no­sciu­te, accet­ta­te e si riflet­to­no nel­la segre­ga­zio­ne residenziale.

La discriminazione infatti non è un fenomeno prettamente verbale, anche se è il luogo in cui manifesta la sua forza più diretta, evidente ed immediata. 

Ci sono for­me di discri­mi­na­zio­ne nasco­ste, cela­te e radi­ca­te nel quo­ti­dia­no del­la vita in cui si è immer­si sen­za nean­che accor­ger­se­ne. Esi­ste il raz­zi­smo urba­no cela­to nel­la costru­zio­ne e nel­la pro­get­ta­zio­ne del­le cit­tà, anche in quel­le più svi­lup­pa­te del mon­do. Ser­peg­gia tra le vie, nei palaz­zi davan­ti agli occhi di cia­scu­no che non aven­do mai visto nul­la di diver­so sono por­ta­ti ad accet­tar­lo come real­tà inte­gra­ta e indi­scu­ti­bi­le. Nel seco­lo scor­so, all’assistere dell’esplosione del­le cit­tà, le cosid­det­te “cit­tà infi­ni­te”, este­si ter­ri­to­ri urba­ni pri­vi di for­me sta­bi­li e sen­za con­fi­ni net­ti in peren­ne espan­sio­ne e attra­ver­sa­te da un’enorme mol­te­pli­ci­tà di flus­si di per­so­ne, il tema del­le disu­gua­glian­ze, del­le frat­tu­re socia­li e del­le segre­ga­zio­ni spa­zia­li rie­mer­ge con vigore. 

Quan­do furo­no costrui­te le arte­rie stra­da­li che avreb­be­ro dovu­to col­le­ga­re que­sti immen­si spa­zi, furo­no le ammi­ni­stra­zio­ni loca­li che ne scel­se­ro i per­cor­si e poi­ché a coman­da­re era­no i bian­chi, e la segre­ga­zio­ne era la leg­ge, si deci­se spes­so di usa­re le stra­de come con­fi­ni, per tene­re i neri sepa­ra­ti e lon­ta­ni. Anco­ra oggi, anche se non più sup­por­ta­to da una leg­ge, que­sto acca­de in mol­te cit­tà ame­ri­ca­ne. Un esem­pio è la 8 Mile di Detroit.
In con­tem­po­ra­nea poi all’esplosione del­le cit­tà si assi­sté al cam­bio di rot­ta per cui non era più il cen­tro il luo­go del benes­se­re, il luo­go pre­di­let­to per tra­scor­re­re la pro­pria vita. Comin­ciò a radi­car­si nel­la comu­ne men­ta­li­tà l’obiettivo di voler scap­pa­re dai con­do­mi­ni cit­ta­di­ni per rag­giun­ge­re spa­zi più ver­di, più ampi ma col­le­ga­ti per­fet­ta­men­te ad ogni zona del­la cit­tà. Così le peri­fe­rie, quel­le zone che costi­tui­va­no i con­fi­ni del­le cit­tà infi­ni­te pri­ma inte­se come la zona più pove­ra e pro­ble­ma­ti­ca diven­ta­ro­no la meta del­le “raz­ze” domi­nan­ti del­la popo­la­zio­ne. I neri inve­ce si sta­bi­li­ro­no den­tro le cit­tà, dove tro­va­ro­no appar­ta­men­ti più pic­co­li a prez­zi più bassi.

Di con­se­guen­za le zone del cen­tro, le cosid­det­te inner cities, sono spes­so le par­ti ora più dif­fi­ci­li e degra­da­te e al con­tra­rio le peri­fe­rie subur­ba­ne, i cosid­det­ti suburbs, le zone più bene­stan­ti rigi­da­men­te sepa­ra­te dall’opera urba­ni­sti­ca. Nel­la for­ma­zio­ne del ter­ri­to­rio con­tem­po­ra­neo si assi­ste così a feno­me­ni di intro­ver­sio­ne e di ripie­ga­men­to osti­le alle dif­fe­ren­ze. Si trat­ta del­le “gates com­mu­ni­ties” che sono nate negli USA o dei “con­do­mi­nos fecha­dos” in Bra­si­le, aree recin­ta­te e pro­tet­te nel­le qua­li vigo­no esi­gen­ti rego­la­men­ti e in cui si entra solo per coop­ta­zio­ne tra egua­li. Real­tà urba­ne che diven­ta­no una vera e pro­pria “nega­zio­ne del­la cit­tà”, la pie­na rap­pre­sen­ta­zio­ne di una sot­to-socie­tà che si sepa­ra e non inten­de esse­re indi­vi­dua­ta come par­te del “noi” più ampio. 

