Del: 7 Ottobre 2020 Di: Martina Di Paolantonio Commenti: 1

International Equal Pay Day: il 18 settembre per l’Onu è la giornata istituita per ricordare a tutti, autorità e semplici cittadini, che si è ben lontani dalla parità di genere. Parlare di gender pay gap, di differenza di retribuzione tra uomini e donne, nel 2020 dovrebbe sembrare anacronistico, quasi medievale, e invece è un problema che persiste e del quale forse si parla troppo poco.

Il fatto che le donne guadagnino meno degli uomini (una donna percepisce ottanta centesimi per ogni dollaro all’ora maschile negli USA , mentre a livello mondiale la differenza salariale tra uomini è donne è del 3,2% secondo l’International Labour organization) è una realtà fin troppo radicata, che ha le sue basi in una serie di fattori individuali, organizzazionali e sociali (qui una breve ma esplicativa carrellata di questi fattori redatta da Forbes) che nel ventunesimo secolo sarebbe il caso di superare. 

Il gender pay gap in Europa è stato discusso di recente: nell’ estate appena conclusa infatti il Comitato Europeo per i diritti sociali ha dovuto richiamare ben quattordici tra gli Stati membri, perché non rispettano le regole sull’equità salariale e la parità di genere. Non solo, l’Italia in particolare è stata al centro di polemiche da parte della Ong University Women of Europe, A quanto pare i dati forniti dallo stivale mancano di trasparenza: non sono state fornite informazioni complete e chiarimenti necessari per spiegare le statistiche riguardo la differenza retributiva, senza contare che sono stati deliberatamente ignorati dei parametri considerati chiave (come i dati sul lavoro domestico), al fine di far sembrare una differenza salariale ingente: si tratta dell’11,1% medio, che parrebbe un po’ più accettabile (dai dati forniti è rimasta per anni ferma a circa il 5%). 

Non è solo l’Italia però a far parte di questa triste categoria di Stati che svalutano il lavoro femminile: si tratta di una piaga globale. Le Nazioni Unite riportano infatti un dato importante e allo stesso tempo inquietante:

la parità economica di genere, con i provvedimenti attuali, si raggiungerà tra 257 anni.

Fonte: Twitter.com

Le donne sono rinchiuse in una scatola, possono muoversi un po’ da una parte, un po’ dall’altra, ma ci saranno sempre delle pareti insuperabili a lato e sopra di loro, la cosiddetta segregazione occupazionale, orizzontale e verticale. Come se non bastasse guadagnare meno a parità di lavoro per il semplice fatto di essere donne, si vedono anche limitate le possibilità di avanzamento di carriera (segregazione verticale) per raggiungere i vertici aziendali. Questo non vuol dire che non si possa arrivare ad alti livelli ma, statisticamente, questi ruoli vengono ricoperti principalmente da uomini.

Inoltre le donne vengono indirizzate in specifici settori lavorativi, considerati più specificamente femminili, come l’insegnamento (segregazione orizzontale). A proposito di segregazione bisogna per forza citare gli ultimi dati pubblicati a fine settembre grazie all’associazione Progetto Donne e Futuro: in Italia le imprese femminili (ossia con partecipazione di genere superiore al 50% oppure con una titolare donna) rappresentano il 22%). Non solo, da una ricerca Istat del 2017 emerge che «all’interno dell’aggregato composto dalle partite Iva individuali la componente più autonoma (datori di lavoro + autonomi puri) è composta al 75% da uomini e solo dal 25% da donne, mentre le donne compongono il 50% del totale dei lavoratori indipendenti solo parzialmente autonomi».

In pratica è chiaro che il mondo dell’imprenditoria italiana ancora non è pronto a sostenere l’iniziativa economica femminile. Situazione che a livello mondiale non migliora affatto

Fonte: weforum.org

Considerato tutto questo, sembra già di vivere duecento anni nel passato, sembra che le ondate femministe dell’ultimo secolo non siano mai esistite. E non finisce qui.

Dati alla mano, non solo c’è disparità di retribuzione tra uomini e donne, ma questa si allarga anche quando si tirano in ballo fattori sociali come l’etnia: un fattore che già di per sé è ritenuto discriminante per gli uomini in società come quella americana, e che per le donne può solo peggiorare la condizione.

Fonte: EPI analysis of Current Population Survey microdata

Vale la pena citare anche i dati raccolti dall’Economic Policy Institute, i quali evidenziano come questo gap di retribuzione si traduce in una differenza di pensioni, rendendo le donne più «economicamente vulnerabili» in età avanzata, e in una maggiore difficoltà nell’ottenere un’assicurazione sanitaria attraverso il proprio lavoro.

Ci sono tuttavia dei fattori che possono far ben sperare per il futuro: la differenza retributiva è sempre più al centro del dibattito sociologico e nello specifico il ramo dei gender studies produce dati via via più accurati che contribuiscono a risvegliare le coscienze delle autorità che riconoscono l’importanza del superamento di questo divario.

Una grande possibilità in questo senso è quella del Next Generation Eu, a patto che le dichiarazioni fatte (le parole del ministro per le Pari Opportunità Elena Bonetti: «Nel piano del recovery fund o della next generation Eu, come pilastro fondamentale, decideremo di investire fortemente sulle famiglie e sulla demografia, oltre che sul lavoro femminile come motore di sviluppo») non si traducano in provvedimenti blandi e finanziamenti isolati ma in un piano di riforma dettagliato e proiettato sul lungo termine (257 anni sono lunghi dopotutto), perché si adottino incentivi e politiche di welfare che non mettano più la donna nella condizione di dover scegliere tra lavoro e famiglia, dovendo rincorrere sempre ciò che per un uomo è più facilmente raggiungibile: obiettivo è ottenere la possibilità di realizzare in pieno le proprie ambizioni senza doversi sentire limitata su una base di genere.  

Da questa situazione ne uscirebbero tutti vincitori. Secondo Christine Lagarde, oggi Presidente della Banca Centrale Europea ma Direttrice del Fondo Monetario Internazionale all’epoca di questa proiezione,  se si investisse nel sostenere il pieno impiego del potenziale lavorativo femminile la ricchezza degli Stati potrebbe aumentare fino al 35%. 

Piani di investimento e giornate internazionali da soli non sono sufficienti: è necessario e quanto mai urgente cambiare radicalmente la sensibilità di un intero pianeta, che fatica ancora ad accettare la figura femminile in ambito professionale.

Martina Di Paolantonio
Dal 1999 faccio concorrenza all'agenzia di promozione turistica abruzzese, nel tempo libero mi lamento per qualsiasi cosa.

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