“Il grande me”, un romanzo tra famiglia e malattia

"Il grande me", un romanzo tra famiglia e malattia

L’articolo potrebbe contenere anticipazioni rispetto alla storia narrata nel libro.

Il gran­de me” è il nuo­vo roman­zo di Anna Giu­ric­ko­vic Dato, edi­to da Fazi Edi­to­re. Que­sto roman­zo è usci­to a set­tem­bre, cir­ca un mese e mez­zo fa. Nono­stan­te sia sta­to scrit­to pri­ma che scop­pias­se la pan­de­mia, che ci tor­men­ta ormai da qua­si un anno, la nar­ra­zio­ne sem­bra riflet­te­re tan­to di ciò che stia­mo viven­do ogni gior­no sul­la nostra pel­le e nei nostri pensieri.

Car­la, Mario e Lau­ra sono tre fra­tel­li che si tro­va­no di fron­te alla malat­tia di un padre che han­no ama­to mol­tis­si­mo, nono­stan­te sia sta­to poco pre­sen­te nel­le loro vite. Da quan­do i loro geni­to­ri si sono sepa­ra­ti, infat­ti, i rap­por­ti col padre si sono dira­da­ti sem­pre più sep­pu­re il lega­me e l’amore che li uni­va non è mai venu­to meno. Dopo mol­ti anni tra­scor­si lon­ta­ni, da Roma i tre figli rag­giun­go­no il padre a Mila­no, per star­gli vici­no, accom­pa­gnar­lo alle visi­te in ospe­da­le, pre­pa­rar­gli i pasti e accu­dir­lo per come possono. 

Car­la, Mario e Lau­ra sono tre fra­tel­li mol­to diver­si tra loro, han­no carat­te­ri con­tra­stan­ti che spes­so fati­ca­no a tro­va­re un pun­to d’incontro, ma cer­ca­no tut­ta­via di tro­va­re com­pro­mes­si il più pos­si­bi­le com­pa­ti­bi­li con le volon­tà e i biso­gni del padre. Simo­ne, un padre che li ha ama­ti e li ama infi­ni­ta­men­te, ha cre­sciu­to i suoi figli tra­smet­ten­do loro un’infinità di pas­sio­ni: dal­la musi­ca al can­to, dal­la poli­ti­ca alla for­za di cre­de­re nei pro­pri idea­li, dall’amore e com­pas­sio­ne per gli altri alla tena­cia e inte­gri­tà. La vita di un padre non si può esau­ri­re in qual­che paro­la e nem­me­no in un libro, non sono suf­fi­cien­ti nean­che le chiac­chie­re e i discor­si tra padre e figli, che cer­ca­no per quel­lo che pos­so­no, di sfrut­ta­re al meglio gli ulti­mi mesi di vita rima­sti da pas­sa­re insie­me. Il can­cro, infat­ti, l’ha mes­so alle stret­te, ha costret­to Simo­ne a fare i con­ti con se stes­so, con le pro­prie debo­lez­ze, con un mon­do inte­rio­re e men­ta­le che ini­zia a vacil­la­re, con una memo­ria che fa scher­zi spes­so spia­ce­vo­li e con un cor­po che len­ta­men­te per­de for­za e le pro­prie funzionalità.

I tre fratelli dimostrano l’amore per il padre ognuno a modo suo, ma è su Carla, la protagonista, che l’autrice focalizza l’attenzione.

Il rap­por­to tra il padre e la figlia si mostra e dimo­stra nel cor­so del­la nar­ra­zio­ne in manie­ra flui­da e spon­ta­nea sve­lan­do aned­do­ti, rac­con­ti, pic­co­le atten­zio­ni, gran­di pas­sio­ni e deli­ca­te dina­mi­che tra due per­so­ne così lega­te, così diver­se per età, indo­le, sto­ria, eppu­re con lo stes­so san­gue che scor­re nel­le vene. Car­la ha sem­pre avu­to un’ammirazione spe­cia­le per il padre, come acca­de spes­so per mol­te figlie, ma que­sta ammi­ra­zio­ne anda­va oltre, arri­va­va alla pau­ra e al timo­re di delu­der­lo, di non esse­re all’altezza del­la bra­vu­ra del padre che ave­va avu­to una car­rie­ra pie­na, eccen­tri­ca, ric­ca di vit­to­rie e con­qui­ste sul fron­te musi­ca­le, lavo­ra­ti­vo e poli­ti­co. Ora, veder­lo così magro, debo­le, tri­ste, sen­za più la for­za vita­le di un tem­po la distrug­ge, la lascia incre­du­la e basi­ta da come tut­to pos­sa esse­re scon­vol­to da una dia­gno­si medi­ca, per la qua­le non c’è più nul­la che si pos­sa fare. 

