“Tenet” di Christopher Nolan: il nuovo enigmatico, avvincente, film senza tempo

credit: https://www.uhdpaper.com/2020/06/tenet-movie-4k-32306.html

Di Tenet se n’è sen­ti­to par­la­re, for­se anche trop­po. Un film che, in qual­che modo, sim­bo­leg­gia la ripar­ten­za cine­ma­to­gra­fi­ca post chiu­su­ra da coro­na­vi­rus, nono­stan­te i suoi con­ti­nui rin­vii e le pro­du­zio­ni usci­te in precedenza. 

Ma il pun­to di for­za di Tenet è che attrae, spri­gio­na un’aria di sicu­rez­za che solo cinea­sti del cali­bro di Chri­sto­pher Nolan (Incep­tion, Inter­stel­lar, la Tri­lo­gia del Cava­lie­re Oscu­ro e Dun­kirk) pos­so­no dare al gran­de pub­bli­co; quel­la pura essen­za di cine­ma che (non) solo Tenet può dare. 

L’ultima fati­ca, più nel cam­po distri­bu­ti­vo che nel cam­po pro­dut­ti­vo, del regi­sta, pro­dut­to­re e sce­neg­gia­to­re angloa­me­ri­ca­no, va vista e con­tem­pla­ta nel modo miglio­re pos­si­bi­le: spy sto­ry inno­va­ti­va, la pel­li­co­la vede la vicen­da di un agen­te spe­cia­le dei ser­vi­zi segre­ti ame­ri­ca­ni, chia­ma­to Il Pro­ta­go­ni­sta (John David Washing­ton), che è ingag­gia­to in una mis­sio­ne spe­cia­le sen­za tem­po, l’obiettivo è sal­va­re la ter­ra da un’imminente con­flit­to globale.

In 70mm e IMAX, Tenet non si spre­ca: gran­de, enne­si­ma, pro­va visi­va di un regi­sta che ora­mai fa sino­ni­mo con Bloc­k­bu­ster; la regia, infat­ti, si intrec­cia in un con­nu­bio crip­ti­co e impre­ve­di­bi­le con una sce­neg­gia­tu­ra lun­ga e inde­ci­fra­bi­le, la qua­le è ben soste­nu­ta dai tre atto­ri prin­ci­pa­li: oltre all’eccellente e già cita­to Washing­ton, sul set bril­la Robert Pat­tin­son, il per­so­nag­gio più dif­fi­ci­le da gesti­re a livel­lo atto­ria­le, che imper­so­na un co-pro­ta­go­ni­sta miste­rio­so (sap­pia­mo solo il nome: Neil) pie­no di plot­wi­st, gira­men­ti di capo e di tem­po; e infi­ne, a sor­pre­sa, Eli­za­beth Debic­ki, bra­va ma poco stu­dia­ta. Il suo ruo­lo di Kat, moglie dell’oligarca rus­so Andrei Sator (Ken­neth Bra­na­gh), è deci­sa­men­te poco sfrut­ta­to, tut­ta­via la sostan­za c’è e il gio­co reg­ge bene. 

Nell’insieme la storia è di per sé troppo intricata e piena di balzi temporali per essere capita a pieno. 

Il gio­co che fa Nolan è pura­men­te d’immagine, deci­de di rega­la­re allo spet­ta­to­re un’esperienza, più che un film; e se in Incep­tion gli “spie­go­ni” non man­ca­no, Tenet non lascia che un micro­bo spa­zio ai suoi dia­lo­ghi: rapi­di, a vol­te inu­ti­li alla tra­ma e spes­so cli­ché. Se però dal pun­to di vista del­lo sce­neg­gia­to non si è visto nien­te di che, a ren­de­re Tenet un’esperienza emo­zio­nan­te è pro­prio il suo com­par­to tec­ni­co e la sua atmo­sfe­ra enig­ma­ti­ca, dan­do anco­ra una vol­ta la pro­va che se un regi­sta vuo­le, può par­la­re al pub­bli­co anche sen­za le voci degli atto­ri.

