Sul rovescio della pandemia: il Covid come una sfida contro la società

Non ce n’è Covid­di” è lo slo­gan dell’estate 2020, ripe­tu­to da gio­va­ni e non come una can­ti­le­na, tra chi lo dice solo per scher­za­re e chi inve­ce lo pen­sa dav­ve­ro. Con l’inizio del­la bel­la sta­gio­ne e gra­zie al loc­k­do­wn i casi di coro­na­vi­rus in Ita­lia sem­bra­va­no esser­si deci­si a cala­re. E insie­me a loro è cala­ta anche l’attenzione.

Cosa ci si pote­va aspet­ta­re d’al­tron­de? Dopo mesi chiu­si nel­le pro­prie case guar­dan­do all’atto del­la spe­sa come il più alto momen­to di socia­li­tà, tut­ti han­no biso­gno di lasciar­si andare. 

La voglia di divertimento e il bisogno di normalità in molti casi hanno vinto a mani basse contro la paura del virus. 

Il risul­ta­to sem­bra esse­re un’euforia gene­ra­le, che si tra­du­ce in masche­ri­ne non indos­sa­te e com­por­ta­men­ti non sem­pre del tut­to respon­sa­bi­li. Per­ché tan­to “non ce n’è Covid­di”. Il pro­ble­ma nasce quan­do si sco­pre che il Covid-19 inve­ce cir­co­la anco­ra e con­ti­nua a esse­re mol­to peri­co­lo­so. La cur­va dei con­ta­gi nel nostro pae­se è tor­na­ta a sali­re peri­co­lo­sa­men­te, pale­san­do la pos­si­bi­li­tà di un nuo­vo loc­k­do­wn.

Tre sono le cate­go­rie di con­ta­gi che si regi­stra­no in Ita­lia: la pri­ma riguar­da quel­le per­so­ne che tor­na­no da una vacan­za all’estero; con la secon­da si par­la di colo­ro che vivo­no in altri Pae­si e ven­go­no in Ita­lia per un sog­gior­no por­tan­do con loro il virus; infi­ne nel­la ter­za cate­go­ria rien­tra­no gli ita­lia­ni che riman­go­no entro i con­fi­ni, ma cedo­no al fasci­no di un diver­ti­men­to dimen­ti­co del peri­co­lo del Covid. 

Come spes­so acca­de in Ita­lia, l’estero sem­bra esse­re il gran­de peri­co­lo, la bestia nera del Bel Pae­se. Per colo­ro che deci­do­no di pas­sa­re le vacan­ze in Croa­zia, Spa­gna, Gre­ciaMal­ta lo Sta­to ita­lia­no ha già da tem­po pre­pa­ra­to un calo­ro­so ben tor­na­ti a base di tam­po­ne entro le 48 ore dal ritor­no. Inol­tre il Gover­no ha sta­bi­li­to il divie­to di tran­si­to o ingres­so in Ita­lia per le per­so­ne che nei 14 gior­ni pre­ce­den­ti han­no sog­gior­na­to in pae­si come l’Arme­nia, il Bra­si­le, la Ser­bia, la Colom­bia e altri. Trat­ta­men­to simi­le per i cit­ta­di­ni di rien­tro dal­la Roma­nia o dal­la Bul­ga­ria: per loro sono sta­ti sta­bi­li­ti 14 gior­ni i qua­ran­te­na obbli­ga­to­ria e tam­po­ne naso-faringeo. 

L’attenzione ver­so l’estero è, giu­sta­men­te, alle stel­le. Sareb­be impos­si­bi­le non rico­no­sce­re che alcu­ni Pae­si si tro­va­no anco­ra nel­la mor­sa del Covid-19 ed è impor­tan­te non sot­to­va­lu­ta­re il rischio di con­ta­gi d’importazione.

Ciò che invece il Governo e gli italiani stanno sottovalutando è la circolazione interna del virus. 

