USA 2020. Joe l’empatico contro Donald il caotico

Questa rubrica racconta la campagna elettorale americana in vista del voto del 3 novembre. A questo link le puntate precedenti.


Per rias­su­me­re più di un anno di cam­pa­gna elet­to­ra­le non baste­reb­be un arti­co­lo, ma è neces­sa­rio trar­re le con­clu­sio­ni di quel­la che è sta­ta sen­za dub­bio la cor­sa alle pre­si­den­zia­li più pro­ble­ma­ti­ca del­la sto­ria recen­te sta­tu­ni­ten­se. Un per­cor­so che è ini­zia­to nell’estate 2019 e che ha visto più di ven­ti can­di­da­ti demo­cra­ti­ci com­bat­ter­si all’ultimo san­gue per con­ten­der­si la nomi­na­tion per sfi­da­re Trump. Una nomi­na che mol­ti avreb­be­ro volu­to, in pri­mis Ber­nie San­ders che, esat­ta­men­te come quat­tro anni pri­ma, è sta­to vit­ti­ma sacri­fi­ca­le di logi­che di par­ti­to che l’hanno costret­to nel­la gior­na­ta elet­to­ra­le di pri­ma­rie più impor­tan­te, il super Tue­sday, a com­pe­te­re con­tro un Joe Biden for­te degli endor­se­ment di gran par­te dei can­di­da­ti. Biden, gra­zie all’aiuto di Eli­za­beth War­ren, è riu­sci­to non solo a ritor­na­re in gio­co dopo i pri­mi delu­den­ti risul­ta­ti in IowaNew Hamp­shi­re, ma anche a rice­ve­re una nomi­na­tion che fino a qual­che set­ti­ma­na pri­ma era con­si­de­ra­ta ora­mai improbabile. 


Joe Biden l’empatico

Sin dall’inizio del­la sua cam­pa­gna era faci­le ren­der­si con­to che non si ave­va a che fare con lo stes­so cari­sma­ti­co vice­pre­si­den­te dell’amministrazione Oba­ma. Stan­co, poco luci­do e a trat­ti con­fu­sio­na­rio è inne­ga­bi­le che gli ulti­mi quat­tro anni abbia­no lascia­to un sol­co pro­fon­do nel­le capa­ci­tà dell’ex vice­pre­si­den­te. Le con­ti­nue gaf­fe e un pro­gram­ma poli­ti­co poco chia­ro l’hanno reso in pochi mesi sfor­tu­na­to pro­ta­go­ni­sta di nume­ro­si meme e video vira­li. Tut­ta­via, la mis­sio­ne di Biden è sta­ta con­si­de­ra­ta da lui stes­so una “bat­ta­glia per l’a­ni­ma del­la nazio­ne”. Ma come già spie­ga­to non era affat­to una cer­tez­za che sareb­be arri­va­to alla nomination. 

Tra­la­scian­do le dif­fi­col­tà duran­te le pri­ma­rie, la prin­ci­pa­le dote che tut­ti han­no rico­no­sciu­to a Biden e su cui lui stes­so ha deci­so di basa­re la sua cam­pa­gna elet­to­ra­le è l’empatia. Carat­te­ri­sti­ca che lo stes­so discor­so di endor­se­ment del­la ex fir­st lady Michel­le Oba­ma, uno dei più segui­ti del­la Con­ven­tion demo­cra­ti­ca, ha ten­ta­to di sot­to­li­nea­re. Ma, nono­stan­te sia coe­ren­te con la sua sto­ria per­so­na­le, carat­te­riz­za­ta da lut­ti e gra­vi sfi­de, in tem­pi nor­ma­li que­sta carat­te­ri­sti­ca non si tro­va di soli­to tra le più rile­van­ti quan­do si trat­ta di eleg­ge­re un pre­si­den­te. Duran­te una pan­de­mia inve­ce lo è. È sta­to pro­prio il carat­te­re uma­no ed empa­ti­co di Biden a con­ce­der­gli la nomination. 

