Pillole di economia. L’economia circolare

Pillole di economia: l’economia circolare

Le tematiche di carattere economico rientrano senza dubbio in quel ventaglio di argomenti spesso difficili da comprendere a fondo per chi non ne ha mai approfondito lo studio. Abbiamo deciso di dare vita a questa rubrica nella quale cercheremo di sviscerare, con il linguaggio più semplice e accessibile possibile, vari temi economici legati all’attualità. A questo link trovate le scorse puntate.


Si sen­te sem­pre più par­la­re di eco­no­mia cir­co­la­re sia in ambi­to euro­peo che mon­dia­le. Basan­do­si su soste­ni­bi­li­tà e rici­clo, gli argo­men­ti a favo­re di que­sto model­lo dal pun­to di vista ambien­ta­le sono chia­ri, ma a livel­lo eco­no­mi­co potreb­be esse­re un po’ più com­pli­ca­to. Ci si potreb­be chie­de­re: ma che cosa ci si gua­da­gna? Come pos­so­no fun­zio­na­re le eco­no­mie se le azien­de non pro­du­co­no più? Non aumen­ta la disoccupazione?

Per rispon­de­re a tut­te que­ste doman­de biso­gna innan­zi­tut­to capi­re bre­ve­men­te come fun­zio­na la pro­du­zio­ne nell’economia “linea­re”. Come sug­ge­ri­sce lo stes­so nome, que­sto model­lo pre­sup­po­ne un avan­za­men­to in linea ret­ta dal­la mate­ria pri­ma al pro­dot­to fini­to: si par­te dun­que dall’estrazione del­le mate­rie pri­me (e già qui c’è un pri­mo limi­te: per beni come petro­lio e gas natu­ra­li l’Europa è in gran par­te dipen­den­te dal­le impor­ta­zio­ni), che poi ven­go­no tra­sfor­ma­te, distri­bui­te, con­su­ma­te e infi­ne diven­ta­no rifiu­ti. E poi si ricomincia.

Que­sto siste­ma impli­ca ine­vi­ta­bil­men­te una pro­du­zio­ne con­ti­nua di scar­ti che non han­no più alcun valo­re eco­no­mi­co: le mate­rie pri­me sono sta­te ven­du­te al valo­re x, la tra­sfor­ma­zio­ne e la distri­bu­zio­ne sono un costo y e infi­ne il pro­dot­to è sta­to ven­du­to al prez­zo z, e alla fine? Vale zero. Non a caso que­sto model­lo è defi­ni­to anche “from crad­le to the gra­ve”, dal­la cul­la alla tomba.

Esiste un modo per il quale un prodotto anche dopo l’utilizzo non abbia valore zero? Un sistema per il quale possa essere reinserito nel ciclo produttivo?

Sì, l’economia cir­co­la­re. Dal nome stes­so si capi­sce che sta­vol­ta si è davan­ti a un model­lo cicli­co, “from crad­le to crad­le”. Nel­la sua for­ma più basi­ca, il pro­dot­to vie­ne uti­liz­za­to e a “fine vita” resti­tui­to al pro­dut­to­re il qua­le com­pie prin­ci­pal­men­te due azio­ni: rein­se­ri­sce nel­la bio­sfe­ra i pro­dot­ti bio­lo­gi­ci e riva­lo­riz­za quel­li tec­ni­ci. Rici­cla insom­ma. In real­tà l’economia cir­co­la­re pre­ve­de innu­me­re­vo­li for­me, ad esem­pio il car sha­ring, e se ne potreb­be­ro inven­ta­re mol­te altre (a que­sto pro­po­si­to l’Unione Euro­pea finan­zia il pro­get­to LIFE, pro­prio per favo­ri­re una tran­si­zio­ne al circolare).

Ora che si sa di cosa si par­la è più faci­le rispon­de­re alle doman­de che potreb­be­ro sor­ge­re spon­ta­nee alle qua­li ci si rife­ri­va pri­ma. Che cosa ci si gua­da­gna? Come pos­so­no lavo­ra­re le azien­de se non pro­du­co­no più?