La gran­de atten­zio­ne che si rivol­ge ver­so la minac­cia dei casi pro­ve­nien­ti da sta­ti stra­nie­ri si ridu­ce a un ammon­ta­re di nor­me di dub­bia effi­ca­cia entro i con­fi­ni del nostro Pae­se. Si fan­no tam­po­ni a chi tor­na dall’estero, ma si chiu­de un occhio se gli sta­bi­li­men­ti bal­nea­ri dispon­go­no gli ombrel­lo­ni a meno di un metro di distan­za; nel­le uni­ver­si­tà non si può anco­ra affron­ta­re una didat­ti­ca com­ple­ta­men­te in pre­sen­za, ma fino a un paio di set­ti­ma­ne fa mol­te disco­te­che in tut­ta Ita­lia era­no aper­te. Le con­trad­di­zio­ni sono evidenti. 

Il 16 ago­sto l’Esecutivo ha final­men­te pre­so la deci­sio­ne di chiu­de­re le disco­te­che e di impor­re obbli­ghi più strin­gen­ti nei luo­ghi del­la movi­da. Pur­trop­po però il det­to “meglio tar­di che mai” non è sem­pre vali­do. La mag­gio­ran­za dei casi di coro­na­vi­rus regi­stra­ti tra gli ita­lia­ni che riman­go­no nel Pae­se per le vacan­ze esti­ve sono ricon­du­ci­bi­li pro­prio ai com­por­ta­men­ti socia­li viva­ci del­la movida. 

Emble­ma­ti­co il caso del­la Sar­de­gna, che da zona fran­ca si è tra­sfor­ma­ta in ter­re­no fer­ti­le per il Covid a segui­to di sera­te all’insegna del diver­ti­men­to e rigo­ro­sa­men­te sprez­zan­ti del distan­zia­men­to socia­le. Non c’è nien­te di shoc­kan­te in un aumen­to dei con­ta­gi quan­do que­sti com­por­ta­men­ti sono sta­ti per­mes­si fino a pochis­si­mo tem­po fa. 

Con il pas­sa­re del tem­po e la dimi­nu­zio­ne del­la cur­va dei con­ta­gi, gli ita­lia­ni si sono un po’ inor­go­gli­ti, han­no comin­cia­to a con­si­de­ra­re il loro Sta­to come una ter­ra vir­tuo­sa dove il virus era sta­to se non scon­fit­to alme­no pie­ga­to al con­trol­lo. Davan­ti a uno sce­na­rio di que­sto tipo, il rischio di fare brut­ta figu­ra spa­ven­ta parecchio. 

Ed è così che nasco­no quei giu­di­zi mol­to spes­so impie­to­si con­tro colo­ro che sono cadu­ti nel­la ten­ta­zio­ne del­la movi­da e sono tor­na­ti con­ta­gia­ti, rei di aver tra­di­to l’orgoglio nazio­na­le. Impos­si­bi­le nega­re che i com­por­ta­men­ti scor­ret­ti par­to­no dai sin­go­li e che una mag­gio­re atten­zio­ne nel­la comu­ni­tà, soprat­tut­to dei più gio­va­ni, avreb­be sicu­ra­men­te evi­ta­to cer­te situa­zio­ni a rischio. 

Ma c’è anche un rove­scio del­la meda­glia, una rifles­sio­ne da con­si­de­ra­re che mol­to spes­so vie­ne igno­ra­ta: che cosa vuol dire vera­men­te tor­na­re a casa dal­le ferie con il Covid? Non biso­gna per for­za adden­trar­si nei casi limi­te: tra­la­scia­mo dun­que quel­le sto­rie tra­gi­che che par­la­no di tera­pie inten­si­ve e vite spez­za­te dal virus. Per rispon­de­re al que­si­to ci basti con­si­de­ra quel­le vicen­de dove, for­tu­na­ta­men­te, tut­to si è risol­to con un paio di gior­ni a let­to e una lun­ga qua­ran­te­na. L’esperienza del Covid-19 è sem­pre una sfi­da per chi è risul­ta­to posi­ti­vo al tampone. 

Il sintomo peggiore nei casi più lievi è l’isolamento. Non è solo un isolamento fisico, ma anche e soprattutto morale. 

La pri­ma sen­sa­zio­ne che inve­ste que­sti sog­get­ti è il sen­so di col­pa: tor­na­re posi­ti­vi dopo una vacan­za signi­fi­ca, ovvia­men­te, espor­re i pro­pri cari al rischio del contagio. 

