Le 10 serie TV più “vulcaniche” del 2020

Le 10 serie TV più “vulcaniche” del 2020

Anche questo lunghissimo 2020 sta per concludersi e la redazione di Vulcano Statale ha preparato una lista delle 10 serie TV più “vulcaniche” del 2020!

A cura di Valen­ti­na Testa.


Inu­ti­le nascon­der­lo: quest’anno, a far­ci com­pa­gnia più di tut­ti è sta­ta la tele­vi­sio­ne. Di segui­to i nostri picks tra tut­te le serie usci­te nel 2020, tra tra­me avvin­cen­ti, inter­pre­ta­zio­ni coin­vol­gen­ti, pian­ti e risate.


10. Schitt’s Creek (2015–2020, Canada — CBC Television)

Euge­ne Levy, Cathe­ri­ne O’Hara, Dan Levy e Annie Mur­phy in “Schit­t’s Creek”

Le nove vit­to­rie agli Emmy 2020 per la sit­com idea­ta da Dan e Euge­ne Levy han­no coro­na­to la sesta e ulti­ma sta­gio­ne del­la serie, rega­lan­do ai fan dei fina­li emo­zio­nan­ti per tut­ti i suoi pro­ta­go­ni­sti. Cifra da record: il mag­gior nume­ro di sta­tuet­te pre­so da una com­me­dia in un solo anno era­no le otto vin­te da The Mar­ve­lous Mrs. Mai­sel nel 2019. Nes­su­no pri­ma ave­va vin­to tut­te le set­te cate­go­rie come­dy nel­la ceri­mo­nia, né mai era­no sta­te vin­te tut­te le quat­tro cate­go­rie di reci­ta­zio­ne nel­lo stes­so anno. 

D’altronde, le inter­pre­ta­zio­ni dei quat­tro pro­ta­go­ni­sti sono irre­si­sti­bi­li: a dare un vol­to alla fami­glia cadu­ta in disgra­zia eco­no­mi­ca sono i due Levy, padre e figlio anche nel­la fan­ta­sia, Cathe­ri­ne O’Hara, che rive­ste di pan­ni di madre (Mam­ma ho per­so l’aereo! dice nul­la?), e Annie Mur­phy, la ragaz­za appa­ren­te­men­te svam­pi­ta e altra fac­cia del­la meda­glia del fratello.

Schitt’s Creek è solo una del­le tan­te serie tv come­dy che, anno dopo anno, stan­no con­qui­stan­do il meri­to e il pre­sti­gio che gli spet­ta: con la loro scrit­tu­ra leg­ge­ra e allo stes­so tem­po toc­can­te, ci ricor­da­no che l’allegria nel­la vita di tut­ti i gior­ni è sem­pre die­tro l’angolo, invi­tan­do­ci a non sottovalutarla.


9. Romulus (2020-in produzione, Italia — Sky Atlantic)

Fac­cia­mo un sal­to in patria e riav­vol­gia­mo il nastro del tem­po fino al VIII seco­lo a.C., quan­do, nel ter­ri­to­rio dell’attuale Lazio, domi­na­va­no vio­len­za e ter­ro­re, in un mon­do pri­mi­ti­vo e bru­ta­le nel qua­le il desti­no di ognu­no è deci­so dal pote­re impla­ca­bi­le del­la natu­ra e degli dèi. Sta suo­nan­do qual­che cam­pa­nel­la? “Ma è Il Pri­mo Re di Mat­teo Rove­re!” No e sì.

No, non è Il Pri­mo Re, è Romu­lus.

Sì, è sem­pre di Mat­teo Rove­re. E, come già nel Pri­mo Re, l’iperrealismo e il mito si mesco­la­no tra di loro, in una sto­ria rac­con­ta­ta inte­ra­men­te in pro­to­la­ti­no sul­la gene­si del­la cit­tà più famo­sa del mondo.

Sono rischi rari nel­la tele­vi­sio­ne ita­lia­na, affe­zio­na­ta alla fic­tion fami­glia­re, ma che sono pre­mia­ti dal suc­ces­so di pub­bli­co e dal plau­so del­la cri­ti­ca. Por­ta­no l’attenzione di soli­to riser­va­ta al cine­ma anche nel­le case e ci lascia­no sem­pre emo­zio­na­ti. Spe­ria­mo di poter con­ti­nua­re a veder­li con fre­quen­za sem­pre maggiore.


