Le stragi dimenticate in Congo e Camerun

Di soli­to quan­do si par­la di guer­re si pen­sa ai libri di sto­ria, alle inter­ro­ga­zio­ni, alle veri­fi­che con una sfil­za di date da attri­bui­re al giu­sto avve­ni­men­to. La guer­ra ci sem­bra appar­te­ne­re al pas­sa­to, sia­mo abi­tua­ti a con­si­de­ra­re il dolo­re del con­flit­to come un tra­gi­co capi­to­lo del­la memo­ria col­let­ti­va, che maga­ri anco­ra ci col­pi­sce, ma che di fat­to è rele­ga­to in una dimen­sio­ne lon­ta­na, sto­ri­ca, estra­nea. E anche quan­do ci accor­gia­mo che in altre zone del glo­bo anco­ra si muo­re per le bom­be e sot­to i col­pi di mitra la sen­sa­zio­ne è quel­la di una real­tà che non ci appar­tie­ne. “Lì c’è la guer­ra”, com­men­tia­mo, sot­to­li­nean­do una distan­za che non è solo spa­zia­le, ma anche cul­tu­ra­le e sociale. 

Il disa­stro del­le guer­re mon­dia­li ha costret­to l’occidente alla pro­mes­sa del­la pace, ad un pat­to che ha esor­ciz­za­to final­men­te il dolo­re del­la guer­ra dal pre­sen­te dei cit­ta­di­ni. Ma la for­tu­na di esse­re nati nel­la par­te del mon­do dove non si vive sot­to la minac­cia costan­te degli spa­ri non deve far dimen­ti­ca­re che i mas­sa­cri anco­ra esi­sto­no e che la guer­ra è dav­ve­ro quel virus per cui non esi­ste­rà mai un vac­ci­no infal­li­bi­le. Dun­que impa­ria­mo a guar­dar­ci intor­no, impa­ria­mo ad accor­cia­re le distan­ze tra noi e quel con­cet­to di guer­ra che vor­rem­mo, ma non pos­sia­mo, dimen­ti­ca­re e accor­gia­mo­ci di quan­to anco­ra la vio­len­za siste­ma­ti­ca sia attua­le. Per­ché la guer­ra, per qual­che incep­po del­la sto­ria, per qual­che con­trad­di­zio­ne dell’umanità, non è sta­ta debel­la­ta affat­to. Sot­ta­ciu­te dai gran­di media e igno­ra­te dall’interesse comu­ne, mol­te vio­len­ze silen­zio­se sono per­pe­tra­te nel pre­sen­te mono­po­liz­za­to dall’emergenza sani­ta­ria.

Questo è il caso di alcuni paesi dell’Africa centrale, dove da molti anni si avvicendano escalation di violenza e massacri. 

La Repub­bli­ca Demo­cra­ti­ca del Con­go è pie­ga­ta, già da più di 20 anni, nel­la mor­sa di un’atroce guer­ra civi­le che ha già cau­sa­to milio­ni di vit­ti­me. Da una par­te gli Hema, dall’altra i Len­du. L’ostilità tra que­ste due tri­bù nasce per il con­trol­lo e lo sfrut­ta­men­to del­la ter­ra, pri­mo mez­zo di sosten­ta­men­to tan­to per gli Hema, popo­lo di pasto­ri, quan­to per gli agri­col­to­ri Len­du. Così la pro­vin­cia nord-orien­ta­le dell’Ituri si è tra­sfor­ma­ta in un cam­po di mor­te, sce­na­rio del­le bru­ta­li­tà di una guer­ri­glia che non cono­sce tre­gua, di stu­pri e di vio­len­ze siste­ma­ti­che e con­ti­nue.

Secon­do l’Onu tra dicem­bre 2017 e set­tem­bre 2019 nel­la zona si sareb­be­ro con­ta­ti 701 mor­ti e ben 142 cri­mi­ni ses­sua­li. Ad aggra­va­re ulte­rior­men­te la situa­zio­ne c’è l’azione del­le For­ze Demo­cra­ti­che Allea­te, un grup­po ter­ro­ri­sti­co già indi­vi­dua­to come uno dei più vali­di allea­ti del­lo Sta­to Isla­mi­co. Gli atten­ta­ti nel­la pro­vin­cia Itu­ri han­no cau­sa­to 1500 vit­ti­me negli ulti­mi 5 anni, men­tre si con­ta­no 800 rapi­men­ti. Il Con­go, che nel 2019 ha fat­to i con­ti anche con una suc­ces­sio­ne pre­si­den­zia­le all’insegna del­la vio­len­za e che da anni è sfrut­ta­to dall’occidente per le pre­zio­se risor­se di mate­rie pri­me nel sot­to­suo­lo, è tutt’ora una del­le zone più insta­bi­li del pia­ne­ta: dal 1996 ben 6 milio­ni di per­so­ne han­no per­so la vita negli scon­tri, mol­te del­le qua­li sono bam­bi­ni. A nul­la è val­so il ten­ta­ti­vo dell’Onu di inse­dia­re nel ter­ri­to­rio una mis­sio­ne di pace, deno­mi­na­ta Onu Monu­scu: la pre­sen­za dei caschi blu ha spes­so cau­sa­to ulte­rio­ri moti­vi di con­flit­to, che han­no sol­tan­to aumen­ta­to l’opprimente sen­so di abban­do­no e fata­li­tà degli abitanti. 

