L’Etiopia in fiamme per l’uccisione di un cantante

In Etio­pia, ad Addis Abe­ba, nel­la not­te tra lune­dì 29 e mar­te­dì 30 giu­gno, il can­tan­te Hacha­lu Hun­des­sa è sta­to assas­si­na­to a col­pi d’arma da fuo­co. Anco­ra non è chia­ro il moven­te né chi sia sta­to l’assassino. Cer­to è che mol­ti, tra i com­po­nen­ti del grup­po etni­co Oro­mo e non solo, vede­va­no in lui un rife­ri­men­to e una fon­te d’ispirazione. 

Hacha­lu Han­des­sa in una foto pub­bli­ca­ta dal New York Times.

Nato nel 1985 ad Ambo, una cit­tà nel cen­tro del pae­se, Hacha­lu ave­va mostra­to fin da pic­co­lo una for­te pas­sio­ne per la musi­ca e nono­stan­te suo padre lo voles­se medi­co si rac­con­ta che, inco­rag­gia­to dal­la madre, can­tas­se anche quan­do dove­va occu­par­si del­le muc­che nei ter­re­ni agri­co­li del­la fami­glia. Nel 2003, a 17 anni, fu arre­sta­to per aver pre­so par­te alle pro­te­ste con­tro il gover­no e rima­se die­tro le sbar­re per cin­que anni. Hacha­lu dis­se in segui­to che ave­va impa­ra­to a tro­va­re i ver­si e la melo­dia pro­prio duran­te il perio­do di deten­zio­ne. Del resto, i nove bra­ni del suo pri­mo album, Sany­ii Moo­ti (Race of the king) li scris­se die­tro le sbarre.

Dopo il suo omi­ci­dio, che in tan­ti con­si­de­ra­no poli­ti­co, in tut­ta l’Etiopia sono scop­pia­te nume­ro­se pro­te­ste che han­no por­ta­to alla mor­te di più di 100 per­so­ne. Non si trat­ta solo del­la rea­zio­ne emo­ti­va di ami­ci o fan, le ragio­ni all’origine del­le vio­len­ze e degli scon­tri con la poli­zia son ben più profonde. 

Hachalu apparteneva all’etnia Oromo, la stessa dell’attuale presidente Abiy Ahmed, che corrisponde a circa un terzo degli oltre cento milioni di abitanti del paese. 

Nel­le sue can­zo­ni par­la del­la cul­tu­ra, dell’identità dei popo­li, dei dirit­ti uma­ni e dell’amore che sa anda­re al di là di qual­sia­si altra cosa. Non solo. Anche i dirit­ti degli Oro­mo sono un tema ricorrente.

Il pro­ble­ma di discri­mi­na­zio­ne e sfrut­ta­men­to riguar­dan­te que­sta etnia esi­ste da tem­po, in un con­te­sto dove lo sta­to etio­pi­co si è svi­lup­pa­to sot­to l’egida di un altro grup­po etni­co: gli Ama­ra. Ma negli ulti­mi anni la situa­zio­ne si è aggra­va­ta in par­ti­co­la­re nel­la zona del­la capi­ta­le che è abi­ta­ta dagli Oro­mo ma per il suo ruo­lo poli­ti­co è ammi­ni­stra­ta dal gover­no fede­ra­le.  Ne è un esem­pio l’Addis Abe­ba Master Plan, un pia­no vara­to dal gover­no nel 2014 che ha dato il via a un seque­stro di ter­re su vasta sca­la ai dan­ni degli Oro­mo. Per lo più tali ter­re sono sta­te ven­du­te a inve­sti­to­ri di pae­si stra­nie­ri. Que­sto ha com­por­ta­to la per­di­ta di lavo­ro per mol­te per­so­ne. La mag­gio­ran­za degli Oro­mo, infat­ti, è dedi­ta all’agricoltura. A que­sto dram­ma Hacha­lu ave­va dedi­ca­to una can­zo­ne: Maa­lan Jira (What exi­sten­ce is mine?). La sua idea era che chi subi­sce un’ingiustizia deve in qual­che modo rea­gi­re. Come si leg­ge in una sua canzone:

Non aspet­ta­re che l’aiuto ven­ga dall’esterno,

per­ché sareb­be un sogno desti­na­to a non avverarsi.