8. We Are Who We Are (2020, Italia e USA — HBO) 

Jack Dylan Gra­zer e Jor­dan Kri­sti­ne Sea­món in “We Are Who We Are”

Restia­mo a casa nostra, più pre­ci­sa­men­te a Chiog­gia, con la mini­se­rie diret­ta da Luca Gua­da­gni­no (Chia­ma­mi col tuo nome) sul­le vite di due ado­le­scen­ti ame­ri­ca­ni che vivo­no in una base mili­ta­re sta­tu­ni­ten­se. I gio­va­ni sono segui­ti nel­le loro emo­zio­ni, crean­do così una com­ple­ta immer­sio­ne nel loro mon­do e lascian­do da par­te gli adul­ti: si potreb­be stor­ce­re il naso, dato che il rap­por­to con i geni­to­ri è fon­da­men­ta­le nel rac­con­to dell’adolescenza. Ma, d’altra par­te, non è poi vero che tap­pa altret­tan­to fon­da­men­ta­le è lo scon­tro e la volon­tà di can­cel­la­re la gene­ra­zio­ne precedente? 

Un coming-of-age per il pic­co­lo scher­mo gira­to come se fos­se da gran­de scher­mo, di una qua­li­tà d’eccezione che crea un’avvolgente espe­rien­za per lo spettatore.


7. I May Destroy You (2020-in produzione, UK e USA — BBC Once e HBO)

Michae­la Coel in “I May Destroy You”

Michae­la Coel ha scrit­to, diret­to e inter­pre­ta­to la sto­ria semi-auto­bio­gra­fi­ca di Ara­bel­la, una scrit­tri­ce che è sta­ta stu­pra­ta dopo esse­re sta­ta dro­ga­ta in un bar e che non ricor­da il vol­to del suo stu­pra­to­re. Con una rispo­sta di cri­ti­ca nien­te meno che entu­sia­sta, I May Destroy You è sicu­ra­men­te uno dei miglio­ri show del 2020 per come è in gra­do di segui­re una tra­ma emo­ti­va intri­ca­ta riguar­do al deli­ca­tis­si­mo tema del­le con­se­guen­ze per­so­na­li di una vio­len­za sessuale. 

Defi­ni­ta una “dra­me­dy” (dra­ma e come­dy), la sto­ria è con­trol­la­ta e ben dosa­ta sin dal pri­mo epi­so­dio, svol­gen­do una nar­ra­zio­ne su come il trau­ma impat­ta sul­la vita del­la vit­ti­ma e sul­la sua visio­ne del mon­do, che toc­ca anche raz­za, gene­re, ses­sua­li­tà, fami­glia e social media. Con­clu­de su un fina­le qua­si alla “sce­gli la tua avven­tu­ra”, che anco­ra tor­na a sot­to­li­nea­re che le sen­sa­zio­ni di chiu­su­ra e di chia­rez­za, in cer­ti casi così estre­ma­men­te deli­ca­ti, spes­so sono sem­pli­ce­men­te effimere. 


6. The Crown (2016-in produzione, UK e USA — Netflix)

Josh O’Connor, Emma Cor­rin, Oli­via Col­man e Gil­lian Ander­son in “The Crown”

L’anno scor­so abbia­mo det­to che The Cro­wn era la sesta serie tv miglio­re degli anni Die­ci e quest’anno le ricon­fer­mia­mo la sua posi­zio­ne. La sua quar­ta sta­gio­ne, l’ultima che vedrà il pre­mio Oscar Oli­via Col­man nei pan­ni del­la regi­na Eli­sa­bet­ta II d’Inghilterra, ha di nuo­vo incan­ta­to ed emo­zio­na­to il suo pub­bli­co fede­le, e si è anche gua­da­gna­ta non pochi nuo­vi spet­ta­to­ri. C’è da ammet­te­re la pre­sen­za di un mag­gio­re gra­do di nar­ra­zio­ne roman­za­ta rispet­to a ciò a cui ci ave­va abi­tua­ti Peter Mor­gan, sem­pre estre­ma­men­te ligio all’accuratezza sto­ri­ca, ma, sia­mo one­sti: gli si per­do­na tut­to, una vol­ta che si vedo­no i dia­lo­ghi por­ta­ti in scena.

