La Statale e i segni della lunga assenza

La Statale e i segni della lunga assenza

“Contributi” è la sezione di Vulcano dove vengono pubblicati gli articoli, le riflessioni e gli spunti che ci giungono da studenti e studentesse che non fanno parte della redazione. Con un fine: allargare il dibattito. 


La cit­tà è anco­ra pie­na di pic­co­li segni del suo sta­to di tor­po­re. Sot­to uno stra­do di pol­ve­re si nascon­do­no locan­di­ne e pub­bli­ci­tà di even­ti tenu­ti­si tra gen­na­io e feb­bra­io, le con­fe­zio­ni di bibi­te e pata­ti­ne ripor­ta­no con­cor­si dai ter­mi­ni sca­du­ti e al cine­ma i trai­ler annun­cia­no film che usci­ran­no tra mar­zo e aprile. 

L’impatto di un dram­ma pret­ta­men­te uma­no col­pi­sce ral­len­tan­do anche le pic­co­le com­par­se nel­la nostra quo­ti­dia­ni­tà, e tan­to mag­gio­re sem­bra esse­re lo choc, tan­to più pare ral­len­ta­to il tem­po del­le cose. 

Pen­sia­mo alle esplo­sio­ni ato­mi­che di Hiro­shi­maNaga­sa­ki dove la defla­gra­zio­ne degli ordi­gni ha fis­sa­to le ombre sul­le pare­ti e immo­bi­liz­za­to gli oro­lo­gi, oppu­re alla zona di alie­na­zio­ne nei pres­si del­la cen­tra­le di Cher­no­byl, dove le cit­tà sono anco­ra qua­si com­ple­ta­men­te fer­me al 1983. 

Que­sta qua­li­tà del tem­po e del­le cose non è solo dei gran­di avve­ni­men­ti che han­no scon­vol­to l’umanità, si mani­fe­sta altre­sì nei foco­la­ri dome­sti­ci, quan­do ad esem­pio un’improvvisa spa­ri­zio­ne lascia immu­ta­to un luo­go per lun­go tem­po, come stan­ze o pare­ti tra­sfor­ma­te in reliquari. 

Naturalmente questa qualità inerisce esclusivamente all’esperienza del tempo di esseri fatti come noi, il tempo, qualsiasi cosa esso sia, continua a essere se stesso. 

L’edificio che ospi­ta la sede prin­ci­pa­le del­l’Uni­ver­si­tà Sta­ta­le di Mila­no, in via Festa del Per­do­no, di even­ti trau­ma­ti­ci pro­ba­bil­men­te non se ne è rispar­mia­to nes­su­no: epi­de­mie, ter­re­mo­tiguer­re han­no scos­so da den­tro e da fuo­ri le mura del­la Ca’ Granda. 

Anche se le cir­co­stan­ze che di que­sti tem­pi sia­mo chia­ma­ti ad affron­ta­re sono com­ples­se, gli spa­zi del­la nostra quo­ti­dia­ni­tà han­no affron­ta­to cir­co­stan­ze ben peg­gio­ri. Oggi qui a testi­mo­nia­re pub­bli­ca­men­te lo choc dell’epidemia e del­la chiu­su­ra ci sono alcu­ne bache­che con avvi­si e ini­zia­ti­ve fer­me a feb­bra­io, mol­te posta­zio­ni rima­ste inu­ti­liz­za­te e le aule chiu­se a chiave. 

Lontani dal voler relativizzare la portata di questa tragedia sociale e sanitaria, i segni di quest’ultimo dramma affianco ai segni degli ordigni alleati promettono in prospettiva di scomparire molto più velocemente. 

Quest’impressione che aleg­gia fra i chio­stri anco­ra vuo­ti nel­la pri­ma set­ti­ma­na di set­tem­bre è però solo un’illu­sio­ne, i segni di que­sto dram­ma si avver­ti­ran­no quan­do l’anno sarà inol­tra­to e fra i cor­ri­doi non avre­mo più la pos­si­bi­li­tà di incon­tra­re tut­te quel­le per­so­ne che l’Università non se la pos­so­no più per­met­te­re, chi ha deci­so che tor­na­re in cit­tà non è più con­ve­nien­te e chi per ragio­ni sani­ta­rie non potrà più fre­quen­ta­re que­sti spazi. 

Del resto tut­ti colo­ro che fre­quen­ta­no assi­dua­men­te l’Università lo san­no: si cono­sco­no diver­se per­so­ne, alcu­ne diven­ta­no ami­ci, la mag­gio­ran­za di colo­ro che si incon­tra diven­ta un vol­to noto, la cui man­can­za sarà segno ine­qui­vo­ca­bi­le del con­trac­col­po di que­sta situa­zio­ne sugli Ate­nei, non ulti­mo il nostro. 


Con­tri­bu­to di Andrea Bacchin.

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