Essere donna secondo Natalia Ginzburg

Essere donna secondo Natalia Ginzburg (credit: Getty Images)

«Affet­tuo­sa con le per­so­ne che le sono attor­no, mol­to con­sa­pe­vo­le dei pro­ble­mi uma­ni e poli­ti­ci del mon­do di cui sia­mo par­te. Schi­va e discre­ta. Silen­zio­sa, in mol­te occa­sio­ni. Sem­pre atten­ta. La sua pre­sen­za non si defor­ma, non si appan­na». Così Lau­ra Bal­bo, socio­lo­ga e poli­ti­ca, ricor­da Nata­lia Ginzburg.

104 anni fa, il 14 luglio 1916 nasce a Paler­mo da una fami­glia ebrea una don­na desti­na­ta a diven­ta­re una del­le scrit­tri­ci più impor­tan­ti nell’Italia del Nove­cen­to. Nata­lia Ginz­burg (nata Levi) cre­sce a Tori­no in un ambien­te intel­let­tua­le e anti­fa­sci­sta duran­te anni dif­fi­ci­li e tra­gi­ci che rac­con­te­rà in una del­le sue ope­re più cono­sciu­te, Les­si­co Fami­glia­re (1963), con la qua­le vin­se il Pre­mio Strega. 

Nel 1938 spo­sa Leo­ne Ginz­burg, pro­fes­so­re di let­te­ra­tu­ra rus­sa all’università di Tori­no e mili­tan­te anti­fa­sci­sta, con cui ha tre figli. Nata­lia segue il mari­to nel con­fi­no in Abruz­zo fino al 1943, ma l’anno seguen­te Leo­ne, cat­tu­ra­to dai nazi­fa­sci­sti, muo­re nel­le car­ce­ri roma­ne di Regi­na Coe­li in segui­to alle tor­tu­re subite. 

Dopo la guer­ra ini­ziò a lavo­ra­re come redat­tri­ce del­la casa edi­tri­ce Einau­di a Tori­no, e la sua pro­du­zio­ne let­te­ra­ria con­ti­nuò ad aumen­ta­re tra roman­zi, sag­gi, ope­re di tea­tro e tra­du­zio­ni. Nel 1950 si rispo­sò con l’anglista Gabrie­le Bal­di­ni e da que­sta unio­ne nac­que­ro due figli. Duran­te gli anni Set­tan­ta la Ginz­burg ini­zia a dedi­car­si sem­pre più atti­va­men­te alla vita poli­ti­ca e cul­tu­ra­le, venen­do poi elet­ta nell’83 al Par­la­men­to nel­le liste del Par­ti­to Comu­ni­sta Ita­lia­no. Muo­re a Roma nel 1991.

Moglie, madre, politica, ma soprattutto scrittrice. 

È con quest’ultimo ruo­lo che la Ginz­burg si auto­de­fi­ni­sce, pre­fe­ren­do anche allon­ta­nar­si da chi la vuo­le più don­na poli­ti­ca, come dichia­ra in un’intervista fat­ta­le da Sere­na Ander­li­ni nel 1984 (Soli­da­rie­tà e fem­mi­ni­smo: dove trac­cia­re il limi­te?, 1988): «Io non sono una poli­ti­ca, la mia visio­ne del mon­do non è poli­ti­ca, io lavo­ro nel mon­do del­l’im­ma­gi­na­zio­ne, sono una scrittrice». 

Nei suoi roman­zi dà voce alle dina­mi­che inter­ne del­la fami­glia, imme­de­si­man­do­si nel­la vita di tut­ti i gior­ni e cat­tu­ran­do la quo­ti­dia­ni­tà del­le don­ne scan­di­ta dal­le dina­mi­che socia­li che devo­no affron­ta­re. Sono pro­prio le descri­zio­ni dei cor­pi fem­mi­ni­li e le abi­tu­di­ni ali­men­ta­ri che dan­no luo­go a una rap­pre­sen­ta­zio­ne let­te­ra­ria dell’esperienza fem­mi­ni­le e di quel­la ricer­ca di indi­pen­den­za socia­le del­le don­ne, come nei roman­zi La madre (in Cin­que roman­zi bre­vi, 1964)  e Le voci del­la sera (1961), dove sono i per­so­nag­gi fem­mi­ni­li a com­pie­re le scel­te più corag­gio­se men­tre quel­li maschi­li sono spes­so insi­gni­fi­can­ti, e tal­vol­ta inca­pa­ci di rag­giun­ge­re il suc­ces­so per­ché schiac­cia­ti da una socie­tà patriar­ca­le che non apprez­za la loro sen­si­bi­li­tà e le loro qualità. 