Ogni shot di The Cro­wn meri­ta le più alti lodi pos­si­bi­li. Quest’anno, degne di par­ti­co­la­re nota sono le inter­pre­ta­zio­ni di Josh O’Connor e di Emma Cor­rin nei pan­ni di Char­les e Dia­na, che entra­no nell’intimità di quel­la che è sta­ta una del­le cop­pie più chiac­chie­ra­te del­la sto­ria. Ma, soprat­tut­to, irrag­giun­gi­bi­le è sta­ta Gil­lian Ander­son nei pan­ni di Mar­ga­ret That­cher: tra­sfi­gu­ra­ta nel­la Iron Lady, Ander­son buca lo scher­mo e arri­va drit­ta allo sto­ma­co di chi sta guar­dan­do, lascian­do­ci sul diva­no in pre­da agli stes­si sen­ti­men­ti che pro­ve­rem­mo se stes­si­mo ascol­tan­do la vera That­cher par­la­re. Posi­ti­vi o nega­ti­vi, sta al sin­go­lo: intan­to, qui si ini­zia a pre­pa­ra­re la cam­pa­gna per la nomi­na­tion agli Emmy 2021.


5. The Haunting Of Bly Manor (2018-in produzione, USA ‑Netflix)

Dal crea­to­re di Doc­tor Sleep (aspi­ran­te sequel di Shi­ning), Mike Fla­na­gan, nel 2018 vie­ne pro­dot­ta da Net­flix The Haun­ting, una serie anto­lo­gi­ca che per il momen­to con­ta due sta­gio­ni. La pri­ma è inti­to­la­ta The Haun­ting of Hill Hou­se, trat­ta dall’omonimo roman­zo del­la sta­tu­ni­ten­se pen­na di Shir­ley Jack­son (in Ita­lia edi­to da Adel­phi con il tito­lo L’incubo di Hill Hou­se).

La secon­da in par­ti­co­la­re, usci­ta su Net­flix que­sto autun­no, si inti­to­la The Haun­ting of Bly Manor, in cui ritro­via­mo qua­si tut­ti gli atto­ri del­la pri­ma sta­gio­ne a inter­pre­ta­re i nuo­vi per­so­nag­gi. Que­sta vol­ta la pen­na che Fla­na­gan è anda­ta a sco­mo­da­re è quel­la di Hen­ry James, auto­re di The Turn of the Screw, un rac­con­to pub­bli­ca­to sul fini­re dell’Ottocento (edi­to in Ita­lia con il tito­lo Il giro di vite).

L’intento di Fla­na­gan è quel­lo di por­ta­re sul pic­co­lo scher­mo dei pro­dot­ti che sia­no mol­to più che sto­rie dell’orrore: ad aleg­gia­re in que­ste sto­ri­che dimo­re infat­ti sono sì i fan­ta­smi, ma accom­pa­gna­ti da un’atmosfera di inquie­tu­di­ne che per­mea ogni ogget­to, ogni stan­za, ogni gesto dei pro­ta­go­ni­sti. Flo­ra e Miles sono i due bam­bi­ni che vivo­no a Bly, for­se le uni­che per­so­ne viven­ti nel­la dimo­ra a dimo­stra­re di ave­re con­sa­pe­vo­lez­za di ciò che acca­de loro intor­no e gli uni­ci in gra­do di pro­teg­ge­re gli adul­ti – che dovreb­be­ro pren­der­si cura di loro – dal ter­ro­re gene­ra­to da quel­le stan­ze e da quei fan­ta­smi del pas­sa­to che ritor­na­no ogni not­te a inquie­ta­re le loro vite.

