Barbero regala solide realtà

Quan­do par­la i gesti più usua­li sono due: incro­cia­re le mani davan­ti al pet­to per segna­la­re scon­tro o con­ver­gen­za e spin­ge­re davan­ti a sé il pugno per evi­den­zia­re poten­za e deci­sio­ne. Poi­ché Ales­san­dro Bar­be­ro par­la spes­so dai pal­chi dei festi­val o dal­la tele­vi­sio­ne, que­sti gesti sono diven­ta­ti comu­ni, anche incon­scia­men­te, per mol­ti ascoltatori.

Bar­be­ro è lo sto­ri­co del momen­to e negli ulti­mi mesi la sua fama è enor­me­men­te aumen­ta­ta. Inse­gna Sto­ria medie­va­le all’Università del Pie­mon­te Orien­ta­le ed è cono­sciu­to al gran­de pub­bli­co da alme­no ven­ti­cin­que anni. La vetri­na più pre­sti­gio­sa è da tem­po la pic­co­la rubri­ca sto­ri­ca che cura all’eterno di Super­quark. Quest’estate, all’alba del­la nuo­va edi­zio­ne, Pie­ro Ange­la l’ha pun­zec­chia­to: «Pro­fes­so­re, ma lei non cam­bia mai?» Bar­be­ro si è diste­so nel suo sor­ri­so più gio­con­do e ha pron­ta­men­te scan­di­to: «Sen­ti chi par­la!» Ed è pro­prio così: Bar­be­ro nel cor­so degli anni è rima­sto immu­ta­to. Con­ti­nua a diver­tir­si un mon­do a rac­con­ta­re la sto­ria, e per­si­no la zaz­ze­ra sul­la fron­te ha man­te­nu­to qua­si lo stes­so aspetto. 

In fondo, chi l’avrebbe mai detto? Lui stesso si sorprende (fino a un certo punto) della notorietà e non nega che preferirebbe trascorrere il proprio tempo a casa, con sua moglie. 

A Daria Bignar­di, che lo inter­vi­sta­va intor­no alle nove e mez­za di sera, ha rispo­sto riden­do: «A quest’ora di soli­to sarei a dor­mi­re». Inve­ce negli ulti­mi anni, e soprat­tut­to pri­ma del­la pan­de­mia, ha intra­pre­so un con­ti­nuo vaga­bon­dag­gio per l’Italia, chia­ma­to dai festi­val cul­tu­ra­li e dal­le asso­cia­zio­ni, per par­la­re di vol­ta in vol­ta di gran­di e pic­co­li per­so­nag­gi, guer­re, sto­rie loca­li, leg­gen­de medie­va­li, appas­sio­nan­ti bat­ta­glie. E l’ha fat­to su pal­chi all’aperto bat­tu­ti dal ven­to – e lui con il maglion­ci­no sul­le spal­le da per­fet­to bor­ghe­se in tra­sfer­ta –, in dimo­re sto­ri­che o castel­li diroc­ca­ti, per­si­no nell’auditorium del Grat­ta­cie­lo San­pao­lo a Torino.

Nato pro­prio a Tori­no nel 1959 – «in una fami­glia nor­ma­lis­si­ma e ras­si­cu­ran­te», dice lui – si iscri­ve al Par­ti­to comu­ni­sta di Ber­lin­guer – «c’era den­to la gen­te miglio­re che faces­se poli­ti­ca in Ita­lia» – e nel giro di qual­che anno diven­ta uno sto­ri­co di fama. Nel 1996, gio­va­nis­si­mo, vin­ce il Pre­mio Stre­ga con il roman­zo Bel­la vita e guer­re altrui di Mr Pyle, gen­ti­luo­mo (1995). Mr Pyle, come Bar­be­ro chia­ma affet­tuo­sa­men­te il libro, vie­ne scrit­to in die­ci anni di ricer­che, stu­di e ten­ta­ti­vi; si ispi­ra ai roman­zi di viag­gio set­te­cen­te­schi, un’altra gran­de pas­sio­ne di Bar­be­ro, e si sno­da in pochi e deci­si­vi mesi dell’Europa prus­sia­na e napo­leo­ni­ca del 1806. Bar­be­ro ha rac­con­ta­to di non aver avu­to il corag­gio, una vol­ta ter­mi­na­ta la scrit­tu­ra, di man­da­re il mano­scrit­to alle case edi­tri­ci; l’ha man­da­to ad alcu­ni scrit­to­ri. Dopo qual­che gior­no Aldo Busi, uno dei desti­na­ta­ri, l’ha chia­ma­to entu­sia­sta e gli ha pro­mes­so: «Farò di lei un uomo ric­co». Dopo qual­che mese Mr Pyle usci­va con Mondadori.

