Si fa arte per vivere o si vive per l’arte?

Si fa arte per vivere o si vive per l’arte?

Come si definisce il giusto valore di un’opera d’arte? Che cosa rende un’immagine più preziosa di altre? Esistono criteri, motivi espliciti e impliciti che possano portare a esprimere un determinato giudizio e a tradurlo conseguentemente in un corrispettivo valore economico?

Il mercato dell’arte contemporaneo è governato da complesse dinamiche e strategie di marketing e viene costantemente e inevitabilmente influenzato dai suoi protagonisti: artisti, critici, gallerie, musei, fiere, case d’asta. Così stabilire il valore di un’opera diventa un esercizio complesso a cui concorrono diversi fattori di natura tecnica, concettuale, personale ma anche la carriera di chi la realizza o la capacità dell’opera di sconvolgere lo spettatore; perché non si parla più solo di ciò che rappresentano, ma del valore di cui si fanno portavoce.

Per analizzare le diverse origini da cui un giudizio di valore può derivare prendiamo a esempio le tre fotografie più pagate della storia: al terzo posto c’è Untitled #96 di Cindy Sherman battuta a 3.890.500 dollari, al secondo posto Spiritual America di Richard Prince venduta a 3.973.000 dollari e, al primo posto, Rhein II di Andreas Gursky acquistata all’incredibile valore di 4.338.500 dollari.

Si tratta di tre fotografie molto diverse così come sono differenti i motivi che hanno portato i compratori a investire un così ingente patrimonio economico nel loro acquisto. Cifre esorbitanti, che immancabilmente dividono: da una parte l’entusiasmo degli appassionati, dei collezionisti e dei galleristi, dall’altra il disappunto di chi giudica tali prezzi esagerati.

Al terzo posto troviamo la fotografia di Cindy Sherman, Untitled #96 – 3.890.500 dollari.

"Untitled #96", Cindy Sherman (1981)
Untitled #96, Cindy Sherman (1981)
© 2020 Cindy Sherman, courtesy of Carl D. Lobell

È un autoritratto in cui la fotografa stessa interpreta una giovane adolescente. La posa è malinconica e sognante, lo sguardo immerso in fantasticherie, un leggero rossore, la mano destra della ragazza posata su una pagina di giornale con annunci per single.

Sherman non è solo una fotografa, si occupa infatti di tutte le fasi della creazione: da trent’anni ritrae i più disparati stereotipi femminili utilizzando sempre e solo sé stessa come modella: si trucca, si traveste, si fotografa. Potrebbe sembrare estremamente narcisista anche se in realtà non è di sé che parla ma piuttosto di ognuno di noi mettendo in scena un’infinita gamma di tipologie umane, a tal proposito dirà: «Cerco di far riconoscere agli altri qualcosa di sé stessi attraverso di me». 

In un decennio in cui i media stavano diventando di massa Cindy Sherman gira la macchina fotografica su se stessa in una fragile posizione di interrogatorio sfuggendo alle trappole del femminismo misogino per trasmettere l’idea della disponibilità del corpo che denuncia il potere performativo delle riviste.

Questo ambiguo scatto cerca quindi di denunciare il sessismo di cui ogni donna è vittima quotidianamente, consapevolmente o meno. Vuole individuare l’influenza seducente ma opprimente dei media sulle identità individuali e collettive donando contemporaneamente a tutti e ad ognuno la potenziale libertà di sfuggire alle costrizioni della vita.

La medaglia d’argento va invece a Spiritual America di Richard Prince – 3.973.000 dollari.

"Senza titolo",  Garry Gross (1975)
Senza titolo, Garry Gross (1975)
© Garry Gross, Musée de l’Élysée – Losanna

Scattata in origine da Gary Gross nel 1981 per una campagna pubblicitaria poi acquisita in seguito da Prince, questa fotografia è ancora oggi controversa e profondamente dibattuta. È Brooke Shields all’età di dieci anni che si trova al centro dell’inquadratura, le braccia aperte per esporre la sua figura nuda. La luce dalla finestra rimbalza sulla sua pelle luccicante mentre fumo bianco sale alle sue ginocchia. Sostiene senza paura lo sguardo dello spettatore con il suo, sconcertantemente affascinante. Eppure qualcosa sembra fuori posto. Questa espressione matura e questa posizione seducente sono in conflitto con il suo corpo non sviluppato, infantile, con la sua evidente giovinezza. 