(Recen­sio­ne di Fran­ce­sca Rubini)


4. La regina degli scacchi (The Queen’s Gambit) (2020, USA — Netflix)

Anya Tay­lor-Joy in “Regi­na di scacchi”

Gli scac­chi sono noto­ria­men­te lo sport dei cer­vel­lo­ti­ci: eppu­re, negli Sta­ti Uni­ti, poco tem­po fa la ven­di­ta di scac­chie­re è sali­ta dell’87%. L’evento cru­cia­le che ha por­ta­to a que­sta cor­sa alle stel­le? Net­flix ha rila­scia­to The Queen’s Gam­bit con Anya Tay­lor-Joy. Il suc­ces­so straor­di­na­rio del­la Regi­na di scac­chi è sta­to glo­ba­le, tan­to che Net­flix ha regi­stra­to la sin­to­niz­za­zio­ne sul­lo show di ben 62 milio­ni account nei pri­mi 28 gior­ni dal rila­scio. E come biasimarci? 

La sto­ria avvin­cen­te e al con­tem­po dram­ma­ti­ca, gli esca­mo­ta­ge qua­si del rac­con­to d’azione per rac­con­ta­re una par­ti­ta di scac­chi, la for­te pro­ta­go­ni­sta fem­mi­ni­le che si scon­tra con dipen­den­za da dro­ga e trau­ma fami­lia­re, la sto­ria d’amore (o le sto­rie d’amore)… gli ingre­dien­ti per il capo­la­vo­ro sono tut­ti presenti.

Il magne­ti­smo di Tay­lor-Joy (già pro­ta­go­ni­sta di Emma.) è solo la cilie­gi­na sul­la tor­ta che ci potreb­be por­ta­re a resta­re incol­la­ti allo scher­mo per otto ore di fila, ad osser­var­la con­trol­la­re il suo pic­co­lo mon­do sul­la scac­chie­ra in mez­zo a una vita per lo più incon­trol­la­bi­le, ben vesti­ta nei suoi out­fit dise­gna­ti per ricor­da­re i qua­dra­ti del tabel­lo­ne e le for­me dei pez­zi da muovere. 

Beth Har­mon è l’eroina deva­sta­ta e deva­stan­te che vor­rem­mo allo stes­so tem­po pro­teg­ge­re e spin­ge­re a fare tut­to ciò che può con il suo talen­to: riu­sci­rà a vin­ce­re la sua partita?


3. Unorthodox (2020, Germania e USA — Netflix)

Shi­ra Haas in “Unor­tho­dox”

Basa­ta sull’autobiografia di Debo­rah Feld­man Ex orto­dos­sa: Il rifiu­to scan­da­lo­so del­le mie ori­gi­ni chas­si­di­che, Unor­tho­dox è il rac­con­to scioc­can­te del­la dician­no­ven­ne Esther Sha­pi­ro che scap­pa dal­la comu­ni­tà ultra-orto­dos­sa ebrai­ca del quar­tie­re di Broo­klyn. Una straor­di­na­ria Shi­ra Haas por­ta in sce­na il tor­men­to pri­ma e la libe­ra­zio­ne poi di Esty, con un’intensità emo­ti­va che avvi­ci­na non poche vol­te alle lacri­me chi la guar­da: la sua sto­ria di cre­sci­ta e il suo scon­tro con l’unico mon­do che ha sem­pre cono­sciu­to sono così cru­di e dolo­ro­si da lasciar­ci addos­so un’inquietudine par­ti­co­la­re, anco­ra più accen­tua­ta dal­la con­sa­pe­vo­lez­za che non solo si trat­ta di una sto­ria vera, ma che non si trat­ta nean­che di comu­ni­tà estin­te. A que­sta sen­sa­zio­ne par­te­ci­pa in gran­de misu­ra l’uso del­lo yid­dish, che stri­de nel­le orec­chie di chi non lo cono­sce e sot­to­li­nea la chiu­su­ra di un mon­do poco acces­si­bi­le, che ci tie­ne a resta­re impenetrabile.

La sto­ria di Esther e del­la sua eman­ci­pa­zio­ne rag­giun­ta gra­zie alla risco­per­ta dei pro­pri talen­ti, con una pro­spet­ti­va di un nuo­vo futu­ro da costrui­re da zero e la sco­per­ta di tut­to ciò che di bel­lo e di esal­tan­te la vita può offri­re rie­sce nel dop­pio inten­to, da un lato, di met­te­re a nudo la mise­ra esi­sten­za a cui anco­ra trop­pe don­ne sono obbli­ga­te in nome dei più vari moti­vi reli­gio­si e socio-poli­ti­ci e, dall’altro, di get­ta­re una luce di spe­ran­za sul tem­po di chiun­que si sen­ta intrap­po­la­to nel­la pro­pria stes­sa vita.


