Da rileggere per la prima volta: Il nome della rosa

Adso da Melk, ormai anzia­no, rie­vo­ca even­ti avve­nu­ti nell’ormai lon­ta­no 1327 in un’abbazia bene­det­ti­na ita­lia­na, che l’han­no visto par­te­ci­pe, anco­ra gio­va­ne ed ine­sper­to novi­zio, al segui­to dell’arguto ex inqui­si­to­re Gugliel­mo da Baskerville. 

I due, reca­te­si sul posto per una deli­ca­ta mis­sio­ne diplo­ma­ti­ca tra dele­ga­zio­ni impe­ria­li e pon­ti­fi­cie, si tro­va­no a inda­ga­re su una serie di miste­rio­si delit­ti avve­nu­ti all’interno del­le mura del monastero. 

Il rac­con­to, che si svol­ge lun­go l’arco di una set­ti­ma­na, è scan­di­to gior­no per gior­no dal­le ore liturgiche.

Gugliel­mo, mona­co eru­di­to dal­le spic­ca­te abi­li­tà logi­co-dedut­ti­ve, rico­strui­sce i fat­ti tas­sel­lo per tas­sel­lo, uti­liz­zan­do la ratio e non la fides, con­ci­lian­do scien­za e reli­gio­ne – ope­ra­zio­ne non così scon­ta­ta per un uomo di chie­sa del Medioe­vo – destreg­gian­do­si tra dibat­ti­ti su poli­ti­ca, teo­lo­gia, filo­lo­gia, filo­so­fia, sto­ria, intri­ghi tra ere­ti­ci e inqui­si­to­ri, fino ad arri­va­re, con l’aiuto di Adso, al ban­do­lo del­la matassa. 

Centrale è l’accento che si pone sulla cultura e soprattutto sul desiderio di conoscenza che i protagonisti esprimono. 

Tut­to ruo­ta intor­no alla crip­ti­ca biblio­te­ca dell’abbazia, popo­la­ta da mona­ci copi­sti, scri­va­ni e ama­nuen­si, che rac­chiu­de come un labi­rin­ti­co scri­gno un patri­mo­nio immen­so fat­to di car­ta ed inchio­stro, pro­ve­nien­te da tut­to il mon­do allo­ra conosciuto. 

La sedu­zio­ne e il desi­de­rio di cono­scen­za, la poten­za del sape­re sono alcu­ni dei temi cen­tra­li di quest’opera. Ope­ra che non è un poli­zie­sco, come potreb­be sug­ge­ri­re un esa­me super­fi­cia­le del­la tra­ma, ma è mol­to di più: acco­sta la real­tà medie­va­le di un’abbazia ai testi bibli­ci dell’Apocalisse, pas­san­do dagli stu­di sui labi­rin­ti e sui vele­ni alle spi­no­se que­stio­ni teo­lo­gi­che dell’epoca.

Non è nemmeno un romanzo storico a tutti gli effetti, perché costruisce un mondo storicamente attendibile, popolato di personaggi che spesso parlano per citazioni colte, più o meno celate, di autori largamente posteriori a essi. 

Attor­no al nucleo prin­ci­pa­le, la ricer­ca del col­pe­vo­le degli omi­ci­di, si dira­ma­no più sto­rie capil­la­ri che nel­la let­tu­ra d’insieme ren­do­no l’opera un capo­la­vo­ro del­la letteratura. 

Le pri­me cen­to pagi­ne sono con­si­de­ra­te dai più uno sco­glio, ma è lo stes­so Eco, nel­le postil­le, a soste­ne­re che sia­no neces­sa­rie per entra­re nel­la nar­ra­zio­ne: «[…]se qual­cu­no vole­va entra­re nell’abbazia e viver­ci set­te gior­ni, dove­va accet­tar­ne il rit­mo. Se non ci riu­sci­va, non sareb­be mai riu­sci­to a leg­ge­re tut­to il libro. Quin­di, fun­zio­ne peni­ten­zia­le, ini­zia­to­ria, del­le pri­me cen­to pagi­ne, e a chi non pia­ce peg­gio per lui, rima­ne alle fal­de del­la collina».

Il roman­zo si chiu­de in modo emble­ma­ti­co, sostan­zial­men­te sen­za vin­ci­to­ri né vin­ti, ma con un enor­me incen­dio che bru­cia e puri­fi­ca, con l’esametro Stat rosa pri­sti­na nomi­ne, nomi­ne nuda tene­mus, pro­nun­cia­to da Adso in pun­to di mor­te: esa­me­tro che darà il tito­lo al libro. 

L’intento dichia­ra­to dell’autore è quel­lo di depi­sta­re il let­to­re, qua­si voles­se impe­di­re che egli cata­lo­ghi il libro giu­di­can­do­lo dal­la coper­ti­na e dal tito­lo. L’esametro affer­ma, con agghiac­cian­te veri­tà, che le cose scom­par­se non esi­sto­no più: di esse ci riman­go­no sola­men­te le parole.

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Laura Cecchetto
Sco­pro il mon­do e me stes­sa con il naso den­tro a un libro, riflet­to su ciò che mi cir­con­da e pren­do appun­ti. Nar­ro ciò che leg­go, e di con­se­guen­za ciò che pro­vo, per rela­zio­nar­mi con ciò che mi sta attor­no, pos­si­bil­men­te con una taz­za di tè sul­la scrivania.

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