In real­tà i roman­zi sono solo uno sva­go che Bar­be­ro si con­ce­de a lato dell’intensa atti­vi­tà da sto­ri­co. Alla ricer­ca scien­ti­fi­ca, il suo vero mestie­re, accom­pa­gna anche la pub­bli­ca­zio­ne di sag­gi sto­ri­ci di suc­ces­so, come Car­lo Magno. Un padre dell’Europa (2000), La bat­ta­glia. Sto­ria di Water­loo (2003), Lepan­to. La bat­ta­glia dei tre impe­ri (2010), Capo­ret­to (2017) e Dan­te (2020).

Ma for­se il vero cuo­re dell’opera di Bar­be­ro, alme­no per l’impatto e il con­sen­so che rie­sco­no a susci­ta­re, sono le segui­tis­si­me con­fe­ren­ze di sto­ria medie­va­le e mili­ta­re. In un memo­ra­bi­le ciclo sul­la dina­mi­ca del­le bat­ta­glie rie­sce nell’impresa di spie­ga­re al pro­fa­no la stra­te­gia deci­si­va adot­ta­ta dai vin­ci­to­ri a Water­loo. Si dilun­ga sul ritar­do dei prus­sia­ni e sul­le sof­fer­te deci­sio­ni di Napo­leo­ne, che un po’ alla vol­ta esau­ri­sce la sua fede­le Guar­dia man­dan­do­la a con­su­mar­si con­tro gli ingle­si. All’ascoltatore appa­re come una sce­na cine­ma­to­gra­fi­ca: gli ingle­si dispo­sti in com­pat­ti qua­dra­ti per resi­ste­re alla cari­ca del­la caval­le­ria fran­ce­se; resta­no immo­bi­li, per­ché il mini­mo movi­men­to potreb­be rom­pe­re la com­pat­tez­za e con­sen­ti­re ai caval­li nemi­ci di vin­ce­re la pau­ra e inse­rir­si nel­la cre­pa. Gli uffi­cia­li ingle­si fati­ca­no a tene­re insie­me i sol­da­ti, ma ci rie­sco­no e Wel­ling­ton diven­ta un eroe. È una sto­ria già cono­sciu­ta, ma Bar­be­ro è capa­ce di cen­tel­li­nar­la minu­to per minu­to, fino a ren­der­la inde­le­bi­le.

In un altro cele­bre bra­no rac­con­ta lo scop­pio del­la Pri­ma guer­ra mon­dia­le. Come un oro­lo­gio che bat­te il con­to alla rove­scia ver­so l’appuntamento con il desti­no, Bar­be­ro descri­ve i gior­ni cru­cia­li del­la cri­si, scan­di­ti dai tele­gram­mi invia­ti tra le capi­ta­li euro­pee. L’imperatore tede­sco Gugliel­mo è cugi­no pri­mo del­lo zar rus­so Nico­la II. I due si scri­vo­no chia­man­do­si a vicen­da “Wil­ly” e “Niky”, in ricor­do dei lon­ta­ni tem­pi dei gio­chi infan­ti­li, cer­can­do di con­vin­cer­si l’un l’altro a desi­ste­re. Alla fine si dichia­ra­no guerra.

