Nuovo cocktail enzimatico rende la degradazione del PET più veloce

Nuovo cocktail enzimatico rende la degradazione del PET più veloce

Tut­to è ini­zia­to gra­zie a del­le bot­ti­glie giap­po­ne­si. Per la pre­ci­sio­ne, del­le bot­ti­glie in polie­ti­le­ne tetraf­ta­la­to, meglio cono­sciu­to come PET, desti­na­te come milio­ni di ana­lo­ghe con­fe­zio­ni immes­se sul mer­ca­to a par­ti­re dagli anni ‘70 ad esse­re rici­cla­te dopo l’uso.

Ma quel­le bot­ti­glie era­no desti­na­te ad un impian­to per il rici­clo con sede a Sakai, nel­la pre­fet­tu­ra di Osa­ka, e lì il loro desti­no avreb­be incon­tra­to — come un team di ricer­ca­to­ri gui­da­to da Kohei Oda del Kyo­to Insti­tu­te of Tech­no­lo­gy e da Ken­ji Miya­mo­to del­la Keio Uni­ver­si­ty ha dimo­stra­to nel 2016 — quel­lo di un microor­ga­ni­smo particolare. 

Ideo­nel­la saka­ien­sis, lo han­no chia­ma­to: un bat­te­rio Gram‑, aero­bi­co e in gra­do di uti­liz­za­re il PET come uni­ca fon­te di car­bo­nio e di ener­gia. E que­sto gra­zie ad una fami­glia di enzi­mi, le PETa­si, che pos­sie­do­no sia le qua­li­tà del­le lipa­si (enzi­mi idro­liz­zan­ti i gras­si), sia quel­le del­le cuti­na­si (che idro­liz­za­no la cuti­na, un polie­ste­re), con il risul­ta­to di scin­de­re pro­gres­si­va­men­te il poli­me­ro PET nei suoi mat­to­ni costitutivi. 

Un’ attività enzimatica che potrebbe rivelarsi estremamente utile nel combattere l’emergenza ambientale derivata dalla produzione sproporzionata di plastiche e dal loro gravare come rifiuti non biodegradabili sugli ecosistemi. 

Cer­to, come affer­ma giu­sta­men­te l’enzimologa Emi­ly Flash­man, sia­mo anco­ra lon­ta­ni dal poter dire di aver tro­va­to la solu­zio­ne fina­le al “pro­ble­ma pla­sti­ca” nei mol­te­pli­ci enzi­mi che la dige­ri­sco­no (oltre alle PETa­si, già dal 1975 si cono­sco­no ad esem­pio lipa­si in gra­do di scin­de­re il poliestere). 

Tra le pro­ble­ma­ti­che anco­ra da risol­ve­re, spic­ca la neces­si­tà di appron­ta­re impian­ti con­trol­la­ti affin­ché le linee micro­bi­che che ver­ran­no in un ipo­te­ti­co futu­ro impie­ga­te come “spaz­zi­ni ulti­mi” del PET non si disper­da­no nell’ambiente, andan­do ad aggre­di­re la pla­sti­ca dei con­te­ni­to­ri e degli stru­men­ti indi­spen­sa­bi­li alle atti­vi­tà uma­ne. Ciò neces­si­te­rà di tem­po, e di denaro. 

Tut­ta­via, mol­to si sta già muo­ven­do per ren­de­re la dige­stio­ne enzi­ma­ti­ca del PET una real­tà del pros­si­mo futu­ro, e una pro­va risie­de nel risul­ta­to con­se­gui­to dal team gui­da­to da John McGee­han, diret­to­re del Cen­tre for Enzy­me Inno­va­tion, e da Gregg Bec­kham, ricer­ca­to­re anzia­no del Natio­nal Renewa­ble Ener­gy Laboratory. 

Il loro lavo­ro, espo­sto in un arti­co­lo pub­bli­ca­to il 28 set­tem­bre su Pro­cee­dings of the Natio­nal Aca­de­my of Scien­ces, ha por­ta­to alla crea­zio­ne di un cock­tail enzi­ma­ti­co com­pren­den­te PETa­si e MHE­Ta­si, enzi­mi che aggre­di­sco­no il MHET, pro­dot­to del­la rea­zio­ne di degra­da­zio­ne del PET cata­liz­za­ta dal­le PETa­si, pre­sen­ti anch’essi in Ideo­nel­la saka­ien­sis.

Già soltanto mescolando i due enzimi nello stesso cocktail la velocità di reazione veniva raddoppiata, mentre unendo MHETasi e PETasi in un unico nuovo enzima chimerico la digestione enzimatica del PET diventava sei volte più rapida. 

Un risul­ta­to impor­tan­te per due veri guru del set­to­re, già resi famo­si dall’essere riu­sci­ti a inge­gne­riz­za­re PETa­si nel 2018 aumen­tan­do­ne la velo­ci­tà del 20%, che si fa apprez­za­re in tut­ta la sua signi­fi­ca­ti­vi­tà anche solo con­si­de­ran­do che la degra­da­zio­ne del PET, ope­ra­ta da PETa­si nel giro di gior­ni, impie­ghe­reb­be nor­mal­men­te cen­ti­na­ia di anni. 

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Simone Santini
Nato nel 1999 e stu­den­te di Bio­tec­no­lo­gia, scri­vo rac­con­ti per entu­sia­sma­re e arti­co­li quan­do la scien­za è il rac­con­to più entusiasmante.

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