Il caso Paty riapre il dibattito sulla libertà di parola

Il caso Paty riapre il dibattito sulla libertà di parola su sicurezza e libertà di parola

Più di una set­ti­ma­na è già tra­scor­sa dal ter­ri­bi­le fat­to di cro­na­ca che ha scon­vol­to la Fran­cia. Tut­ta­via, è pro­ba­bi­le che le rifles­sio­ni che ne sono sca­tu­ri­te sia­no desti­na­te a vive­re una vita più lun­ga di quel­la che la comu­ni­ca­zio­ne con­tem­po­ra­nea riser­va alle sin­go­le noti­zie. L’omicidio di Samuel Paty (que­sto il nome dell’insegnante fran­ce­se deca­pi­ta­to) ha resu­sci­ta­to doman­de che dopo gli atten­ta­ti di Niz­za e Bar­cel­lo­na era­no sta­te, se non del tut­to sepol­te, quan­to meno declas­sa­te nell’agenda del­le que­stio­ni poli­ti­che di rilie­vo: è pos­si­bi­le una con­vi­ven­za con l’Islam? L’Europa è «sot­to­mes­sa»? I con­fi­ni del con­ti­nen­te dovreb­be­ro esse­re poten­zia­ti? Ser­vo­no misu­re più repres­si­ve nei con­fron­ti del­le orga­niz­za­zio­ni islamiche?

La seconda domanda costituisce un buon punto di partenza dal quale sviluppare tutte le successive risposte. 

Anzi­tut­to per capi­re se, da un pun­to di vista pret­ta­men­te nume­ri­co, l’Europa stia soc­com­ben­do a un’influenza isla­mi­ca. Secon­do le sti­me del Pew Research Cen­ter, la popo­la­zio­ne isla­mi­ca in Euro­pa si aggi­ra intor­no al 5%, per un tota­le di cir­ca 25 milio­ni di abi­tan­ti[2]. La Fran­cia, con l’8,8% (poco meno di 6 milio­ni di abi­tan­ti), è il Pae­se euro­peo che ospi­ta il nume­ro mag­gio­re di cit­ta­di­ni isla­mi­ci. Que­sti nume­ri, di per sé, non sem­bra­no rispec­chia­re la visio­ne di un con­ti­nen­te afflit­to da un’invasione incon­te­ni­bi­le.

Tale visio­ne risul­te­reb­be sovra­sti­ma­ta anche nel caso di uno sce­na­rio pes­si­mi­sti­co nel qua­le (sem­pre secon­do le sti­me del Pew Research Cen­ter) gli isla­mi­ci rag­giun­ge­reb­be­ro il 14% del­la popo­la­zio­ne euro­pea (70 milio­ni di abi­tan­ti) entro il 2050 (l’Unione Euro­pea, ricor­dia­mo­lo, ha cir­ca 500 milio­ni di abi­tan­ti; l’Europa “fisi­ca”, cioè quel­la che si esten­de fino ai Mon­ti Ura­li, ne con­ta cir­ca 800 milioni). 

A questo punto diventa lecito chiedersi se ospitare un simile numero di cittadini islamici sia di per sé sufficiente a causare una riduzione della sicurezza pubblica. 

Stan­do ai dati del CAT (Cen­tre d’analyse du ter­ro­ri­sme), nel 2019 il ter­ro­ri­smo di matri­ce isla­mi­sta ha col­pi­to l’Unione Euro­pea 25 vol­te[3]. Tut­ta­via, que­sti 25 epi­so­di sono così sud­di­vi­si: 3 attac­chi, 5 ten­ta­ti attac­chi, 17 pro­get­ti d’attacco, per un tota­le di 10 mor­ti e 34 feri­ti. In Fran­cia, che abbia­mo visto esse­re il pae­se euro­peo col mag­gior nume­ro di isla­mi­ci, si sono veri­fi­ca­te 8 del­le 25 fat­ti­spe­cie ter­ro­ri­sti­che, così distri­bui­te: 1 attac­co, ten­ta­ti attac­chi e 4 pro­get­ti d’attacco. È bene nota­re, tra l’altro, che il nume­ro di epi­so­di ter­ro­ri­sti­ci è dimi­nui­to rispet­to al 2017, quan­do nell’Unione Euro­pea se ne regi­stra­ro­no 62, di cui 31 in Fran­cia (5 attac­chi, 6 ten­ta­ti attac­chi e 20 pro­get­ti d’attacco).