Dato però che il lavo­ro era in cit­tà, i bian­chi comin­cia­ro­no ad inta­sa­re le auto­stra­de e a fare avan­ti e indie­tro ogni gior­no. Così in tan­te cit­tà ame­ri­ca­ne c’è un traf­fi­co mici­dia­le ma pochi san­no che c’en­tra il raz­zi­smo. Ma come può una stra­da costi­tui­re un con­fi­ne? Impe­di­re l’accesso a deter­mi­na­te “raz­ze” in spe­ci­fi­ci luo­ghi? Que­sto si spie­ga ana­liz­zan­do il gra­do di ric­chez­za con­no­ta­to ad ogni spe­ci­fi­ca “raz­za”. La mag­gio­ran­za dei neri infat­ti costi­tui­va­no la par­te più pove­ra del­la popo­la­zio­ne e in linea con que­sto vive­va ammas­sa­ta in pic­co­le case, con­du­ce­va un’umile vita e la gran­de mag­gio­ran­za non pote­va per­met­ter­si di pos­se­de­re una macchina. 

Gli autobus negli Stati Uniti, da sempre infatti, sono utilizzata da coloro che non posseggono un proprio mezzo di trasporto.  Negli USA “You just go by car you don’t take public transports”.

Pro­prio per que­sto per impe­di­re ai neri di rag­giun­ge­re una deter­mi­na­ta zona del­la cit­tà fu suf­fi­cien­te bloc­ca­re l’accesso agli auto­bus con gal­le­rie o pon­ti trop­po bas­si sot­to cui potes­se­ro pas­sa­re. L’a­zien­da per il tra­spor­to pub­bli­co di Atlan­ta si chia­ma MARTA (Metro­po­li­tan Atlan­ta Rapid Tran­sit Autho­ri­ty) ma in cit­tà anco­ra oggi alcu­ni bian­chi la chia­ma­no “Moving Afri­cans Rapid­ly Throu­gh Atlan­ta”

Una que­stio­ne arti­co­la­ta e spi­go­lo­sa, di asso­lu­ta attua­li­tà ed urgen­za, diven­ta quin­di quel­la riguar­dan­te il rap­por­to tra urba­ni­sti­ca, eti­ca e poli­ti­ca. Lo spa­zio, pro­dot­to socia­le costrui­to e model­la­to nel tem­po, è infi­ni­ta­men­te mal­lea­bi­le, dispo­ni­bi­le ai cam­bia­men­ti dell’economia, del­le isti­tu­zio­ni e del­la poli­ti­ca per­ché in qual­che misu­ra costrui­sce la tra­iet­to­ria lun­go la qua­le que­sti stes­si cam­bia­men­ti pos­so­no avve­ni­re. Ogni costru­zio­ne di spa­zio mostra infat­ti una stret­ta cor­re­la­zio­ne con le disu­gua­glian­ze socia­li nasco­ste ogni gior­no tra le vie del­le cit­tà e l’urbanistica si vie­ne così sem­pre più ad affer­ma­re come un con­ti­nuo eser­ci­zio di cri­ti­ca socia­le che è mos­so dal­la con­sa­pe­vo­lez­za che non esi­ste più una neu­tra­li­tà degli spazi. 

Non può più rima­ne­re impar­zia­le, disim­pe­gna­ta e “ogget­ti­va”. Per­ché par­la­re di cit­tà signi­fi­ca par­la­re dei cuo­ri pul­san­ti del­le socie­tà con­tem­po­ra­nee e le lace­ra­zio­ni urba­ne diven­ta­no spec­chio di quel­le pre­sen­ti nel tes­su­to socia­le. Non esi­sto­no più solo i pro­iet­ti­li ver­ba­li ma anche i luo­ghi dove essi ven­go­no pro­dot­ti e quel­li ver­so cui, con estre­ma pre­ci­sio­ne, ven­go­no indi­riz­za­ti. Per que­sto riflet­te­re sul sen­so del luo­go diven­ta fon­da­men­ta­le ed impre­scin­di­bi­le per ridur­re le disu­gua­glian­ze spa­zia­li: anche que­sto è un com­pi­to che oggi apre al futu­ro. Un futu­ro in cui pro­iet­ti­li pos­sa­no buca­re le mura del mon­do e non l’identità di qualcuno.

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Giulia Ghirardi
Scri­vo quel­lo che non rie­sco a dire a paro­le. Amo cam­mi­na­re sot­to la piog­gia, i tuli­pa­ni ed esse­re sor­pre­sa. Sono attrat­ta da chi ha qual­co­sa da dire, dal­l’ar­te e dal­le emo­zio­ni fuo­ri luo­go. Sogno di vede­re il mon­do e di fare del­la mia vita un capolavoro.

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