Tut­ta­via, come ha avu­to pre­mu­ra di spe­ci­fi­ca­re la stes­sa Michel­le Oba­ma, Joe Biden non è il can­di­da­to per­fet­to. Nei suoi 44 anni di atti­vi­tà poli­ti­ca l’ex vice­pre­si­den­te si è spes­so tro­va­to a pren­de­re deci­sio­ni dif­fi­ci­li e che oggi potreb­be­ro esse­re impo­po­la­ri soprat­tut­to per la base afroa­me­ri­ca­na di elet­to­ri, che in South Caro­li­na gli ha con­ces­so di risor­ge­re duran­te la cor­sa del­le pri­ma­rie. Da buon neo­con nel 1994 scris­se e fece appro­va­re la una Cri­me Bill total­men­te incoe­ren­te con quel­lo che pro­fes­sa oggi. Una leg­ge che nel cor­so degli anni ’90 e negli anni ’00 ha favo­ri­to incar­ce­ra­zio­ni di mas­sa, gran­di finan­zia­men­ti al siste­ma peni­ten­zia­rio sta­tu­ni­ten­se e un’approccio alla cri­mi­na­li­tà che negli anni ha avu­to modo di crea­re indi­ret­ta­men­te pro­ce­du­re inu­ma­ne come la stop and fri­sk. Que­ste poli­ti­che han­no crea­to dan­ni enor­mi alla comu­ni­tà afroa­me­ri­ca­na, che oggi, qua­si ad esse­re uno scher­zo del desti­no, si tro­va ad esse­re il per­no su cui si basa la for­za poli­ti­ca dell’ex vicepresidente. 

Uno degli spot tele­vi­si­vi del­la cam­pa­gna Biden

A miglio­ra­re la sua imma­gi­ne ci han­no pen­sa­to, pri­ma, Barack Oba­ma, per il qua­le­ha ser­vi­to otto anni come vice­pre­si­den­te, e poi Kama­la Har­ris, con cui, nel caso doves­se veni­re elet­to, gover­ne­rà da gen­na­io 2021. Tut­ta­via, anche in que­sto caso la scel­ta del­la vice­pre­si­den­te è appar­sa a mol­ti una scel­ta con­tro­ver­sa, sia a cau­sa del fat­to che la stes­sa Har­ris aves­se evi­den­zia­to il pas­sa­to di Biden duran­te un infiam­ma­to dibat­ti­to del­le pri­ma­rie, sia per le scel­te del­la Har­ris quan­do era pro­cu­ra­tri­ce del­la Cali­for­nia. Dopo la sua can­di­da­tu­ra infat­ti diver­si report han­no dimo­stra­to che i prov­ve­di­men­ti del­la Har­ris non fos­se­ro in real­tà così pro­gres­si­sti come si pen­sa­va fossero. 

Oltre ad aver com­bat­tu­to con le unghie e con i den­ti per soste­ne­re le con­dan­ne ingiu­ste che era­no sta­te otte­nu­te attra­ver­so varie for­me di cat­ti­va con­dot­ta, che inclu­de­va­no la mano­mis­sio­ne del­le pro­ve, fal­se testi­mo­nian­ze e la sop­pres­sio­ne di infor­ma­zio­ni cru­cia­li da par­te dei pub­bli­ci mini­ste­ri, Kama­la in pas­sa­to ha rifiu­ta­to di pren­de­re posi­zio­ne sul­la Pro­po­si­tion 47, un’i­ni­zia­ti­va appro­va­ta dagli elet­to­ri, che ha ridot­to alcu­ni cri­mi­ni di bas­so livel­lo a rea­ti mino­ri. Con­dan­nan­do di con­se­guen­za miglia­ia di gio­va­ni afroa­me­ri­ca­ni al car­ce­re anche per pos­ses­so di pic­co­le quan­ti­tà di dro­ghe leggere. 

Nono­stan­te que­sti pro­ble­mi sem­bra che la situa­zio­ne sia otti­ma per Joe Biden che, stan­do agli ulti­mi son­dag­gi, si tro­va in net­to van­tag­gio sia a livel­lo nazio­na­le sia nel­la con­ta dei gran­di elet­to­ri. Nel caso ven­ga elet­to non dovrà dimen­ti­ca­re il gran­de appor­to che la comu­ni­tà afroa­me­ri­ca­na ha por­ta­to alla sua campagna.