Ipo­tiz­zan­do che vi sia un’identità tra il nume­ro di epi­so­di ter­ro­ri­sti­ci e gli ese­cu­to­ri mate­ria­li, e che que­sti sia­no diver­si di vol­ta in vol­ta, avrem­mo che nel 2019 una fra­zio­ne pari allo 0,0001% del­la popo­la­zio­ne isla­mi­ca euro­pea ha mes­so a rischio la sicu­rez­za pub­bli­ca. Nel mede­si­mo anno e alle stes­se ipo­te­ti­che con­di­zio­ni, lo 0,00013% degli isla­mi­ci fran­ce­si ha mes­so in peri­co­lo la sicu­rez­za pub­bli­ca fran­ce­se. Anche in que­sto caso, i nume­ri a nostra dispo­si­zio­ne non sem­bra­no sug­ge­ri­re un peri­co­lo dell’entità descrit­ta nel dibat­ti­to pubblico. 

Esaurite le piste numerica e terroristica, è il caso di percorrere quella della tenuta delle istituzioni democratiche. 

La demo­cra­zia, infat­ti, con il suo corol­la­rio costi­tui­to dal­la liber­tà di espres­sio­ne, la liber­tà di cul­to e la tute­la dei dirit­ti indi­vi­dua­li, è uno dei pila­stri fon­da­men­ta­li degli Sta­ti euro­pei e sem­bra esse­re in appa­ren­te anti­te­si con l’Islam, che nei pae­si dove è mag­gio­ri­ta­rio non accon­sen­te ad alcu­na di quel­le liber­tà. La rifles­sio­ne logi­ca che ne con­se­gue è che, più è ele­va­to il nume­ro di isla­mi­ci, più la demo­cra­zia è a rischio di sopravvivenza. 

Tut­ta­via, anche in que­sto caso, i nume­ri paio­no for­ni­re una rispo­sta con­tro­in­tui­ti­va. Pae­si come la Nor­ve­gia, la Sve­zia e la Sviz­ze­ra, che ospi­ta­no una fra­zio­ne non indif­fe­ren­te di isla­mi­ci nel­la loro popo­la­zio­ne (rispet­ti­va­men­te 5.7%, 8.1%6.1%) rien­tra­no nel­la top ten del­le demo­cra­zie più soli­de sti­la­ta dall’EIU’s demo­cra­cy index (ela­bo­ra­to attra­ver­so l’analisi di com­po­nen­ti come i pro­ces­si elet­to­ra­li, il plu­ra­li­smo, il fun­zio­na­men­to del gover­no, la par­te­ci­pa­zio­ne poli­ti­ca ecc.). Anche pae­si come la Ger­ma­nia e il Regno Uni­to (in cui la popo­la­zio­ne isla­mi­ca è rispet­ti­va­men­te il 6.1% e il 6.3%) pre­sen­ta­no, su una sca­la da 1 a 10, indi­ci di “demo­cra­ti­ci­tà” pari a 8 o anche più. 

È anche curio­so nota­re come sem­bra esser­ci una rela­zio­ne inver­sa­men­te pro­por­zio­na­le tra il nume­ro di isla­mi­ci pre­sen­ti in un pae­se e la per­ce­zio­ne posi­ti­va che si ha di essi. In Pae­si come l’Italia, l’Ungheria e la Polo­nia (in cui la popo­la­zio­ne isla­mi­ca è rispet­ti­va­men­te il 4.8%, lo 0.4% e meno del­lo 0.1%) si regi­stra­no le per­cen­tua­li più ele­va­te di opi­nio­ni sfa­vo­re­vo­li agli islamici.