Que­sta pas­sio­ne meti­co­lo­sa per il det­ta­glio ha for­se un’origine deci­si­va nel­la vicen­da del gran­de sto­ri­co Marc Bloch, fon­da­to­re del­la rivi­sta Les Anna­les. Bar­be­ro spes­so cita Bloch per dimo­stra­re la dif­fi­col­tà del lavo­ro del­lo sto­ri­co, che deve bar­ca­me­nar­si tra memo­rie e testi­mo­nian­ze spes­so labi­li – e tan­to più labi­li quan­to più lon­ta­ne. Deve maneg­gia­re la memo­ria del­le per­so­ne, che è fal­la­ce per defi­ni­zio­ne. Nul­la è come appa­re. Nel­la con­fe­ren­za appas­sio­na­ta in cui rac­con­ta la vita e la tra­gi­ca fine di Bloch, ucci­so dai nazi­sti per­ché tra i capi del­la resi­sten­za fran­ce­se, emer­ge un lato diver­so, di ricer­ca minu­zio­sa sul­le abi­tu­di­ni e la vita quo­ti­dia­na del­le per­so­ne. Sono doman­de inu­sua­li. A che ora si man­gia­va nel pas­sa­to? Quan­do le non­ne han­no comin­cia­ta a fare la mar­mel­la­ta in casa? Nei suoi inter­ven­ti Bar­be­ro non rie­sce mai a tra­scu­ra­re que­sti aspet­ti. Men­tre rac­con­ta l’agosto del 1939, con l’Europa che cara­col­la ver­so il nuo­vo con­flit­to mon­dia­le, rie­sce a tro­va­re il tem­po, in mez­zo alle mil­le infor­ma­zio­ni che vuo­le dare, per ricor­da­re un decre­to del gover­no ita­lia­no che impo­ne ai risto­ran­ti, alla luce del­la situa­zio­ne di emer­gen­za, di inse­ri­re nel menù un solo pasto di car­ne al gior­no. È un det­ta­glio rive­la­to­re, che sve­la mol­to del momen­to sto­ri­co che sta raccontando.

Non è vero quindi che si può essere solo storici austeri e compassati, dediti allo studio dei grandi eventi e delle grandi dinamiche della società. 

Come ha dimo­stra­to pro­prio la gene­ra­zio­ne di Bloch, tut­ti gli aspet­ti del­la vita uma­na pos­so­no esse­re inte­res­san­ti. Quan­do negli scor­si mesi si è comin­cia­to a dibat­te­re intor­no all’utilità e all’opportunità di cer­te sta­tue nel­le stra­de e nel­le piaz­ze del­le cit­tà, Bar­be­ro non ha evi­ta­to di pren­de­re posi­zio­ne. For­se è una sua carat­te­ri­sti­ca: por­si sem­pre le doman­de deci­si­ve, non sfug­gi­re, affron­ta­re il pro­ble­ma, anche se scot­tan­te e d’attualità. In un’in­ter­vi­sta al Fat­to quo­ti­dia­no sul­le sta­tue ha assun­to una posi­zio­ne con­tro­cor­ren­te, spe­cie a sini­stra: «A me sem­bra anche una for­ma di raz­zi­smo: sot­to le inten­zio­ni di chi dice “oggi abbia­mo cer­ti valo­ri, Chur­chill non le ave­va, Colom­bo non li ave­va, via le loro sta­tue”, si celi la voglia del­la civil­tà occi­den­ta­le di dire noi sia­mo miglio­ri degli altri, noi dob­bia­mo por­ta­re la civil­tà e impor­la alle altre civil­tà e a quel­la gen­te stra­na che vive­va nel pas­sa­to. Chi sono que­sti stron­zi che nel pas­sa­to si per­met­te­va­no di ave­re valo­ri diver­si dai nostri? Can­cel­lia­mo­li». Non è in effet­ti un’opinione bana­le, liqui­da­bi­le in un atti­mo. Pro­ba­bil­men­te è sta­to capi­to anche da chi dissente.

