Da rileggere per la prima volta: Fahrenheit 451

In una real­tà disto­pi­ca, ma non non trop­po dis­si­mi­le dal­la nostra, Guy Mon­tag bru­cia libri

Gli incen­di non ven­go­no doma­ti, ma attiz­za­ti dagli stes­si vigi­li del fuo­co, per­ché pos­se­de­re libri è proi­bi­to. Sono con­si­de­ra­ti ogget­ti sen­za alcu­na uti­li­tà, pie­ni di inu­ti­li scioc­chez­ze, ope­re di fan­ta­sia e di per­so­nag­gi che non esi­sto­no, pre­sen­ta­no discor­si vuo­ti e sen­za sen­so, pri­vi di spes­so­re, par­la­no del nien­te. Riem­pio­no la testa di stra­ne idee e, soprat­tut­to, spin­go­no a pen­sa­re. La real­tà in cui vivo­no il pro­ta­go­ni­sta e la sua con­sor­te è sem­pli­fi­ca­ta, piat­ta, immer­sa com­ple­ta­men­te e pres­so­ché alie­na­ta dal­la tele­vi­sio­ne, che atro­fiz­za il pen­sie­ro e  bom­bar­da di infor­ma­zio­ni e crea una “fami­glia” rac­chiu­sa in quat­tro pare­ti digi­ta­li con cui inte­ra­gi­re e non sen­tir­si mai soli, le cui con­ver­sa­zio­ni sono incen­tra­te su fri­vo­lez­ze e su ste­ri­li pro­gram­mi man­da­ti in onda, con il fine di appa­ga­re qual­sia­si neces­si­tà. Pos­se­de­re una “quar­ta pare­te” è sino­ni­mo di feli­ci­tà. Una feli­ci­tà illu­so­ria e fal­la­ce che Mon­tag, una vol­ta acce­sa in lui la fiam­ma del dub­bio, non rie­sce più a com­pren­de­re e che inve­ce ricer­ca, con timo­re e curio­si­tà, pro­prio nei libri, seb­be­ne sia­no vie­ta­ti dal­la legge. 

L’incontro con Cla­ris­se McLel­lan, l’incendio del­la casa di una don­na che, piut­to­sto che sepa­rar­si dai suoi libri, pre­fe­ri­sce spa­ri­re con essi, il fur­to di un libro desti­na­to al rogo e l’amicizia con Faber, aman­te dei libri costret­to a nascon­der­si, por­ta­no Mon­tag a riflet­te­re sull’importanza di un sem­pli­ce volu­me e a nascon­der­ne alcu­ni nel con­dot­to di area­zio­ne del­la pro­pria casa, ren­den­do­lo un fuo­ri­leg­ge e costrin­gen­do­lo a scap­pa­re. L’accanimenti del­la mili­zia del fuo­co con­tro i libri è det­ta­to dal­la sostan­za che essi pos­seg­go­no, dal­la capa­ci­tà di mostra­re la real­tà, vera o imma­gi­na­ria che sia, sen­za fil­tri o ipocrisie. 

Le idee hanno un grandissimo potere, quello di esprimere opinioni, ma anche di suscitare dubbi, un potere che si esprime e si diffonde proprio grazie alla carta stampata. 

I libri si fan­no por­ta­vo­ce di gene­ra­zio­ni inte­re che tra­smet­to­no i pro­pri pen­sie­ri, sto­rie, spe­ran­ze e codi­ci: smet­ten­do di leg­ge­re, si per­de un patri­mo­nio immen­so, su cui pog­gia il nostro stes­so esse­re uma­ni. L’esistenza diven­ta pove­ra, rare­fat­ta, fre­ne­ti­ca e super­fi­cia­le, omo­lo­ga­tri­ce: è mol­to più faci­le esi­ste­re con uni­co modo di vede­re e per­ce­pi­re il mon­do, la polie­dri­ci­tà dei pun­ti di vista diven­ta un osta­co­lo che deve sere eli­mi­na­to ad ogni costo: «il fuo­co è luce e soprat­tut­to è puri­fi­ca­zio­ne». Si estir­pa alla radi­ce ciò che ren­de gli uomi­ni sé stes­si, cioè la capa­ci­tà di crea­re una pro­pria opi­nio­ne e comu­ni­car­la a qual­cu­no al di fuo­ri di noi, che pos­sie­de anch’egli un pro­prio pen­sie­ro e lo tra­smet­te a un altro, crean­do un flus­so di idee che si pro­pa­ga­no tra­mi­te la comu­ni­ca­zio­ne tra simili.

Tre­men­da­men­te attua­le è la rifles­sio­ne e il timo­re di Brad­bu­ry di tro­var­si un una real­tà che non leg­ge e che non comu­ni­ca dav­ve­ro, ma lo fa attra­ver­so un aset­ti­co scher­mo, sen­za pas­sio­ne ma per iner­zia. Fon­da­men­ta­le è dun­que pre­ser­va­re i pro­pri pen­sie­ri e i libri che di essi si fan­no vei­co­lo. L’unico fuo­co che deve arde­re è quel­lo del­la nostra men­te e del nostro spi­ri­to, lascia­mo i libri libe­ri di esse­re let­ti e vissuti. 

Con­di­vi­di:
Laura Cecchetto
Sco­pro il mon­do e me stes­sa con il naso den­tro a un libro, riflet­to su ciò che mi cir­con­da e pren­do appun­ti. Nar­ro ciò che leg­go, e di con­se­guen­za ciò che pro­vo, per rela­zio­nar­mi con ciò che mi sta attor­no, pos­si­bil­men­te con una taz­za di tè sul­la scrivania.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.