Una volta cresciuta Brooke Shields ne vuole impedire l’uso. Ne nasce quindi una battaglia legale tra la Shields e Gross che si ritrova con una richiesta di indennizzo per un milione di dollari. L’istanza di Brooke Shields viene rigettata poiché i tribunali considerano valido il contratto concluso dalla madre e ritengono che questa fotografia non sia «sessualmente suggestiva».

Nel 1992, Gross cede i diritti di questa immagine all’artista contemporaneo Richard Prince che la scopre su una rivista per adulti chiamata Piccole Donne, al limite con la pornografia infantile. Toglie la fotografia dal contesto precedente, la intitola Spiritual America e la colloca nella galleria del Lower East Side di Manhattan. I visitatori dello spettacolo vengono ammessi solo su invito, trasformando la mostra in un evento d’élite; tuttavia, poiché questa era l’unica immagine in mostra, gli spettatori dovevano riconoscere di essere venuti appositamente per vedere questo controverso lavoro, rendendosi immancabilmente complici del fascino per lo scandalo. 

Giungiamo ora alla fotografia più pagata della storia: Rhein II di Andreas Gursky, battuta all’asta nel 2001 con il record di 4.338.500 dollari.

"Rhein II", Andreas Gursky (1999)
Rhein II, Andreas Gursky (1999)
© Andreas Gursky, courtesy of Christie’s

In un’intervista il fotografo dichiara di voler creare, con le sue opere, una sorta di «enciclopedia della vita». Ad ispirarlo è quella che lui definisce «la pura gioia del vedere», un desiderio di comprendere «in che modo sia costituito il mondo». Le sue opere sono singole, irripetibili, di dimensioni molto ampie in cui i concetti si esprimono nella lettura approfondita, nella contemplazione e nella decodifica del dettaglio. Stare lontano, avvicinarsi e tornare indietro crea una particolare esperienza visiva, che tende ad annullare un senso chiaro di prospettiva e punto di vista. Quando l’osservatore arriva a studiare i minuscoli dettagli che una sola occhiata non riuscirebbe a catturare, da pochi centimetri di distanza, è ormai immerso nella scena.

Gursky lo descrive come il posto, vicino a casa, dove spesso andava a correre: un luogo conosciuto da sempre il cui fascino viene scoperto per caso osservando la corrente del fiume. Un’inclinazione della luce produce dei riflessi particolari, irripetibili, che hanno il potere di solleticare e meravigliare la componente enigmatica e iconica del soggetto.

Rhein II si presenta come una panoramica naturalistica, di una semplicità quasi geometrica e surreale. Un non-luogo privato dei connotati che caratterizzano il paesaggio e trasformato in una metafora dirompente. Un’opera che, con un approccio concettuale, induce alla riflessione profonda con sé stessi nella disperata ricerca delle domande giuste. Un’immagine allegorica, un capolavoro che evade dalle logiche del mercato dell’arte per soffermarsi sul significato della vita e sulla condizione delle cose. Un’opera che si trasforma in un enigmatico specchio del mondo e di se stessi.

Potremmo continuare a discutere per ore sulle cifre inaudite attribuite a queste e ad altre opere contemporanee. Ma a prescindere dal giudizio che possiamo esprimere emerge un dato di fatto. L’arte continua ad affascinare e colpire nel profondo, toccando corde intime e muovendo emozioni nascoste, al punto da alimentare un mercato in cui il valore nasce sostanzialmente da qualcosa di intangibile.

E forse, allora, è tutto racchiuso qui il senso di quel valore economico, di quella difficoltà di giudizio quando si parla di creazioni il cui valore risiede, evidentemente, in qualcosa di invisibile: nel significato, nel messaggio, più che nei materiali utilizzati.

Nascosto nella grande capacità di capire la realtà sostanziale di un’epoca, di uno sguardo, di un momento e di riuscire a renderlo nella sua eterna validità. Un valore nascosto nell’immagine. Un valore riconducibile all’intuizione della sua stessa anima. Avere la possibilità di sognare, di ballare al confine della trasgressione nella difficile impresa di riflettere e comprendere la vita.

Nelle parole di Susan Sontag: «Questa è solo la superficie. Pensa adesso, intuisci, che cosa c’è al di là di essa, che cosa deve essere la realtà se questo è solo il suo aspetto» (Sulla fotografia, 1977).

Giulia Ghirardi
Scrivo quello che non riesco a dire a parole. Amo camminare sotto la pioggia, i tulipani ed essere sorpresa. Sono attratta da chi ha qualcosa da dire, dall'arte e dalle emozioni fuori luogo. Sogno di vedere il mondo e di fare della mia vita un capolavoro.

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