Bar­be­ro rie­sce dun­que a coniu­ga­re la pic­co­la e la gran­de inqua­dra­tu­ra: con pas­sag­gi repen­ti­ni dall’aneddoto dia­ri­sti­co al gran­de con­te­sto mostra la mac­chi­na infal­li­bi­le del­la sto­ria, che maci­na sen­za sosta e tra­vol­ge ogni esi­sten­za. La sto­ria è di per sé il rac­con­to di fat­ti incer­ti e con­fu­si: lui stes­so dice che nel­la sto­ria c’è una sola cer­tez­za, quel­la cioè di «non inva­de­re la Rus­sia». Ma tut­to quel­lo che acca­de nel­le sto­rie di Bar­be­ro, per quan­to incer­to e con­fu­so nel­la sua gene­si, rag­giun­ge la chia­rez­za cri­stal­li­na di un roman­zo. Appa­re soli­do e com­pat­to. La sto­ria, in que­sto modo, rie­sce a esse­re pre­sen­te: si trat­ta di una real­tà vivi­da, sul­lo stes­so pia­no del pre­sen­te, e ormai paci­fi­ca­ta con se stes­sa. È tal­men­te ben trac­cia­ta e con­tor­na­ta che appa­re ine­vi­ta­bi­le, per quan­to ovvia­men­te non lo sia; anche le cose più incre­di­bi­li risul­ta­no sin­ce­re e nor­ma­li, pro­prio per­ché sono avve­nu­te. Non pie­ga gli even­ti per spie­ga­re mal­de­stra­men­te il pre­sen­te: sono acca­du­ti, noi abbia­mo la for­tu­na di poter­li cono­sce­re e vede­re come se acca­des­se­ro davan­ti a noi. Soli­di e reali.

Se in Bar­be­ro c’è una mae­stria for­se è pro­prio que­sta. Di fron­te ai manua­li sco­la­sti­ci fumo­si e dida­sca­li­ci, non c’è nien­te di più soli­do del ritrat­to bar­be­ria­no di Cavour: un uomo esu­be­ran­te e biz­zo­so, che da gio­va­ne per­de un patri­mo­nio spe­cu­lan­do alla Bor­sa di Lon­dra e da pri­mo mini­stro, dopo l’armistizio di Vil­la­fran­ca, fini­sce per liti­ga­re furio­sa­men­te con il Re, accu­san­do­lo di codar­dia e tra­di­men­to e lan­cian­do le sedie per aria. E così per deci­ne di per­so­nag­gi ed even­ti. Su inter­net, dove ger­mo­glia­no le miglio­ri e le peg­gio­ri per­ver­sio­ni, c’è chi si dichia­ra vas­sal­lo di Bar­be­ro e chi mon­ta video rac­co­glien­do le tru­ci paro­le lon­go­bar­de esal­ta­te in un apprez­za­tis­si­mo inter­ven­to. Ecco allo­ra che “spran­ga” ripe­tu­to all’infinito acqui­sta un carat­te­re qua­si misti­co, pro­prio come la memo­ra­bi­le descri­zio­ne del­la rivol­ta dei ciom­pi a Firen­ze, nel 1378. Bar­be­ro sor­ri­de e poi attac­ca: «La marea degli ope­rai comin­cia a scia­ma­re per tut­ta la cit­tà e comin­cia a dare l’assalto alle case dei tra­di­to­ri. Li cono­sco­no per nome. Mes­ser Lapo da Casti­glion­chio, giu­di­ce: andia­mo a bru­ciar­gli la casa!»

Ecco, una splen­di­da solidità.

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Michele Pinto
Stu­den­te di giu­ri­spru­den­za. Quan­do non leg­go, mi guar­do intor­no e mi fac­cio mol­te domande.

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