Nata­lia Ginz­burg sostie­ne i dirit­ti del­le don­ne, ma nel sag­gio La con­di­zio­ne fem­mi­ni­le del 1974 (scrit­to pro­prio duran­te gli anni del­la pro­te­sta fem­mi­ni­le in Ita­lia) ammet­te di non ama­re il fem­mi­ni­smo, pur con­di­vi­den­do tut­to quel­lo che i movi­men­ti fem­mi­ni­li chie­do­no. In real­tà il fem­mi­ni­smo con­tro cui si schie­ra la Ginz­burg è quel fem­mi­ni­smo estre­miz­za­to (che non ha più nien­te di fem­mi­ni­smo) che par­te dal pre­sup­po­sto che le don­ne, ben­ché umi­lia­te, sia­no miglio­ri degli uomi­ni: «Le don­ne non sono in real­tà né miglio­ri né peg­gio­ri degli uomi­ni. Qua­li­ta­ti­va­men­te, sono ugua­li». (Enri­ca Cavi­na, Nata­lia Ginz­burg tra let­te­ra­tu­ra fem­mi­ni­le e movi­men­to neo-fem­mi­ni­sta, 2011). Anche nell’intervista con l’Anderlini sottolinea:

Io cre­do che gli uomi­ni e le don­ne devo­no lot­ta­re insie­me; gli uomi­ni devo­no esse­re con le don­ne con­tro l’oppressione. Quan­do si sta insie­me fra don­ne con­tro gli uomi­ni è per­ché si ha un com­ples­so di infe­rio­ri­tà. Biso­gna anda­re al di là di que­sto, per­ché sia­mo tut­ti ugua­li. È la stes­sa cosa anche per gli Ebrei. 

Di base per Natalia essere donna significava denunciare la drammaticità del ruolo femminile liberandosi dalle differenze di genere. 

For­se pote­va esse­re una posi­zio­ne con­tro­ver­sa, ma quel­lo che a lei inte­res­sa­va mag­gior­men­te era scri­ve­re, «uno scrit­to­re è sem­pli­ce­men­te uno scrit­to­re: quel­lo che impor­ta è lo scri­ve­re non l’essere uomi­ni e don­ne» (New York Times maga­zi­ne, 1990). Apprez­za­va scrit­tri­ci come Vir­gi­nia Woolf ed Elsa Moran­te. Non ama­va però le rac­col­te di ope­re esclu­si­va­men­te fem­mi­ni­li per­ché vede­va il rischio di una mar­gi­na­liz­za­zio­ne del­la pro­du­zio­ne let­te­ra­ria del­le don­ne e, secon­do lei, alcu­ne don­ne quan­do scri­vo­no non sono in gra­do di libe­rar­si dei sen­ti­men­ti, non riu­scen­do a guar­da­re a sé stes­se e agli altri con ironia. 

Il fat­to è che, secon­do Nata­lia Ginz­burg, il vero pro­ble­ma del­le don­ne è che «han­no la cat­ti­va abi­tu­di­ne di casca­re ogni tan­to in un poz­zo, di lasciar­si pren­de­re da una tre­men­da malin­co­nia e affo­gar­ci den­tro, e anna­spa­re per tor­na­re a gal­la: que­sto è il vero gua­io del­le don­ne». Que­sta con­si­de­ra­zio­ne del­la Ginz­burg pro­vie­ne dal Discor­so sul­le don­ne pub­bli­ca­to nel 1948 sul­la rivi­sta Mer­cu­rio, fon­da­ta da Alba de Céspe­des, e ripor­ta­ta nel volu­me, cura­to da Dome­ni­co Scar­pa, Un’assenza. Rac­con­ti, memo­rie, cro­na­che, pub­bli­ca­to nel 2016 da Einaudi. 

Que­sta sua rifles­sio­ne, scrit­ta appe­na dopo la guer­ra, potreb­be risul­ta­re una cri­ti­ca nei con­fron­ti del­le don­ne, in real­tà può e deve esse­re let­ta come un inci­ta­men­to alle don­ne di non lasciar­si abbat­te­re dal­le loro insi­cu­rez­ze fat­te nasce­re da una socie­tà che non le ren­de esse­ri libe­ri. A que­sto arti­co­lo le rispon­de la stes­sa Alba de Céspe­des (ini­zial­men­te inde­ci­sa se pub­bli­car­lo o meno) con una let­te­ra in cui ribatte: 

Mia caris­si­ma […] anch’io, come tut­te le don­ne, ho gran­de e anti­ca pra­ti­ca di poz­zi: mi acca­de spes­so di cader­vi e vi cado pro­prio di schian­to, appun­to per­ché tut­ti cre­do­no che io sia una don­na for­te e io stes­sa, quan­do sono fuo­ri dal poz­zo, lo cre­do. Ma — al con­tra­rio di te — io cre­do che que­sti poz­zi sia­no la nostra forza. 

È evi­den­te come sot­to cer­ti aspet­ti alcu­ne rifles­sio­ni di que­sto scam­bio pos­sa­no esse­re attua­liz­za­te alla con­di­zio­ne del­la don­na anco­ra nel­la socie­tà odier­na. Una don­na può rite­ner­si insi­cu­ra per non esse­re “don­na” come la socie­tà esi­ge che sia e sono pro­prio que­ste le insi­cu­rez­ze che devo­no esse­re inve­ce lascia­te nel poz­zo. Per­ché chiun­que può esse­re una don­na con la sua for­za, diver­si­tà e capa­ci­tà. Pro­prio come lo è sta­ta anche Natalia. 

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Elena Gentina
Stu­den­tes­sa di let­te­re moder­ne. Amo la musi­ca, la let­te­ra­tu­ra e il cine­ma. Vivo tra le nuvo­le ma cer­co di capi­re quel­lo che sta a terra.

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