Quan­do si par­la di eco­no­mia cir­co­la­re, spe­cial­men­te nel caso euro­peo, il gua­da­gno sta nel rispar­mio. I costi soste­nu­ti dai pro­dut­to­ri euro­pei per il con­ti­nuo rifor­ni­men­to di mate­rie pri­me (quel­le pre­sen­ti sul ter­ri­to­rio non sono suf­fi­cien­ti, come accen­na­to pri­ma) ver­reb­be­ro note­vol­men­te ridot­ti, sen­za con­ta­re il rispar­mio ener­ge­ti­co dato dal fat­to che uno dei prin­ci­pi car­di­ne dell’economia cir­co­la­re è costi­tui­to dall’utilizzo di risor­se rin­no­va­bi­li: non dover più impor­ta­re petro­lio, ad esem­pio, ridur­reb­be i costi lega­ti all’energia.

In più, il lavo­ro ci sareb­be comun­que, in quan­to gli sta­bi­li­men­ti dovreb­be­ro crea­re set­to­ri pen­sa­ti per la tra­sfor­ma­zio­ne del pro­dot­to usa­to. Pro­prio que­sta ulti­ma carat­te­ri­sti­ca rispon­de anche alla doman­da “ma non aumen­ta la disoc­cu­pa­zio­ne?”. Tut­to il con­tra­rio, con que­sto siste­ma si crea­no nuo­vi posti di lavo­ro, nuo­vi ruo­li dedi­ca­ti a que­sta fun­zio­ne da assolvere.

Ma par­lia­mo un po’ di nume­ri. Lo stu­dio Gro­wth within: a cir­cu­lar eco­no­my vision for a com­pe­ti­ti­ve Euro­pe, rea­liz­za­to dal McKin­sey Cen­ter for Busi­ness and Envi­ron­ment in col­la­bo­ra­zio­ne con la Ellen MacAr­thur Foun­da­tion e il Sun (Stif­tung­sfonds für Umwel­tö­ko­no­mie und Nach­hal­ti­g­keit) sti­ma che il rispar­mio potreb­be esse­re di cir­ca 1 800 miliar­di l’anno entro il 2030, por­tan­do il PIL euro­peo al +7%.

E’ dove­ro­so sot­to­li­nea­re che que­sta sti­ma è sta­ta svol­ta quan­do la cri­si por­ta­ta dall’emergenza sani­ta­ria non esi­ste­va nem­me­no negli incu­bi peg­gio­ri, quin­di ovvia­men­te i nume­ri cam­bia­no, sia per la cri­si appun­to, sia per i nuo­vi siste­mi pro­po­sti dall’UE (l’ecologia è uno dei pun­ti car­di­ne del Reco­ve­ry Fund, seb­be­ne con qual­che con­trad­di­zio­ne). Rima­ne però chia­ro che no, l’economia cir­co­la­re non costi­tui­reb­be la rovi­na del­le azien­de, ma il contrario.

Perché non ci hanno pensato prima allora, se è tutto così vantaggioso? 

Il gran­de osta­co­lo che ha fre­na­to le azien­de fino a que­sto momen­to è la gran­de som­ma di dena­ro richie­sta per adat­ta­re il loro siste­ma pro­dut­ti­vo a quel­lo cir­co­la­re (si par­la di miliar­di di euro), ma i fon­di che si pro­spet­ta­no, e il van­tag­gio che ne rica­ve­reb­be­ro in quan­to i con­su­ma­to­ri pre­fe­ri­sco­no acqui­sta­re beni pro­ve­nien­ti da eco­no­mie cir­co­la­ri piut­to­sto che linea­ri, fa tut­ta­via ben spe­ra­re nel fat­to che in un futu­ro non trop­po lon­ta­no que­sto limi­te pos­sa esse­re superato.

Con­di­vi­di:
Martina Di Paolantonio
Dal 1999 fac­cio con­cor­ren­za all’a­gen­zia di pro­mo­zio­ne turi­sti­ca abruz­ze­se, nel tem­po libe­ro mi lamen­to per qual­sia­si cosa.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.