Bookcity 2020: Rossella Ghigi e l’educazione di genere

Bookcity 2020: Rossella Ghigi e l'educazione di genere

La pan­de­mia non ha fer­ma­to Boo­k­ci­ty Mila­no, la mani­fe­sta­zio­ne a caden­za annua­le vol­ta a pro­muo­ve­re il valo­re del­la let­tu­ra attra­ver­so dibat­ti­ti e pre­sen­ta­zio­ni di novi­tà edi­to­ria­li. Come di con­sue­to, il nostro Ate­neo ha par­te­ci­pa­to orga­niz­zan­do ben 43 even­ti onli­ne duran­te i qua­li docen­ti e ospi­ti ester­ni si sono con­fron­ta­ti sui due temi a cui è sta­ta dedi­ca­ta la nona edi­zio­ne del­la mani­fe­sta­zio­ne: la soste­ni­bi­li­tà ambien­ta­le e i talen­ti del­le don­ne.

È nel secon­do dei due ambi­ti che rien­tra la pre­sen­ta­zio­ne del libro di Ros­sel­la Ghi­gi: “Fare la dif­fe­ren­za. Edu­ca­zio­ne di gene­re dal­la pri­ma infan­zia all’età adul­ta”. Più di 150 per­so­ne “pre­sen­ti” sono sta­te invi­ta­te a riflet­te­re sugli ste­reo­ti­pi di gene­re che per­va­do­no la socie­tà, sot­to­li­nean­do l’urgen­za di un inter­ven­to vol­to ad evi­ta­re che le natu­ra­li dif­fe­ren­ze si tra­du­ca­no in disu­gua­glian­ze e discriminazioni. 

Nel suo discor­so, l’autrice ha spie­ga­to che cosa si inten­de per “edu­ca­zio­ne di gene­re” pren­den­do le mos­se dal­le cri­ti­che comu­ne­men­te rivol­te a tali tec­ni­che edu­ca­ti­ve. Non si trat­ta, ha pre­ci­sa­to la docen­te, di cer­ca­re di neu­tra­liz­za­re le dif­fe­ren­ze, ma di costrui­re degli “occhia­li di gene­re”, cioè dei fil­tri che ci per­met­ta­no di guar­da­re la real­tà in modo più consapevole. 

Quante volte una donna viene criticata – o anche elogiata – esclusivamente per il suo aspetto fisico? Quante volte una donna che ricopre posizioni di potere è accusata di aver raggiunto il successo vendendo il proprio corpo piuttosto che impegnandosi duramente?

Il rife­ri­men­to al post ses­si­sta con­tro la neoe­let­ta Vice­pre­si­den­te Kama­la Har­ris è sta­to espli­ci­ta­to sen­za remore. 

Il pun­to è che rara­men­te simi­li accu­se ven­go­no rivol­te agli uomi­ni, per­ché la rigi­da dico­to­mia maschio/femmina pre­ve­de che lui sia men­te e lei sia cor­po. Edu­ca­re al gene­re ci per­met­te di evi­ta­re tan­to il ses­si­smo osti­le, quan­do quel­lo bene­vo­lo: è bel­lo fare un com­pli­men­to a una bam­bi­na elo­gian­do­la per il suo aspet­to fisi­co, ma avrem­mo fat­to la stes­sa cosa con un bam­bi­no? Edu­ca­re al gene­re, ha pro­se­gui­to la pro­fes­so­res­sa Ghi­gi, non signi­fi­ca nean­che pre­ten­de­re di eli­mi­na­re gli ste­reo­ti­pi. Dif­fi­ci­le ammet­ter­lo, ma sen­za ste­reo­ti­pi di gene­re non sarem­mo in gra­do di orien­tar­ci nel­la com­ples­si­tà del­la real­tà. Occor­re, quin­di, esse­re con­sa­pe­vo­li del­la fun­zio­ne sem­pli­fi­ca­tri­ce che essi svol­go­no, apren­do­ci alla pos­si­bi­li­tà di esse­re con­trad­det­ti da un bam­bi­no che voglia gio­ca­re che le bar­bie o che usi i pez­zi dei lego per costrui­re una casa per le bam­bo­le anzi­ché una navi­cel­la spaziale.