Poi arri­va la ver­go­gna per esser­si amma­la­ti. In que­sta secon­da fase del­la pan­de­mia, dove il nume­ro dei con­ta­gi rima­ne comun­que con­te­nu­to, gli ospe­da­li non sono più pros­si­mi al col­las­so e la cir­co­la­zio­ne del virus sem­bra esse­re anco­ra sot­to con­trol­lo, la sen­sa­zio­ne comu­ne rela­ti­va al coro­na­vi­rus è un po’ quel­la di una malat­tia lega­ta alla disat­ten­zio­ne: se te la pren­di signi­fi­ca che non hai segui­to le rego­le. Ma qua­li rego­le? I loca­li fino a due set­ti­ma­ne fa era­no aper­ti e pote­va­no esse­re fre­quen­ta­ti, sem­pre nel rispet­to di alcu­ne nor­me che si pro­po­ne­va­no di limi­ta­re i rischi. 

In mol­ti casi di con­ta­gio dun­que le rego­le vigen­ti sono sta­te rispet­ta­te, ma non sono basta­te. Chi risul­ta posi­ti­vo dopo una sera­ta in disco­te­ca subi­sce un vero e pro­prio pro­ces­so pena­le, dove la comu­ni­tà gio­ca il ruo­lo del giu­di­ce sen­za pietà. 

Eppu­re non c’è lo stes­so bia­si­mo per chi si è amma­la­to dopo esse­re sta­to al risto­ran­te nel­la pro­pria cit­tà, o per chi è è sta­to con­ta­gia­to duran­te una sosta in una spiag­gia affol­la­ta. Per­ché, dun­que, aver fre­quen­ta­to dei loca­li che era­no rego­lar­men­te aper­ti e nel pie­no rispet­to del­le nor­me impo­ste dovreb­be esse­re un chia­ro segno di tota­le man­can­za di raziocinio? 

Il fatto è che i luoghi della movida non dovevano essere riaperti in un Paese ancora in bilico tra la fine del tunnel della pandemia e il baratro di un nuovo lockdown. 

Quel giu­di­ce impie­to­so che è la socie­tà dovreb­be quin­di revi­sio­na­re l’attribuzione del­la col­pa dei con­ta­gi, alme­no quan­to basta per sal­va­re dal pati­bo­lo tut­ti colo­ro che si sono amma­la­ti pur non facen­do nul­la di ille­ci­to e attri­buen­do la giu­sta fet­ta di respon­sa­bi­li­tà a chi inve­ce ha per­mes­so che cer­ti loca­li fos­se­ro atti­vi, pur non essen­do­ci le con­di­zio­ni per garan­ti­re la sicu­rez­za degli avventori. 

In gene­ra­le la sen­sa­zio­ne è quel­la di un giu­di­zio pres­san­te da par­te del­la comu­ni­tà, un giu­di­zio che pas­sa dai social, attra­ver­sa i gior­na­li e arri­va sul­le boc­che di tut­ti. Ed è un giu­di­zio dolo­ro­so per chi si tro­va ad affron­ta­re il virus, che tra­sci­na con sé una fasti­dio­sa sen­sa­zio­ne di soli­tu­di­ne.

Esse­re tac­cia­ti di com­ple­ta irre­spon­sa­bi­li­tà per aver tra­scor­so una vacan­za nell’esercizio del­la legit­ti­ma liber­tà per­so­na­le è una valu­ta­zio­ne fret­to­lo­sa che segna­la una pre­oc­cu­pan­te man­can­za di empa­tia.

Tutti dicevano che il coronavirus ci avrebbe insegnato qualcosa, che ci avrebbe mostrato cosa vuol dire avere cura dell’altro e rispettarlo nella sua condizione di difficoltà. Invece non è cambiato niente, siamo sempre punto e a capo.

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Beatrice Balbinot
Mi chia­mo Bea­tri­ce, ma pre­fe­ri­sco Bea. Amo scri­ve­re, dire la mia, ave­re ragio­ne e man­gia­re tan­ti macarons.

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