205 milio­ni di dol­la­ri è il bud­get sti­ma­to: set­te pae­si di ripre­se (tra cui la nostra bel­lis­si­ma Costie­ra Amal­fi­ta­na), un vero aereo car­go distrut­to all’aeroporto di Oslo, e l’esperienza visi­va di una pel­li­co­la inten­sa, rit­ma­ta, mol­to vici­na all’autorialità di Nolan. 

Sicu­ra­men­te si sen­te la man­can­za di alcu­ni suoi col­la­bo­ra­to­ri sto­ri­ci – il com­po­si­to­re Hans Zim­mer lascia il posto allo sve­de­se Lud­wig Görans­son (CreedBlack Pan­ther); il mon­ta­to­re Lee Smith vie­ne sosti­tui­to da Jen­ni­fer Lame (Mar­ria­ge Sto­ry) – ma, mal­gra­do que­sto, Tenet è figlio del­la distor­sio­ne tem­po­ra­le già abil­men­te appli­ca­ta per rac­con­ta­re Dun­kirk: sal­ti e intrec­ci tem­po­ra­li che dona­no alla sce­na un rac­con­to impe­gna­ti­vo, ma scor­re­vo­le e avvincente. 

A esse­re appli­ca­to è anche il con­cet­to fisi­co, e mora­le, del­lo spa­zio-tem­po di Inter­stel­lar: pre­ve­de­re il futu­ro e poter­lo cam­bia­re, con­vie­ne? Regi­sti­ca­men­te, inve­ce, Incep­tion influen­za Tenet con le sue ripre­se: came­ra pret­ta­men­te su car­rel­lo, movi­men­to linea­re o cir­co­la­re, a cita­re quell’universo den­tro l’universo del film più popo­la­re del regista. 

Film uni­ver­sa­le, dun­que, qua­si a con­fer­ma­re un’autorialità che pia­ce al pub­bli­co e alla cri­ti­ca (su Rot­ten Toma­toes l’accoglienza è otti­ma) met­ten­do in risal­to la capa­ci­tà del cine­ma di mostra­re tut­to il suo poten­zia­le. Sce­ne in loop, al con­tra­rio, la pel­li­co­la che sem­bra riav­vol­ger­si: tut­to que­sto è un para­dos­so, quel­lo che va indie­tro in real­tà va avan­ti; gio­chi con inqua­dra­tu­re, mon­tag­gio e sono­ro che ren­do­no Tenet un pro­dot­to esclu­si­va­men­te da gran­de scher­mo. Solo un per­cor­so meta cine­ma­to­gra­fi­co può mostra­re al meglio que­sto ipno­ti­co concetto. 

Non è poesia e non è letteratura, Christopher Nolan, più in questo film che in altri, è spettacolo, teatro e intrattenimento puro.

Spa­zio alla con­cet­tua­le rive­la­zio­ne fil­mi­ca e alla mora­li­tà sul futu­ro: un mes­sag­gio che arri­va dal pas­sa­to in modo che si è capa­ci di cam­bia­re, in meglio, quel­lo che ver­rà. Un discor­so attua­lis­si­mo all’interno di un film fan­ta­sto­ri­co, rifles­si­vo e tra­gi­ca­men­te vero­si­mi­le. Tenet è ambi­zio­ne e guer­ra ai sopru­si, al nostro futu­ro incer­to e già dila­nia­to dal nostro pas­sa­to e presente. 

TENE­Te­vi forti.

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Andrea Marcianò
Clas­se ’99, nato sul Lago di Como, stu­den­te in scien­ze del­la comu­ni­ca­zio­ne, aman­te di cine­ma e tele­vi­sio­ne. Mi pia­ce osser­va­re il mon­do dal­l’e­ster­no come uno spettatore.

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