Un podcast riaccende il caso Marta Russo

Sul­la vicen­da del­la stu­den­tes­sa di leg­ge Mar­ta Rus­so, ucci­sa da un col­po di pisto­la nei via­let­ti dell’università Sapien­za il 9 mag­gio 1997, fin dall’inizio si sono allun­ga­te le ombre di un’inchiesta con­dot­ta male e di una fit­ta neb­bia di miste­ri e incer­tez­ze dif­fi­ci­le da dipa­na­re. «Mi stan­no con­vin­cen­do che ero lì den­tro, mi stan­no con­vin­cen­do che han­no spa­ra­to da lì… Mi han­no mes­so in mez­zo, io in quel­la stan­za non c’ero, ma mi con­vie­ne dire che c’ero… Loro si imma­gi­na­no la sce­na e han­no biso­gno di una testi­mo­nian­za atten­di­bi­le». Così par­la, secon­do un’intercettazione ambien­ta­le con­fer­ma­ta duran­te il pro­ces­so, una del­le due testi­mo­ni prin­ci­pa­li dell’inchiesta, la segre­ta­ria Gabriel­la Allet­to.

La sto­ria di quell’omicidio, sbat­tu­to in pri­ma pagi­na e dibat­tu­to da gior­na­li­sti, esper­ti e per­fi­no poli­ti­ci, è una sto­ria tri­ste e mai chia­ri­ta fino in fon­do. Dopo ven­ti­tré anni il pod­ca­st “Pol­ve­re”, rea­liz­za­to dal­le gior­na­li­ste Chia­ra Lal­li e Ceci­lia Salapub­bli­ca­to da Huf­fing­ton Post, ripor­ta final­men­te la vicen­da all’attenzione dell’opinione pub­bli­ca e riper­cor­re, in otto pun­ta­te, i mol­ti sno­di del­la vicenda.

Nei primi giorni dell’indagine, gli inquirenti cercano di individuare il punto da cui è stato esploso il colpo di pistola. 

Dopo alcu­ne ipo­te­si, subi­to accan­to­na­te, i pm si con­cen­tra­no sul­la fine­stra dell’aula 6, cioè la stan­za riser­va­ta agli assi­sten­ti di Filo­so­fia del dirit­to. Sul davan­za­le i peri­ti tro­va­no due minu­sco­le par­ti­cel­le di bario e anti­mo­nio, subi­to col­le­ga­te alla pre­sen­za di un’arma da fuo­co. Negli anni, però, emer­ge­ran­no evi­den­ze con­tra­rie, dato che quel­le par­ti­cel­le si for­ma­no anche attra­ver­so l’utilizzo dei fre­ni del­le auto­mo­bi­li. La pri­ma testi­mo­ne inter­ro­ga­ta è la dot­to­ran­da Maria Chia­ra Lipa­ri, che nei minu­ti in cui è par­ti­to il col­po di pisto­la ha fat­to uno chia­ma­ta dal tele­fo­no dell’aula 6. Lipa­ri si con­fon­de, cam­bia ver­sio­ne sul nume­ro di chia­ma­te e sui minu­ti in cui si sareb­be trat­te­nu­ta. Ini­zial­men­te nega la pre­sen­za di altre per­so­ne nel­la stanza. 

Gli inter­ro­ga­to­ri pro­ce­do­no a rit­mo ser­ra­to e nell’ambiente uni­ver­si­ta­rio si crea un cli­ma di sospet­to e ten­sio­ne. Il pod­ca­st rie­sce a resti­tui­re que­sto cli­ma: le allu­si­ve chia­ma­te inter­cet­ta­te tra il pro­fes­sor Bru­no Roma­no, diret­to­re dell’istituto, e gli assi­sten­ti; lo sga­buz­zi­no pie­no di armi uti­liz­za­te in modo assi­duo, for­se per gio­co, dagli addet­ti dell’impresa di puli­zia; i sospet­ti che aleg­gia­no intor­no alla Facol­tà e al per­so­na­le amministrativo.

Alla fine le insi­sten­ze dei pub­bli­ci mini­ste­ri por­ta­no Lipa­ri a cam­bia­re ver­sio­ne. Il ruo­lo del­la dot­to­ran­da è cen­tra­le, per­ché il suo pro­gres­si­vo recu­pe­ro di memo­rie desta sospet­ti e inqua­dra la vicen­da, a poste­rio­ri, in una pro­spet­ti­va di arti­fi­cia­li­tà. Nel­la stan­za, dice ades­so Lipa­ri, c’erano altre due per­so­ne, tra le qua­li la segre­ta­ria Gabriel­la Allet­to. Quest’ultima, al pari di Lipa­ri, è qua­si un per­so­nag­gio da roman­zo, che assu­me, nel cor­so del­le set­ti­ma­ne, un’importanza deci­si­va. Vie­ne inter­ro­ga­ta per mol­ti gior­ni con­se­cu­ti­vi, anche di not­te, e per due set­ti­ma­ne sostie­ne con con­vin­zio­ne di non esse­re mai sta­ta nel­la stan­za. Nel frat­tem­po Lipa­ri, di ritor­no da un viag­gio in Medio Orien­te, aggiun­ge, par­lan­do al posto di poli­zia dell’aeroporto, una nuo­va pre­sen­za nell’aula, l’assistente Sal­va­to­re Fer­ra­ro.

