Halloween e horror al cinema, una lunga storia


Nel 1920, cent’anni fa esat­ti, il regi­sta tede­sco Robert Wie­ne diri­ge Il gabi­net­to del Dot­tor Cali­ga­ri, tito­lo ori­gi­na­le Das Cabi­net des Dr. Cali­ga­ri. Film ico­na del movi­men­to cine­ma­to­gra­fi­co espres­sio­ni­sta tede­sco, l’opera di Wie­ne con­qui­sta subi­to un suc­ces­so di cri­ti­ca e pub­bli­co, dive­nen­do ispi­ra­zio­ne per i suoi con­tem­po­ra­nei e non solo. A col­pi­re di più è sicu­ra­men­te l’atmosfera: cupa, fat­ta di chia­ro­scu­ri e linee taglien­ti, così come le sce­no­gra­fie – cifra sti­li­sti­ca di Wie­ne – a ope­ra di Her­mann Warm, dove lo spa­zio sce­ni­co accer­chia l’inquadratura con minac­cio­se e affi­la­te costru­zio­ni. L’in­te­ra pel­li­co­la è, infat­ti, evo­ca­tri­ce di un’aria oscu­ra e tene­bro­sa, diven­tan­do così sim­bo­lo del perio­do più nero che la Ger­ma­nia (e non solo) ha mai vis­su­to nel­la sua sto­ria; ciò si sca­tu­ri­rà poi in uno sti­le nuo­vo, stret­ta­men­te lega­to all’influenza del­le avan­guar­die novecentesche.

Il gabi­net­to del Dot­tor Cali­ga­ri con Wer­ner Krauss

Wiene, espressionismo tedesco e horror ebbero poi una vita lunga, prospera e di riconoscimento internazionale. 

Al movi­men­to da lui ispi­ra­to segui­ro­no deci­ne di cinea­sti, tra cui W.F. Mur­nau, cono­sciu­to prin­ci­pal­men­te per Nosfe­ra­tu del 1922 (tito­lo ori­gi­na­le: Nosfe­ra­tu, eine Sym­pho­nie des Grauens). Mur­nau diven­ne l’espressionista tede­sco più impor­tan­te del­la sto­ria, ed è visto da mol­ti come l’antesignano del gene­re hor­ror. Basta infat­ti vede­re Nosfe­ra­tu per ren­der­se­ne con­to: stes­si sti­le­mi espres­sio­ni­sti, pre­do­mi­nan­za del gio­co con i chia­ro­scu­ri e sce­no­gra­fie infer­na­li, ma anche ten­sio­ne, colon­na sono­ra pal­pa­bi­le e remi­ni­scen­ze orro­ri­fi­che; il tut­to per una pel­li­co­la sen­so­ria­le, mai vista per il tem­po, e indi­scu­ti­bil­men­te sen­sa­zio­na­le anche se guar­da­ta con gli occhi del Ven­tu­ne­si­mo secolo.

I due pro­ta­go­ni­sti, Vic­tor Van Dort (John­ny Depp) e la spo­sa (Hele­na Bon­ham Car­ter) de La spo­sa cada­ve­re in una sce­na del film

Da Wie­ne a Eggers (la nostra recen­sio­ne del suo ulti­mo film, The Lighthou­sequi) pas­san­do per Psy­cho di Hit­ch­cock, l’espressionismo tede­sco farà da scuo­la al cine­ma con­tem­po­ra­neo; esso con­ser­va, infat­ti, quel­lo sti­le clas­si­co che divie­ne cifra sti­li­sti­ca degli auto­ri moder­ni. Tim Bur­ton sopra tut­ti è l’unico nel suo gene­re, por­ta in sce­na, più che l’autentica pau­ra, sen­sa­zio­ni ter­ri­fi­che e inquie­tan­ti. Dal suc­ces­so di The Night­ma­re Befo­re Christ­mas (1993) – ricor­dan­do che la regia è accre­di­ta­ta a Hen­ry Selick – al capo­la­vo­ro del 2005 La spo­sa cada­ve­re (in lin­gua ori­gi­na­le: Corp­se Bri­de), Bur­ton rias­su­me alla per­fe­zio­ne l’evanescente incan­to di Hal­lo­ween, coniu­gan­do sce­no­gra­fie d’influenza Wie­ne­nia­na e di cifra gotica. 

Ed è proprio sull’arte germanica che il regista britannico costruisce un nostalgico rimando, decretandone il suo decadentismo e processandone la non-morte attraverso le testimonianze architettoniche di slanciata inquietudine. 

Una sce­na de La spo­sa cada­ve­re con il pro­ta­go­ni­sta e la cit­tà in sfondo

Un altro carat­te­re ere­di­ta­to dall’espressionismo è incen­tra­to sul tema del­la favo­la; infat­ti, come anche ai tem­pi di Wie­ne, essa è una cifra d’ispirazione impor­tan­te per il cine­ma d’oltretomba: Mur­nau per Nosfe­ra­tu trae dal­la leg­gen­da del per­so­nag­gio di Dra­cu­la, ispi­ran­do­si libe­ra­men­te al lavo­ro di Bram Sto­ker, come Bur­ton rie­vo­ca ne La spo­sta cada­ve­re un vec­chio rac­con­to rus­so-ebrai­co del XIX seco­lo. Ne vie­ne fuo­ri, così, un accen­to anco­ra più maca­bro: la favo­la gene­ra in noi un sen­ti­men­to di peren­ne minac­cia, decre­ta­ta dal suo col­le­ga­men­to ter­re­no che si aggi­ra in manie­ra miste­rio­sa nel nostro pre­sen­te. Il risul­ta­to è la costan­te inquie­tu­di­ne di un qual­co­sa che può esse­re rea­le, o solo una leg­gen­da: “sarà vero o no?”, que­sto si chie­de lo spettatore.

Cosa è vero o no, non ci è potu­to saper­lo; ciò che è cer­to è l’impatto enor­me che l’horror ha sul­la nostra cul­tu­ra. Sen­za ren­der­ce­ne con­to, e tra­la­scian­do il sin­go­lo pare­re che abbia­mo su una festi­vi­tà tipi­ca­men­te paga­na, e quin­di lon­ta­na dal­la nostra cul­tu­ra, seguia­mo una ten­den­za con cui il cine­ma è pro­fon­da­men­te con­nes­so: sen­za esso Hal­lo­ween sareb­be sicu­ra­men­te una fan­ta­sia meno attraen­te, meno ico­ni­ca e meno coinvolgente.

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Andrea Marcianò
Clas­se ’99, nato sul Lago di Como, stu­den­te in scien­ze del­la comu­ni­ca­zio­ne, aman­te di cine­ma e tele­vi­sio­ne. Mi pia­ce osser­va­re il mon­do dal­l’e­ster­no come uno spettatore.

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