A mano a mano, Simo­ne per­de la memo­ria, dice cose che non han­no un sen­so logi­co, non ha mai appe­ti­to, rispon­de spes­so in modo scon­tro­so, non rie­sce a par­te­ci­pa­re alla vita socia­le, a rima­ne­re sve­glio e atti­vo per mol­te ore di segui­to, ma soprat­tut­to è tal­men­te disi­ni­bi­to che rac­con­ta un segre­to, il segre­to che più di tut­ti lo tor­men­ta e si è tenu­to den­tro una vita inte­ra. Dai rac­con­ti far­fu­glia­ti e scon­nes­si, diso­rien­ta­ti e diso­rien­tan­ti per i figli che lo ascol­ta­no, Car­la, Mario e Lau­ra sco­pro­no di ave­re un fra­tel­lo, che Simo­ne ha avu­to pri­ma di loro ma di cui ha per­so le tracce. 

Sarà vero? Sarà tutto dovuto al delirio che sta vivendo interiormente a causa della malattia?

In fon­do, i medi­ci li ave­va­no avver­ti­ti fin dall’inizio: per­di­ta di memo­ria, poca luci­di­tà, poca ade­ren­za alla real­tà e allu­ci­na­zio­ni sareb­be­ro sta­ti gli effet­ti col­la­te­ra­li del­la malat­tia e del­le cure. Cer­te cose si pos­so­no inven­ta­re? Cer­ti dolo­ri pos­so­no emer­ge­re in momen­ti di estre­ma fra­gi­li­tà, ma era que­sto il caso? I fra­tel­li, incre­du­li, ini­zia­no alcu­ne inda­gi­ni per quel­lo che pos­so­no, men­tre con­ti­nua­no a pren­der­si cura di lui nel­la dif­fi­ci­le quo­ti­dia­ni­tà da gesti­re quan­do si è alle pre­se con un padre che non rie­sce ad ammet­te­re a se stes­so la pro­pria dif­fi­col­tà nel fare ormai anche le più sem­pli­ci atti­vi­tà gior­na­lie­re. Anda­re in auto­no­mia in bagno o fini­re un piat­to di riso in bian­co, pren­de­re le medi­ci­ne in modo cor­ret­to e dor­mi­re sen­za ave­re allucinazioni.

Come non ricollegare tutto questo alla pandemia che stiamo vivendo?

Leg­ge­re que­sto roman­zo è qua­si come vede­re rifles­sa nel­lo spec­chio una real­tà che toc­chia­mo con mano ogni gior­no, di cui sen­tia­mo inin­ter­rot­ta­men­te par­la­re, che temia­mo, ma di cui al con­tem­po voglia­mo esse­re con­sci. A cau­sa del COVID abbia­mo cono­sciu­to a nostre spe­se il dolo­re, la sof­fe­ren­za e, più in gene­ra­le, la malat­tia. C’è chi l’ha cono­sciu­ta per­so­nal­men­te, chi è sta­to vici­no a paren­ti o ami­ci più o meno stret­ti che han­no affron­ta­to il virus, c’è chi ce l’ha fat­ta e chi no. C’è chi era mala­to pri­ma del­la pan­de­mia, chi lo è sta­to duran­te e chi lo sarà anche dopo. C’è chi non ha con­trat­to il virus ma sof­fre o ha ini­zia­to a sof­fri­re da anni di altre pato­lo­gie che ora, a cau­sa del COVID, sono sta­te mes­se qua­si in secon­do pia­no. Gli ospe­da­li stan­no dan­do la prio­ri­tà alla riso­lu­zio­ne del­la pan­de­mia glo­ba­le e non sono poche le denun­ce di mala­ti che si sen­to­no mes­si in dispar­te, in liste di atte­sa spes­so lun­ghe e fru­stran­ti. Come se le malat­tie aves­se­ro un livel­lo di gra­vi­tà, come se ci fos­se una sca­la di acces­so alle cure quan­do si trat­ta di salu­te, fisi­ca o men­ta­le che sia. 

Questo libro ricorda, forse involontariamente, quanto la sofferenza sia parte della nostra esistenza e, più in generale, della vita umana.