Alletto, accompagnata (contro ogni regola) ad un ennesimo interrogatorio dal cognato ispettore di polizia, finisce per cedere. 

I pm Ita­lo Orman­ni e Car­lo Laspe­ran­za e le pesan­ti pres­sio­ni del cogna­to la con­du­co­no, dispe­ra­ta, a con­fes­sa­re la sua pre­sen­za nell’aula 6 e con­fer­ma­re le dichia­ra­zio­ni di Lipa­ri. Ai pri­mi di ago­sto, infi­ne, sem­pre Lipa­ri fa il nome di un altra “pro­ba­bi­le” pre­sen­za nell’aula 6, quel­la dell’assistente Gio­van­ni Scat­to­ne. Il qua­dro si com­ple­te­rà con le dichia­ra­zio­ni di un’altra testi­mo­ne. Il cer­chio si è chiu­so: l’istruttoria, con­tras­se­gna­ta da ripen­sa­men­ti e improv­vi­se illu­mi­na­zio­ni del­la memo­ria, vie­ne con­dot­ta in por­to: Scat­to­ne e Fer­ra­ro sono rin­via­ti a giu­di­zio.

Nel­le otto pun­ta­te di “Pol­ve­re” mol­ti altri det­ta­gli tro­va­no il pro­prio posto – e ad ogni det­ta­glio sbal­la­to, impre­ci­so, frain­te­so cor­ri­spon­de un nuo­vo dub­bio. Nel cor­so del pro­ces­so ben poche oscu­ri­tà ver­ran­no affron­ta­te. Le testi­mo­nian­ze di Allet­to e Lipa­ri e i con­fron­ti con i due impu­ta­ti apro­no uno squar­cio su un giu­di­zio del tut­to par­ti­co­la­re, qua­si uni­co nel suo gene­re. Si alter­na­no momen­ti di comi­ci­tà e affi­la­te sen­sa­zio­ni di incer­tez­za, appros­si­ma­zio­ne. Vie­ne subi­to alla luce la dif­fi­col­tà mate­ria­le a spor­ger­si dal­la fine­stra in dire­zio­ne del pun­to in cui si tro­va­va Mar­ta Rus­so, a cau­sa del­la pre­sen­za di un ingom­bran­te con­di­zio­na­to­re. Ma que­sto ele­men­to vie­ne trascurato.

Soprattutto, resta il problema del movente, che alla fine non verrà mai veramente individuato.

Scat­to­ne e Fer­ra­ro non cono­sce­va­no Mar­ta Rus­so. La stam­pa, basan­do­si su stral­ci dei dia­ri, li accu­sa di ten­den­ze supe­ro­mi­ste, di ammi­ra­re Nie­tzsche. Si arri­va a par­la­re del­la volon­tà di met­te­re in atto il “delit­to per­fet­to”, di dimo­stra­re che è pos­si­bi­le ucci­de­re sen­za esse­re sco­per­ti. Poi si fa stra­da l’ipotesi del­la fata­li­tà occor­sa men­tre “gio­ca­va­no” con la pisto­la. Scat­to­ne vie­ne con­dan­na­to per omi­ci­dio col­po­so a 5 anni e quat­to mesi, Fer­ra­ro a 4 anni e due mesi per favo­reg­gia­men­to, pro­prio sul­la base dell’ipotesi del­la fata­li­tà. Le con­dan­ne, lie­vi nono­stan­te le dure accu­se, ver­ran­no scon­ta­te. Ma anche dopo aver­le scon­ta­te, i due saran­no rin­cor­si dai media, che riu­sci­ran­no a intral­cia­re anche il loro rein­se­ri­men­to nel­la socie­tà, bran­den­do, come un ves­sil­lo di stig­ma, la sen­ten­za di mol­ti anni prima. 

L’imperizia degli inqui­ren­ti, la volon­tà di chiu­de­re il caso il pri­ma pos­si­bi­le e le pres­sio­ni han­no con­dot­to la giu­sti­zia su una stra­da sba­glia­ta? C’è dun­que un’altra veri­tà, diver­sa da quel­la giu­di­zia­ria? Anche su que­sto, il pod­ca­st di Lal­li e Sala pro­va ad avan­za­re qual­che idea, qual­che trac­cia. Quel che resta, però, è un caso emble­ma­ti­co. Se non di mala­giu­sti­zia, for­se, di giu­sti­zia affret­ta­ta, impre­ci­sa. Su que­sta vicen­da sem­bra­no resta­re trop­pe ombre: è un bene, oggi, che un’ottima inchie­sta gior­na­li­sti­ca pro­vi a get­ta­re luce.

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Michele Pinto
Stu­den­te di giu­ri­spru­den­za. Quan­do non leg­go, mi guar­do intor­no e mi fac­cio mol­te domande.

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