Donald Trump il caotico

Se non ci fos­se sta­ta la pan­de­mia Donald Trump avreb­be vin­to facil­men­te le pre­si­den­zia­li del 2020. È neces­sa­rio fare que­sta pre­mes­sa pri­ma di adden­trar­si nel col­las­so di uno dei pre­si­den­ti più cao­ti­ci e demo­niz­za­ti del­la sto­ria sta­tu­ni­ten­se. Il rap­por­to del pre­si­den­te con i media, sin dal­la sua can­di­da­tu­ra nel 2016, è sta­ta una guer­ra fat­ta di col­pi bas­si e esa­ge­ra­zio­ni da ambo le par­ti. Par­ten­do dal fan­ta­sma del rus­sia­ga­te fino ad arri­va­re alla non dimo­stra­ta, ma non per que­sto bloc­ca­ta da twit­ter, sto­ria degli insul­ti ai vete­ra­ni mor­ti in Nor­man­dia. Pro­prio il con­ti­nuo scon­tro con i main­stream media ha aiu­ta­to il Pre­si­den­te a crea­re nel cor­so degli anni, insie­me alla lea­le Fox News, una costel­la­zio­ne di cana­li di infor­ma­zio­ne secon­da­ri, nasco­sti, che con un misto di repor­ter capa­ci, agi­ta­to­ri di fol­le e teo­rie del com­plot­to bece­re mol­to vici­ne all’e­stre­ma destra, sono riu­sci­ti a tra­sfor­ma­re buo­na par­te del­l’e­let­to­ra­to del 2016, in un poten­zia­le eser­ci­to per­so­na­le pron­to ad armar­si in ogni momento. 

Tut­ta­via l’am­mi­ni­stra­zio­ne di Trump, pri­ma del­la venu­ta del Covid, non è sta­ta ter­ri­bi­le come ci era­va­mo abi­tua­ti a pen­sa­re 4 anni fa. Con qual­che, sep­pur con­fu­so, suc­ces­so in poli­ti­ca este­ra, un’eco­no­mia in for­te cre­sci­ta, la riscrit­tu­ra del Naf­ta, che in mol­ti han­no con­si­de­ra­to mol­to van­tag­gio­sa, un’ot­ti­ma rifor­ma peni­ten­zia­ria con il Fir­st Step Act, mol­ti si sono stu­pi­ti, dal momen­to che l’8 novem­bre 2016, quan­do Trump ven­ne elet­to, in tan­ti era­no pron­ti a giu­ra­re l’im­mi­nen­te apo­ca­lis­se nuclea­re. Nono­stan­te que­sto, le moda­li­tà di comu­ni­ca­zio­ne del pre­si­den­te han­no fat­to sì che i suoi toni oscu­ras­se­ro com­ple­ta­men­te qual­sia­si suc­ces­so poli­ti­co. Tut­ta­via, nono­stan­te le affer­ma­zio­ni poco pro­fes­sio­na­li e in alcu­ni casi assur­de di Trump, in mol­ti era­no fidu­cio­si del suo pugno duro nei con­fron­ti del­la Cina e del­le sue poli­ti­che inter­ne. Se si fos­se vota­to a gen­na­io sicu­ra­men­te Trump avreb­be vinto.

Uno spot tele­vi­si­vo del­la cam­pa­gna Trump dedi­ca­to all’e­let­to­ra­to latino

Inve­ce si vota a novem­bre e in mez­zo c’è sta­to il Covid.

È anco­ra pre­sto per sti­ma­re il dan­no che a livel­lo mon­dia­le que­sta pan­de­mia ha cau­sa­to e con­ti­nue­rà a cau­sa­re per mol­ti anni a veni­re e, nono­stan­te la mag­gior par­te dei lea­der nazio­na­li abbia fat­to mol­ta fati­ca a gesti­re il virus, è bene dire che Trump ha deci­so di opta­re per un sui­ci­dio poli­ti­co. Man­te­ne­re com­po­stez­za, evi­ta­re pro­mes­se fal­se e dimo­stra­re serie­tà dovreb­be­ro esse­re le basi da cui par­ti­re per affron­ta­re una cri­si nazio­na­le, ma Trump ha sapien­te­men­te evi­ta­to di fare ognu­na di que­ste cose. Nono­stan­te abbia ragio­ne quan­do dice che il virus non è sta­ta col­pa sua, sicu­ra­men­te è respon­sa­bi­le del­la gestio­ne scon­si­de­ra­ta.

Il tre novem­bre osser­ve­re­mo il pae­se che ha rap­pre­sen­ta­to il pote­re come nes­sun altro nel cor­so del­la sto­ria uma­na, esser con­te­so da due set­tua­ge­na­ri pro­ba­bil­men­te ina­dat­ti per i pro­ble­mi che si affac­cia­no all’o­riz­zon­te, e con un misto di cini­smo e pes­si­mi­smo non ci resta che dire: “che vin­ca il migliore!”

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Luca Pagani
Ten­to di espri­mer­mi su un po’ di cose e spes­so fallisco. 
Però sono simpatico.

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