Lo scherno dello schermo: una riflessione

Lo scherno dello schermo: una riflessione

La male­di­zio­ne del net­work col­pi­sce anco­ra, e que­sta vol­ta la sua snel­la minac­cia è tal­men­te feli­na da riu­sci­re a pene­tra­re dis­sol­ven­do ogni sua trac­cia, qua­si asin­to­ma­ti­ca, in un dime­na­men­to a trat­ti più vira­le di Covid-19. 

Eppu­re, nel cor­so di que­sto este­nuan­te anno, pri­va­ti di una sta­bi­le con­nes­sio­ne a Inter­net ci sarem­mo indub­bia­men­te sen­ti­ti del tut­to per­du­ti, smar­ri­ti, spac­cia­ti, in pasto alla soli­tu­di­ne più feroce. 

Obiezione: siamo sicuri che una tale dipendenza dalla rete sia davvero assicurazione di riscatto? 

Se da un lato garan­zia di soc­cor­so, dall’altro il social si rive­la inve­ce come la più pos­sen­te for­ma di pri­gio­nia, come il più auten­ti­co e cata­cli­sma­ti­co “lock-down”.

Buo­na par­te del­le nostre atti­vi­tà quo­ti­dia­ne è ora desti­na­ta alla nuo­vis­si­ma deten­zio­ne tra i vitrei e rigi­di pan­nel­li di un pro­de per­fi­do ed effe­ra­to, che si trat­ti di smart­pho­ne, tablet, o pc poco impor­ta. La vera pau­ra discen­de non tan­to dal­la solu­zio­ne in sé, che può peral­tro gio­ca­re un ruo­lo indi­spen­sa­bi­le nell’emergenza che stia­mo inter­fac­cian­do, ma dal­la sua pro­gres­si­va meta­mor­fo­si da cura pal­lia­ti­va in definitiva.


I media e la mede­si­ma poli­ti­ca sta­ta­le non han­no di cer­to aiu­ta­to nel pro­ces­so, infon­den­do nell’opinione pub­bli­ca una nuo­va ini­bi­zio­ne laten­te, det­ta­ta da reto­ri­che che elo­gia­no il nuo­vo meto­do intro­dot­to, che deli­nea­no il lavo­ro da remo­to (“smart-wor­king”) come il pro­dot­to eccel­len­te e cele­ber­ri­mo di una nuo­va era all’insegna del “pro­gres­so”.

Sentinella non è tanto perciò il mero utilizzo del mezzo, ma le conseguenze dell’ipnosi che su di noi provoca.

La maga­gna non è il siste­ma in sé, ben­sì la sua pro­ie­zio­ne sul frui­to­re: stre­ga­ti dal tra­nel­lo del­la sedu­cen­te luce blu, tut­ti dive­nia­mo egual­men­te vul­ne­ra­bi­li, e ci accon­ten­tia­mo subi­to, sen­za sforzo. 

L’encomio dei sot­ter­fu­gi algo­rit­mi­ci che codi­fi­ca­no por­ten­to­sa­men­te il ser­vi­zio digi­ta­le a nostra dispo­si­zio­ne diven­ta allar­me quan­do, da opzio­ne, si con­ver­te in abi­tu­di­ne, per lo più urgen­te, dove­ro­sa, disgra­zia­ta e insie­me rinfrancante. 

Si trat­ta di una dipen­den­za cor­ro­si­va, dan­no­sa al nostro pri­mi­ti­vo istin­to rela­zio­na­le, seda­to dal sor­ti­le­gio di un mon­do secon­da­rio il qua­le, più che paral­le­lo, scor­re come inci­den­te al nostro, fuga­ce e piat­to, “bidi­men­sio­nal­men­te” letale.

Dormienti e sazi in anticipo, ci accontentiamo delle opportunità telematiche, molteplici ma minute, immediate ma virtuali (in potenza, non in atto). 

Sia­mo anneb­bia­ti dal fasci­no fasul­lo e meschi­no del ful­mi­neo, tem­pe­sti­vo e scia­po appa­ga­men­to che solo una tale istan­ta­nei­tà comu­ni­ca­ti­va può elar­gi­re. La flo­ri­dez­za dell’incontro vivo sta len­ta­men­te essen­do cal­pe­sta­ta dall’etereo gusto nichi­li­sta per la “distan­zia­ta vici­nan­za”, un ossi­mo­ro che si dila­ta e simul­ta­nea­men­te irrigidisce. 

Anco­ra una vol­ta, come la sto­ria e il suo cicli­co anda­men­to da sem­pre decre­ta­no, l’uomo coa­diu­va un regres­so con­fon­den­do­lo per pro­gres­so, l’eroe si tra­sfor­ma in arte­fi­ce del suo mede­si­mo anta­go­ni­sta, e tut­to improv­vi­sa­men­te si smentisce.

E così la fame di innovazione oltrepassa i suoi confini (perché ebbene sì, li ha), li abbatte o forse, addirittura, li cancella.

A que­sto pun­to suben­tra la seguen­te doman­da: sia­mo vera­men­te nell’era del­la mas­si­ma espres­sio­ne del pro­gres­so del­la tec­ni­ca, oppu­re è que­sta solo una for­mu­la con­fe­zio­na­ta dall’ennesimo posi­ti­vi­smo estre­miz­za­to, che camuf­fa pro­di­gio­sa­men­te il capo­li­nea ine­so­ra­bi­le di quel­la spi­ra­le che l’egoismo uma­no cre­de­va cer­chio, e peral­tro infinito?

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Alice Sebastiano
Di Mila­no. Stu­dio inter­na­tio­nal poli­tics, law and eco­no­mics, nasco nel 2001 e ho il cal­lo sull’anulare per la pres­sio­ne del­la biro sin dal­la pri­ma ele­men­ta­re. Elo­gio la nobi­le vir­tù dell’ascolto reci­pro­co. Scri­vo per legit­ti­ma dife­sa, il pia­ce­re per­so­na­le è poi accessorio.

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