La discrepanza tra i dati e la realtà percepita può essere in parte spiegata dall’impatto che hanno certe notizie. 

La deca­pi­ta­zio­ne di un inse­gnan­te o una stra­ge con­dot­ta a bor­do di un tir in una del­le più note cit­tà fran­ce­si sono even­ti inu­sua­li, ecla­tan­ti, scon­vol­gen­ti e che, pro­prio per que­sto moti­vo, indi­riz­za­no più facil­men­te le deci­sio­ni del pub­bli­co. A que­sto biso­gna aggiun­ge­re che le noti­zie ter­ri­fi­can­ti sono natu­ral­men­te più pre­di­spo­ste a cat­tu­ra­re l’attenzione del let­to­re e che, in un perio­do sto­ri­co dove le per­so­ne leg­go­no media­men­te poco e i media dell’informazione vivo­no di inser­ti pub­bli­ci­ta­ri, que­sti potreb­be­ro esse­re ten­ta­ti dal far­ne un uso scon­si­de­ra­to. Come per l’appunto succede. 

Tut­ta­via, ali­men­ta­re, con­sa­pe­vol­men­te o incon­sa­pe­vol­men­te, pre­giu­di­zi nei con­fron­ti di alcu­ne mino­ran­ze può ave­re effet­ti con­tro­pro­du­cen­ti, anche dal pun­to di vista eco­no­mi­co, aspet­to che quan­do si par­la di raz­zi­smo è poco inda­ga­to. Secon­do uno stu­dio con­dot­to da Marie-Anne Val­fort del­la Paris School of Eco­no­mics, in Fran­cia, per gli indi­vi­dui per­ce­pi­ti come isla­mi­ci le pos­si­bi­li­tà di otte­ne­re un col­lo­quio di lavo­ro sono di quat­tro vol­te infe­rio­ri a quel­le degli indi­vi­dui per­ce­pi­ti come cri­stia­ni[7]. Inol­tre, i can­di­da­ti con nomi ara­bi otten­go­no il 25% in meno dei riscon­tri posi­ti­vi rispet­to ai can­di­da­ti con nomi fran­ce­si. Ripa­ran­do a que­ste ine­gua­glian­ze, la Fran­cia potreb­be incre­men­ta­re dell’1.5% (poco più di 3 miliar­di di euro) il pro­dot­to inter­no lor­do nel cor­so dei pros­si­mi 20 anni. 

I dati ana­liz­za­ti sino a que­sto pun­to fan­no sor­ge­re in modo natu­ra­le un’ultima, quan­to fon­da­men­ta­le, doman­da: è giu­sto, o con­ve­nien­te, impe­di­re la cri­ti­ca di aspet­ti dell’Islam che, sep­pur nel­la mag­gior par­te dei casi sovra­sti­ma­ti (quan­to meno in Euro­pa), costi­tui­sco­no un’inoppugnabile veri­tà, come l’avversione allo sti­le di vita occi­den­ta­le, alla seco­la­riz­za­zio­ne, alla pari­tà di gene­re? O, in altri ter­mi­ni: una per­ce­zio­ne distor­ta del­la real­tà giu­sti­fi­ca l’introduzione di un rea­to vago e discu­ti­bi­le come quel­lo di “isla­mo­fo­bia”? Il modo miglio­re per rispon­de­re alla disin­for­ma­zio­ne è ricor­re­re alla leg­ge o affi­dar­si alla liber­tà di parola? 

Que­ste, così come quel­le evo­ca­te nel pri­mo para­gra­fo, sono doman­de che, se poste alla luce del­la durez­za dei fat­ti e lon­ta­no dal sen­sa­zio­na­li­smo e dal­la com­pres­sio­ne con i qua­li sono vei­co­la­te le noti­zie, richie­do­no rifles­sio­ni tutt’altro che sem­pli­ci. Rifles­sio­ni che, indub­bia­men­te e ine­vi­ta­bil­men­te, meri­te­ran­no un’oculata atten­zio­ne da par­te dei policy-makers. 

Arti­co­lo di Edoar­do Pozzato

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