Non chiamateli accordi di pace

Non chiamateli accordi di pace

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«Una nuo­va alba di pace è in arri­vo in Medio Orien­te» con que­ste paro­le Donald Trump ha accol­to mar­te­dì alla Casa Bian­ca la sigla dei cosid­det­ti “Accor­di di Abra­mo” tra i mini­stri degli este­ri dei due pae­si ara­bi, Emi­ra­ti Ara­bi Uni­tiBah­rein, e il pri­mo mini­stro israe­lia­no Ben­ja­min Neta­nya­hu.

La recente intesa diplomatica raggiunta sotto la mediazione degli Stati Uniti però non fa altro che rinforzare la repressione delle lotte per la democrazia in Medio Oriente.

Quel­lo che vie­ne defi­ni­to dai pro­ta­go­ni­sti come un pas­so ver­so la sta­bi­li­tà, a con­ti fat­ti ha più l’a­spet­to di un’in­te­sa mili­ta­re e finan­zia­ria tra regi­mi noti alla comu­ni­tà inter­na­zio­na­le per la dura repres­sio­ne del­le ribel­lio­ni inter­ne e per le ripe­tu­te vio­la­zio­ni dei dirit­ti uma­ni.

Un accor­do che tec­ni­ca­men­te non può nem­me­no esse­re defi­ni­to “di pace” poi­ché alcu­na guer­ra era in cor­so tra i pae­si. In par­ti­co­la­re le rela­zio­ni tra Bah­reinIsrae­le nel­la sto­ria non sono mai sta­te con­flit­tua­li, ben­sì carat­te­riz­za­te da pro­fi­cui rap­por­ti diplo­ma­ti­ci e com­mer­cia­li.

Die­tro ai vol­ti sor­ri­den­ti dei quat­tro lea­der alla Casa Bian­ca si nascon­do­no inte­res­si geo­po­li­ti­ci ben più ampi del­la sem­pli­ce pax ame­ri­ca­na pub­bli­ciz­za­ta nel­la stam­pa occi­den­ta­le. In pri­mis quel­li degli Sta­ti Uni­ti di man­te­ne­re una soli­da influen­za in Medio Orien­te, amplian­do il bloc­co di allea­ti in chia­ve anti-ira­nia­na e raf­for­zan­do i lega­mi con Israele. 

Una mossa importante per Donald Trump – consapevole del peso dell’elettorato di origine ebrea negli States – in vista delle elezioni presidenziali di novembre.

Dal­l’al­tra par­te rin­gra­zia­no anche Emi­ra­ti Ara­biBah­rein che si garan­ti­sco­no armi ad alta tec­no­lo­gia e impor­tan­ti capi­ta­li da inve­sti­re nel­la dura repres­sio­ne che quo­ti­dia­na­men­te col­pi­sce i dis­si­den­ti e le for­ze demo­cra­ti­che che minac­cia­no i pae­si arabi.

La monar­chia sun­ni­ta di Al-Kha­li­fa in Bah­rein è infat­ti una del­le più fero­ci del Medio Orien­te. Nel 2011 repres­se nel san­gue i ven­ti di rivol­ta del­la Pri­ma­ve­ra Ara­ba che chie­de­va­no rifor­medemo­cra­zia. Soste­nu­ta da altri regi­mi auto­ri­ta­ri del Gol­fo Per­si­co, la fami­glia al pote­re del Bah­rein dichia­rò imme­dia­ta­men­te la leg­ge mar­zia­le e auto­riz­zò 1500 sol­da­ti dal­l’A­ra­bia Sau­di­ta e dagli Emi­ra­ti Ara­bi Uni­ti a entra­re nel pae­se per repri­me­re bru­tal­men­te le proteste.

Altro fron­te di col­la­bo­ra­zio­ne è sta­ta la guer­ra in Yemen, dove il Bah­rein ha com­bat­tu­to fino al 2015 a fian­co sem­pre di Emi­ra­ti Ara­bi Uni­ti e Ara­bia Sau­di­ta, sgan­cian­do più di 20 mila bom­be aeree e ucci­den­do 17.500 civi­li (secon­do quan­to ripor­ta­to da Yemen Data Project).

Anche gli Emi­ra­ti Ara­bi del­lo sceic­co Kha­li­fa bin Zayed Al Nahya, come si evin­ce dal report annua­le di Amne­sty Inter­na­tio­nal, si sono resi respon­sa­bi­li di gra­vi vio­la­zio­ni dei dirit­ti uma­ni qua­li «arre­sti arbi­tra­ri, epi­so­di di tor­tu­ra e spa­ri­zio­ne for­za­te che han­no coin­vol­to anche cit­ta­di­ni stra­nie­ri. Sono sta­te impo­ste restri­zio­ni alla liber­tà di espres­sio­ne median­te l’arresto di colo­ro che espri­me­va­no opi­nio­ni cri­ti­che ver­so le poli­ti­che o i fun­zio­na­ri del­lo sta­to, i qua­li sono sta­ti sot­to­po­sti a con­di­zio­ni spaventose».

Gli accor­di sigla­ti a Washing­ton han­no dun­que come effet­to quel­lo di iso­la­re sem­pre di più il sogno di indi­pen­den­za del­la Pale­sti­na, gra­dual­men­te abban­do­na­ta dai pae­si ara­bi e dal­la comu­ni­tà inter­na­zio­na­le, a van­tag­gio di Israele.

Interrogato sull’argomento, Trump ha dichiarato di voler coinvolgere al “tavolo della pace” anche i palestinesi ma di essere pronto ad agire di conseguenza in caso di loro rifiuto. 

Fra­si natu­ral­men­te di cir­co­stan­za, che appa­io­no irri­ce­vi­bi­li da chi nel 2017 dichia­ra­va la cit­tà con­te­sa di Geru­sa­lem­me come capi­ta­le legit­ti­ma di Israe­le, non men­zio­nan­do la con­tro­par­te pale­sti­ne­se. Di fat­ti non sono man­ca­te le imme­dia­te rea­zio­ni da par­te di Gaza, con lan­ci nel­la not­te di 13 raz­zi ver­so Tel Aviv.

Il qua­dro poli­ti­co del Medio Orien­te non lascia pre­sa­gi­re alcun risvol­to posi­ti­vo per la Pale­sti­na e la demo­cra­zia, ben­sì ulte­rio­ri ran­co­rivio­len­ze sono desti­na­ti a rin­no­var­si in una regio­ne che sem­bra non cono­sce­re pace. Una paro­la più vol­te uti­liz­za­ta in que­sti anni dal­la comu­ni­tà inter­na­zio­na­le ma che è sem­pre rima­sta con­fi­na­ta all’in­ter­no di illu­so­ri ed effi­me­ri accor­di mediatici.

Con­tri­bu­to di Die­go Megale.

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