Del: 3 Dicembre 2020 Di: Redazione Commenti: 0

Le mascherine funzionano bene. Paradossalmente, fin troppo bene.

Il loro uso massiccio e le misure di distanziamento sociale messe in atto per contrastare l’attuale pandemia di Coronavirus (caratterizzate come interventi non farmaceutici, o NPI) hanno infatti ridotto la diffusione non solo di SARS-Cov2, ma anche del virus dell’influenza e del virus respiratorio sinciziale umano (RSV), negli Stati Uniti causa principale di infezioni al tratto inferiore delle vie respiratorie durante la prima infanzia.

Questo, come mostrato da uno studio condotto da Rachel Baker et al. dell’High Meadows Environmental Institute presso la Princeton University (The impact of COVID-19 nonpharmaceutical interventions on the future dynamics of endemic infections | PNAS), non è necessariamente un bene.

I ricercatori, basandosi su modelli epidemiologici elaborati a loro volta a partire da dati storici relativi al virus respiratorio sinciziale negli USA e in Messico, sono infatti giunti alla conclusione che l’attuale ridotta circolazione di RSV potrebbe portare a una maggiore suscettibilità nella popolazione rispetto a questo virus e di conseguenza a focolai epidemici una volta che l’emergenza Covid sarà rientrata.

Il picco dei casi di questa nuova epidemia è previsto per l’inverno 2021-2022, sempre che per quella data le NPI abbiamo smesso di essere implementate.

Per quanto riguarda il virus dell’influenza, il discorso si fa più complesso. Nonostante i risultati osservati dallo studio indichino che RSV e influenza sembrano comportarsi in modo qualitativamente simile, bisogna infatti considerare che l’andamento di quest’ultima patologia è più difficile da predire per via della facilità con cui il suo agente eziologico muta.

Per questo, come affermato da Baker, «L’impatto delle NPI sull’influenza non è chiaro, benché potenzialmente importante». Inoltre, la presenza di vaccini antinfluenzali potrebbe rivelarsi un fattore determinante nel definire l’andamento di possibili epidemie post-Covid.

Ciò che in definitiva emerge da questo quadro, che gli stessi autori dello studio ammettono essere ancora alle prime pennellate, è che l’attuale pandemia avrà, oltre che strascichi economici e sociali, anche ripercussioni epidemiologiche importanti su virus considerati endemici, come del resto le ebbe l’Influenza Spagnola del secolo scorso.

Dopo l’imposizione di misure contenitive per contrastare la pandemia del 1918, a Londra si registrò infatti una importante variazione nell’andamento del morbillo: da cicli annuali ad outbreak biennali.

Abbiamo indossato la mascherina per fermare il Covid, e le NPI rappresentano ancora lo strumento principale per contrastare una pandemia che ad oggi ha mietuto oltre un milione e 420mila vittime.

Non sapevamo però l’effetto che questa scelta avrebbe avuto sulla diffusione di altri patogeni, effetto che secondo la co-autrice dello studio Jessica Metcalf potrebbe essere meglio anticipato con lo sviluppo, ad esempio, di tecniche ad hoc di stampo sierologico.

Così da non essere colti impreparati quando, a emergenza Coronavirus finita, le patologie lasciate fuori dalle prime pagine e dai telegiornali si faranno avanti per presentarci il conto.

Articolo di Simone Santini

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