Cosa vuol dire essere omosessuale nel XXI secolo? Risponde Luca Bristot

Nel dizio­na­rio l’omo­fo­bia è descrit­ta come: “Pau­ra dell’omosessualità. Sia come timo­re osses­si­vo di esse­re o di sco­prir­si omo­ses­sua­le, sia come atteg­gia­men­to di con­dan­na dell’omosessualità”. Que­sta la defi­ni­zio­ne teo­ri­ca, didattica. 

Ma fuori dalle pagine dei vocabolari, cosa significa oggi essere gay? Nella concretezza della vita reale, come si manifesta l’omofobia?

Per tro­va­re una rispo­sta esau­rien­te biso­gna sca­va­re nell’esperienza diret­ta, appel­lar­si alla tan­gi­bi­li­tà di una testi­mo­nian­za. Così ci affi­dia­mo al rac­con­to di chi l’omofobia l’ha vis­su­ta, e con­ti­nua a viver­la, sul­la pro­pria pel­le. Luca Bri­stot è un ragaz­zo di 20 anni nato e cre­sciu­to a Bel­lu­no, che qual­che anno fa ha deci­so di intra­pren­de­re il per­cor­so da influencer. 

Luca si è rac­con­ta­to sui social con sem­pli­ci­tà e chia­rez­za, sen­za mai nascon­de­re, ma nem­me­no osten­ta­re, la sua omo­ses­sua­li­tà. Così, fuo­ri e den­tro i social, l’omofobia si è pale­sa­ta. Ha assun­to diver­se for­me, diver­se inten­si­tà, si è insi­nua­ta nei suoi sogni e nel­le sue aspet­ta­ti­ve. Cosa vuol dire esse­re omo­ses­sua­li nel 2020? Rispon­dia­mo attra­ver­so gli occhi di un ragaz­zo gay, nel­la spe­ran­za di com­pren­de­re un po’ più a fon­do l’omofobia e le sue sfu­ma­tu­re.

“Fro­cio di m***da, muo­ri”: lo scher­mo del tele­fo­no di Luca si illu­mi­na e, tra le noti­fi­che, appa­io­no que­ste paro­le. Un com­men­to da leo­ne da tastie­ra, di quel­li che si tro­va­no trop­po spes­so nel non poi così mera­vi­glio­so mon­do di Internet. 

Quan­do Luca, appe­na 15enne, ha comin­cia­to la sua car­rie­ra di influen­cer ha mes­so subi­to in con­to che non sareb­be sta­to tut­to rose e fio­ri, che pri­ma o poi i com­men­ti dei famo­si “haters” sareb­be­ro arri­va­ti. E, in effet­ti, non si sono fat­ti atten­de­re. Anzi, lo stes­so Luca affer­ma che i pri­mi a seguir­lo sui social furo­no pro­prio i suoi “odia­to­ri”, sem­pre pron­ti a cata­liz­za­re la loro fru­stra­zio­ne sot­to qual­che sua foto. 

Ma in fon­do fare l’influencer vuol dire anche met­te­re a nudo la pro­pria imma­gi­ne, mostrar­si al gran­de pub­bli­co e, ovvia­men­te, rischia­re di esse­re cri­ti­ca­ti per que­sto. Giu­sto? No, non è giu­sto. Soprat­tut­to quan­do nel miri­no degli haters fini­sce un fat­to per­so­na­le e deli­ca­to che con la pro­pria espe­rien­za lavo­ra­ti­va, qual­sia­si essa sia, non c’entra pro­prio nien­te: l’orientamento sessuale. 

C’è trop­pa non­cha­lan­ce nell’insultare sui social”, affer­ma Luca. E pro­prio que­sta gra­tui­tà di cer­ti com­men­ti dimo­stra come le pro­pen­sio­ni omo­fo­be degli haters sia­no inse­ri­te in una rete di omer­tà e di gene­ra­le accet­ta­zio­ne, come se fos­se tut­to som­ma­to nor­ma­le esse­re insul­ta­ti per­ché gay. 

Come spesso accade, sui social si manifestano apertamente opinioni che nella vita reale rimangono latenti. 