Ma voci stra­zian­ti di vio­len­ze e stu­pri, spec­chio di una pro­fon­da cri­si uma­ni­ta­ria, non giun­go­no solo dal Con­go. Non miglio­re è la situa­zio­ne in Came­run, dove dal 2016 è in atto una fero­ce dispu­ta arma­ta. Pro­ta­go­ni­ste del­le vio­len­ze con­tro la popo­la­zio­ne sono le trup­pe arma­te del pre­si­den­te Paul Biya, al pote­re dal lon­ta­no 1987. La guer­ra civi­le che ha cau­sa­to in Came­run miglia­ia di mor­ti negli ulti­mi anni si aggiun­ge alla dram­ma­ti­ca sto­ria del­lo sta­to afri­ca­no, da sem­pre schiac­cia­to sot­to pesan­ti pres­sio­ni colo­nia­li­ste. Il Came­run è infat­ti divi­so in due zone, una anglo­fo­na e una fran­co­fo­na, in for­te con­tra­sto tra loro. L’azione poli­ti­ca del pre­si­den­te Biya ha favo­ri­to lar­ga­men­te le otto regio­ni di lin­gua fran­ce­se, a disca­pi­to del­la popo­la­zio­ne del­le restan­ti due pro­vin­ce, cor­ri­spon­den­ti ad ex pos­se­di­men­ti britannici. 

Le leggi emanate negli ultimi anni hanno alimentato motivi di conflitto tra la popolazione, conflitto che è sfociato in arresti arbitrari, stupri di massa, violenze e uccisioni da parte delle forze governative. 

Da que­sta inu­ma­na stra­ge di civi­li è nato un for­te spi­ri­to seces­sio­ni­sta nel­le due pro­vin­ce anglo­fo­ne, che si sono costi­tui­te come lo Sta­to indi­pen­den­te dei Amba­zo­nia. Ma la scia di mor­ti lascia­ti da que­sto con­flit­to inter­no non è ces­sa­ta: l’ultimo atten­ta­to risa­le al 24 otto­bre 2020 quan­do, nel silen­zio gene­ra­le dei media inter­na­zio­na­li, 6 bam­bi­ni han­no per­so la vita in una scuo­la ele­men­ta­re nel­la cit­tà di Kum­ba, men­tre altri otto sono rima­sti feri­ti sot­to i col­pi da arma da fuo­co. Secon­do i fun­zio­na­ri gover­na­ti­vi del­la cit­tà la col­pa dell’attacco andreb­be ai grup­pi di seces­sio­ni­sti anglofoni. 

Que­ste le dram­ma­ti­che vicen­de di due degli sta­ti afri­ca­ni più col­pi­ti da guer­re nasco­ste all’attenzione del mon­do occi­den­ta­le, ma sbir­cian­do nel­le bio­gra­fie dei pae­si più pove­ri del glo­bo gli esem­pi si mol­ti­pli­ca­no. Quan­to scal­po­re media­ti­co avreb­be­ro fat­te le stes­se tra­ge­die, se avve­nu­te in un’altra zona del pia­ne­ta? Solo per­ché si trat­ta di noti­zie pro­ve­nien­ti da un pae­se cul­tu­ral­men­te e social­men­te lon­ta­no dal­la nostra quo­ti­dia­ni­tà, ci arro­ghia­mo il dirit­to di non con­si­de­rar­le inte­res­san­ti. Così l’informazione diven­ta arbi­tra­ria e la distan­za rispet­to ad altre real­tà si acui­sce sem­pre più. Le noti­zie rispet­to a que­ste vio­len­ze sot­ter­ra­te sot­to una gene­ra­le indif­fe­renza sono poche e con­trad­dit­to­rie, spes­so affi­da­te a siti sco­no­sciu­ti o a video ama­to­ria­li cari­ca­ti in rete, piut­to­sto che ai gran­di media mondiali.

La sup­pli­ca del­le vit­ti­me che chie­do­no a gran voce di entra­re nel­le cro­na­che si scon­tra con un muro di disin­te­res­se: il resto del mon­do sem­bra esser­si dimen­ti­ca­to che non si muo­re solo di Covid. L’imbarazzante man­can­za di infor­ma­zio­ni rispet­to a que­sti con­flit­ti get­ta la memo­ria del­le vio­len­ze nell’oblio: i mor­ti diven­ta­no fan­ta­smi, le ingiu­sti­zie si radi­ca­no, il dolo­re con­ti­nua e vin­ce la guerra. 

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Beatrice Balbinot
Mi chia­mo Bea­tri­ce, ma pre­fe­ri­sco Bea. Amo scri­ve­re, dire la mia, ave­re ragio­ne e man­gia­re tan­ti macarons.

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