Su quest’ultimo pun­to Ros­sel­la Ghi­gi è tor­na­ta più vol­te nel cor­so del suo inter­ven­to, ponen­do l’accento sul­la dif­fi­col­tà di accet­ta­re che un bam­bi­no ten­ga un com­por­ta­men­to con­si­de­ra­to trop­po “fem­mi­ni­le” (qua­lun­que cosa ciò significhi).

Il tema della mascolinità va affrontato con consapevolezza, partendo dal presupposto che «anche i genitori più progressisti faticherebbero a vestire di rosa il loro figlio maschio», mentre sarebbe meno restii a vestire di azzurro la loro figlia femmina. 

Que­sto signi­fi­ca, spie­ga la pro­fes­so­res­sa, che la socia­liz­za­zio­ne di gene­re por­ta a costrui­re due mon­di con­trap­po­sti e ten­den­zial­men­te incon­ci­lia­bi­li sin dal­la pri­ma infan­zia: un’eventuale devia­zio­ne dal per­cor­so pre­vi­sto per il pro­prio ses­so è con­si­de­ra­ta l’eccezione che con­fer­ma la rego­la, e avrà un con­no­ta­zio­ne posi­ti­va per la don­na (il famo­so com­pli­men­to: “sei una don­na con le pal­le”), men­tre l’uomo ver­rà con­si­de­ra­to debo­le, ina­dat­to (quan­te vol­te si sen­te un ado­le­scen­te insul­ta­re un suo coe­ta­neo che si com­por­ta “da don­na” con la paro­la “fro­cio”?). Lavo­ra­re sul­la masco­li­ni­tà signi­fi­ca dare ai bam­bi­ni la pos­si­bi­li­tà di esse­re maschi come pre­fe­ri­sco­no, per­ché «si può esse­re veri uomi­ni anche nel­la vul­ne­ra­bi­li­tà dell’altro e nel­la cura dell’altro».

Gli ulti­mi minu­ti dell’incontro vir­tua­le sono sta­ti dedi­ca­ti ad una rifles­sio­ne riguar­dan­te la caren­za di inter­ven­ti con­cre­ti: nono­stan­te a livel­lo legi­sla­ti­vo i sup­por­ti all’educazione di gene­re sia­no nume­ro­si e risa­len­ti nel tem­po (dal­la Con­fe­ren­za di Pechi­no del 1995 alle varie diret­ti­ve euro­pee che, ricor­dia­mo­lo, sono vin­co­lan­ti per gli Sta­ti mem­bri), nel­la pra­ti­ca man­ca­no pro­get­ti che pre­ve­da­no la for­ma­zio­ne degli inse­gnan­ti e l’inclu­sio­ne dei geni­tori, che han­no il com­pi­to di con­ti­nua­re l’azione edu­ca­ti­va a casa. 

Non si può nega­re che la pan­de­mia costi­tui­sca un osta­co­lo anche in que­sto fran­gen­te — soprat­tut­to per i più pic­co­li — tut­ta­via l’auspicio è che in futu­ro le nuo­ve gene­ra­zio­ni pos­sa­no rice­ve­re gli stru­men­ti per apprez­za­re la bel­lez­za del­la complessità. 

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Erica Ravarelli
Stu­dio scien­ze poli­ti­che a Mila­no ma ven­go da Anco­na. Mi pia­ce scri­ve­re e bere tisa­ne, non mi piac­cio­no le sem­pli­fi­ca­zio­ni e i pre­giu­di­zi. Ascol­to tut­ti i pare­ri ma poi fac­cio di testa mia.

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