Così quel “Fro­cio di m***da, muo­ri” fuo­ri da Insta­gram si tra­sfor­ma in sguar­di fur­ti­vi, in riso­li­ni, in paro­le a mez­za voce. “Mi capi­ta spes­so di esse­re osser­va­to men­tre cam­mi­no per stra­da. Oppu­re noto che la gen­te bisbi­glia qual­co­sa cre­den­do che non li rie­sca a sen­ti­re”, rac­con­ta Luca. Dun­que l’odio rac­col­to su Insta­gram non è altro che un sin­to­mo di un’omofobia dif­fu­sa, che per­mea mol­ti ambien­ti del­la socie­tà. “Io mi ci sono abi­tua­to”, dice Luca. 

In que­sto suo com­men­to si leg­ge tut­to l’ottuso radi­ca­men­to che ha l’odio ver­so gli omo­ses­sua­li, si com­pren­de qua­le sia la por­ta­ta del­la discri­mi­na­zio­ne che que­ste per­so­ne devo­no affron­ta­re ogni gior­no, tan­to che ormai è diven­ta­ta anche per loro que­stio­ne di abi­tu­di­ne. Ma è pro­prio que­sta sen­sa­zio­ne che l’odio pos­sa tra­sfor­mar­si in quo­ti­dia­ni­tà che deve esse­re estir­pa­ta: non è nor­ma­le che sia nor­ma­le, vale per le vit­ti­me quan­to per i carnefici. 

Trop­po spes­so la sen­sa­zio­ne di esse­re sba­glia­ti supe­ra la con­sa­pe­vo­lez­za che legit­ti­ma le pro­prie scel­te ses­sua­li. Così le vit­ti­me diven­ta­no com­pli­ci dei loro aguz­zi­ni, spro­fon­dan­do sem­pre di più in una buca di attac­chi ingiu­sti­fi­ca­ti e abitudine. 

Ma la spe­ran­za che le cose miglio­ri­no è sem­pre l’ultima a mori­re. E in effet­ti, come anche Luca ha nota­to, negli ulti­mi anni mol­ta più ela­sti­ci­tà è sta­ta rag­giun­ta rispet­to al tema deli­ca­to del­la ses­sua­li­tà. Sa da un lato anco­ra trop­pi sono gli insul­ti e le discri­mi­na­zio­ni, dall’altro sem­pre più ampia è la sen­si­bi­li­tà rispet­to all’omosessualità, soprat­tut­to tra i gio­va­ni. “Da quan­do ho comin­cia­to a lavo­ra­re sui social, si par­la del 2015, è sta­to fat­to un enor­me pas­so avan­ti nel­la con­ce­zio­ne del­le per­so­ne omo­ses­sua­li”, affer­ma Luca.

In 5 anni ci sia­mo bat­tu­ti tan­to e il pen­sie­ro è cam­bia­to, non per tut­ti ovvia­men­te, ma sono feli­ce di vede­re che qual­co­sa si sta muo­ven­do. Alme­no ades­so se qual­cu­no ti insul­ta puoi rea­gi­re e mol­ta gen­te pren­de le tue difese. 

Insieme a quel famoso “Frocio di m***da” vomitato tra i commenti di un post come in un conato di odio che ancora non si riesce ad eliminare, Luca ha raccolto anche tanta solidarietà sui social. 

C’è anco­ra mol­to lavo­ro da fare”, ammet­te “ma la stra­da è quel­la giu­sta. Spe­ro che tra altri 10 anni il tabù dell’omosessualità sia tra­mon­ta­to del tut­to”.

La testi­mo­nian­za di Luca, a caval­lo tra social e vita rea­le, deli­nea quin­di una situa­zio­ne anco­ra ibri­da, dove c’è ela­sti­ci­tà, ma non da par­te di tut­ti, dove c’è soli­da­rie­tà, ma non sem­pre. La spe­ran­za è che que­sti fasti­dio­si “ma” ven­ga­no final­men­te eli­mi­na­ti e non rovi­ni­no più una com­ple­ta e pie­na accet­ta­zio­ne di un fat­to del tut­to per­so­na­le, qua­le è la pro­pria ses­sua­li­tà, e che pro­prio per que­sto non dovreb­be esse­re toc­ca­to dall’opinione collettiva.

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Beatrice Balbinot
Mi chia­mo Bea­tri­ce, ma pre­fe­ri­sco Bea. Amo scri­ve­re, dire la mia, ave­re ragio­ne e man­gia­re tan­ti macarons.

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