Il dolo­re, la pau­ra, la malat­tia esi­sto­no e sono tan­gi­bi­li e visi­bi­li ai nostri occhi oggi più che mai. “Il gran­de me” rac­con­ta la dif­fi­col­tà di accet­ta­re e affron­ta­re qual­co­sa che è più for­te di noi, qual­co­sa che temia­mo per­ché non ne cono­scia­mo esat­ta­men­te lo svi­lup­po, qual­co­sa che si anni­da den­tro di noi e con­di­zio­na ogni nostro movi­men­to, anche quel­lo più sem­pli­ce e che abbia­mo sem­pre dato per scontato. 

Il gran­de me” descri­ve anche tut­to ciò che avvie­ne intor­no alla malat­tia stes­sa, qua­lun­que essa sia. Chi ne vie­ne con­di­zio­na­to, in che moda­li­tà, i rap­por­ti e i lega­mi che si sfa­scia­no o si rie­sco­no a ren­de­re più for­ti. Ci sono ami­ci che scap­pa­no di fron­te alla malat­tia, figli che, inve­ce, resta­no e si pon­go­no al ser­vi­zio di un padre moren­te, cer­can­do di com­pren­de­re quan­to più pos­si­bi­le anche il deli­rio, la pos­si­bi­li­tà che ci sia­no dei segre­ti da sve­la­re fino in fon­do, del­le veri­tà nasco­ste da far tor­na­re a galla. 

Die­tro, davan­ti, all’interno di una malat­tia, qual­sia­si essa sia, si cela­no infi­ni­te sfac­cet­ta­tu­re, miria­di di pen­sie­ri, dolo­ri, rab­bie, ten­ta­ti­vi di sta­re meglio o di far sta­re meglio chi sof­fre. Tut­to ciò che ruo­ta attor­no a una sin­go­la malat­tia cela un micro­co­smo di emo­zio­ni, lega­mi e inti­me rifles­sio­ni. Cer­ca­re di per­ce­pi­re que­sto dolo­re, che potrà un gior­no esse­re anche nostro, o lo è già o, anco­ra, lo è sta­to in pas­sa­to, ci ren­de­rà per­so­ne più dure con noi stes­si, con gli altri e con la vita? O ci met­te­rà nel­le con­di­zio­ni di com­pren­de­re che la sof­fe­ren­za è uni­ver­sa­le, che pri­ma o poi tut­ti nel­la vita dovre­mo affron­ta­re momen­ti difficili? 

Se solo riu­scis­si­mo a esse­re più empa­ti­ci, se pro­vas­si­mo a imme­de­si­mar­ci in Car­la, Lau­ra e Mario e maga­ri anche in Simo­ne e nel figlio anco­ra sco­no­sciu­to, potre­mo spe­ri­men­ta­re quan­to sia­mo simi­li agli altri, sep­pu­re con le nostre inti­me debo­lez­ze per­so­na­li. I roman­zi sono soprat­tut­to que­sto: ren­do­no rea­le ciò che potreb­be sem­bra­re solo una sto­ria inven­ta­ta, dan­no una for­ma con­cre­ta a ciò che cre­de­va­mo potes­se esi­ste­re solo nel­la fan­ta­sia. Ogni sto­ria, anche la più appa­ren­te­men­te fit­ti­zia con­tie­ne una com­po­nen­te di real­tà. Ogni momen­to dif­fi­ci­le e dolo­ro­so ci met­te di fron­te alle nostre più gran­di pau­re, ai nostri ricor­di, alle nostre spe­ran­ze e ai nostri sogni: pro­prio qui si fon­do­no fan­ta­sia e real­tà, roman­zo e vita di tut­ti i gior­ni, salu­te e malat­tia, luci­di­tà e incon­scio, la vita e la morte. 

Foto di coper­ti­na dal­l’account Twit­ter del­l’au­tri­ce.

Caterina Cerio
Vivo a Mila­no ma sono inna­mo­ra­ta di Sivi­glia, dove ho fat­to il pri­mo Era­smus. Amo il sole, il mare e la buo­na com­pa­gnia. Mi pia­ce cono­sce­re cose nuo­ve e l’arte in gene­ra­le con tut­ti gli sti­mo­li che dà.
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Vivo a Milano ma sono innamorata di Siviglia, dove ho fatto il primo Erasmus. Amo il sole, il mare e la buona compagnia. Mi piace conoscere cose nuove e l’arte in generale con tutti gli stimoli che dà.

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