Leva­ti inve­ce, pre­pa­ra il tuo caval­lo e lotta

per­ché tu sei quel­lo che è vici­no al Palazzo.

Hacha­lu Handessa

Nell’immagine del Palaz­zo, tra l’altro, il pre­sen­te si lega al pas­sa­to per­ché il rife­ri­men­to ai caval­li richia­ma il 1886, quan­do l’imperatore Ama­ra Mene­lik II pose la “sua” capi­ta­le nel ter­ri­to­rio degli Ormo toglien­do loro i cavalli.

Si sti­ma che dal 2014 sia­no sta­ti oltre 5 mila gli impri­gio­na­ti a segui­to di nume­ro­se pro­te­ste, e cen­ti­na­ia i mor­ti. Nell’ottobre del 2016, oltre agli Oro­mo sono sce­si in piaz­za cen­ti­na­ia di miglia­ia di mani­fe­stan­ti anche di altri grup­pi per chie­de­re rifor­me poli­ti­che, più dirit­ti e denun­cia­re abu­si da par­te del gover­no.

Quest’ultimo è con­trol­la­to dal Fron­te rivo­lu­zio­na­rio del popo­lo etio­pi­co (EPRDF), gui­da­to fino al 2012 da Meles Zena­wi che ha ret­to il pae­se sin dal­la fase di tran­si­zio­ne, dopo aver rove­scia­to il Derg (Con­si­glio mili­ta­re ammi­ni­stra­ti­vo prov­vi­so­rio) che a sua vol­ta nel 1974 ave­va pro­vo­ca­to la cadu­ta dell’imperatore e, con esso, dell’antico siste­ma feu­da­le. Nel 1995, dopo l’approvazione di una nuo­va costi­tu­zio­ne, Zena­wi ven­ne elet­to pre­mier, vin­cen­do le pri­me ele­zio­ni for­mal­men­te mul­ti­par­ti­ti­che. Ma, da allo­ra, il for­te lega­me dell’EPRDF con una del­le mino­ran­ze etni­che, i tigri­ni, ha cau­sa­to cre­scen­ti ten­sio­ni con i par­ti­ti d’opposizione e lar­ghe fasce del­la popo­la­zio­ne. Il Fron­te rivo­lu­zio­na­rio, inol­tre, è al gover­no da più di 25 anni, inin­ter­rot­ta­men­te. Que­sto anche gra­zie a bro­gli e all’uso del­la for­za secon­do le denun­ce dell’opposizione (Coa­li­zio­ne per l’unità e la demo­cra­zia, CUD).

Ad oggi, è pre­mier del pae­se e lea­der dell’EPRDF Abiy Ahmed Ali, il pri­mo di etnia oro­mo. Nel 2019 ha vin­to il Nobel per la pace dopo la sti­pu­la di un trat­ta­to di pace con l’Eritrea. Pae­se, quest’ultimo, con­tro il qua­le l’Etiopia ha com­bat­tu­to un san­gui­no­so con­flit­to pro­trat­to­si fino alla fine degli anni 2000, quan­do i caschi blu dell’ONU sono sta­ti invia­ti a pre­si­dia­re i confini.

Le tensioni, però, come hanno dimostrato l’uccisione di Hachalu Hundessa e le successive proteste, sono ancora forti e sembra impossibile parlare dell’Etiopia come di un paese in pace.

La spe­ran­za è che que­sto pae­se tro­vi la stra­da per gesti­re le dif­fe­ren­ze tra i grup­pi in modo demo­cra­ti­co, attra­ver­so il con­fron­to e l’individuazione di solu­zio­ni con­di­vi­se. Si trat­ta di una via dif­fi­ci­le, che mol­ti pae­si afri­ca­ni anco­ra non han­no imboc­ca­to e che anche in Euro­pa tal­vol­ta non è così faci­le da per­cor­re­re (si pen­si da ulti­mo alla Cata­lo­gna) ma essenziale.

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Carlo Codini
Nato nel 2000, sono uno stu­den­te di let­te­re. Appas­sio­na­to anche di sto­ria e filo­so­fia, non mi nego mai let­tu­re e appro­fon­di­men­ti in tali ambi­ti, con­vin­to che la varie­tà sia ric­chez­za, sempre.

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