2. Normal People (2020, Irlanda — BBC Three e Hulu) 

Paul Mescal e Dai­sy Edgar-Jones in “Nor­mal People”

«There’s an ache in you, put the­re by the ache in me / But if it’s all the same to you / It’s the same to me» can­ta Tay­lor Swift in ‘tis the damn sea­son, e pro­ba­bil­men­te esi­sto­no poche altre paro­le che descri­vo­no così bene il rap­por­to di Con­nell e Marian­ne. «Due ragaz­zi bril­lan­ti, che si rico­no­sco­no imme­dia­ta­men­te come simi­li nono­stan­te le evi­den­ti dif­fe­ren­ze socia­li e crea­no un inten­so lega­me che oscil­la con­ti­nua­men­te — sen­za mai spez­zar­si dav­ve­ro — tra amo­re e ami­ci­zia»: così ne abbia­mo par­la­to nel­la nostra recen­sio­ne.

Le bel­lis­si­me inter­pre­ta­zio­ni di Paul Mescal e Dai­sy Edgar-Jones por­ta­no sul­lo scher­mo una sto­ria d’amore che spiaz­za per la sua (sem­bra scon­ta­to dir­lo) nor­ma­li­tà. Che non vuol dire asso­lu­ta­men­te bana­li­tà, anzi: seguia­mo i due gio­va­ni attra­ver­so pro­ble­mi di fami­glia, di salu­te men­ta­le e di salu­te fisi­ca, vedia­mo come vivo­no insie­me e come vivo­no sepa­ra­ti, osser­via­mo come cer­ca­no di costrui­re le loro vite sepa­ra­ta­men­te e come, in un modo o nell’altro, fini­sco­no per ritro­var­si ogni vol­ta. Ci sono l’uno per l’altra nei momen­ti di feli­ci­tà e ci sono per alle­via­re reci­pro­ca­men­te il loro dolo­re, che a vol­te nasce dall’altro stesso.

Non una sto­ria di amo­re sal­vi­fi­co, ma nean­che di aman­ti dan­na­ti dal­le stel­le: solo, due Per­so­ne nor­ma­li (que­sto il tito­lo del roman­zo ori­gi­na­le di Sal­ly Roo­ney) che ci fan­no vede­re qual­che anno del loro per­cor­so di vita, e che lascia­mo alla fine ben lon­ta­ni dal loro pun­to di arri­vo, anco­ra infor­mi ma non più osses­si­va­men­te inter­di­pen­den­ti. Libe­ri e for­ti abba­stan­za da anda­re avan­ti con le pro­prie gambe. 


1. Dark (2017–2020, Germania — Netflix)

Chiun­que abbia gira­to gli occhi al cie­lo quan­do ha sen­ti­to la fra­se «Dark par­la di viag­gi nel tem­po» si è ricre­du­to dopo aver schiac­cia­to play sul pri­mo epi­so­dio. For­se è vero che il tro­pe è ormai sovrau­ti­liz­za­to, ma Dark è qui per dimo­strar­ci che non ser­ve inven­ta­re ogni vol­ta qual­co­sa di genia­le e com­ple­ta­men­te ina­spet­ta­to per coin­vol­ge­re lo spet­ta­to­re, che non ser­ve sem­pre cer­ca­re l’effetto shock per lasciar­lo sen­za paro­le, ma, anzi, che una soli­da sce­neg­gia­tu­ra può rein­ven­ta­re anche l’inganno let­te­ra­rio più vec­chio del mon­do, il famo­so deus ex machi­na fina­le. Per­ché cos’altro è la pun­ta­ta fina­le di Dark se non la tra­spo­si­zio­ne odier­na del dio gre­co che arri­va­va in sce­na alla fine del­la tra­ge­dia per risol­ve­re la situa­zio­ne? Eppu­re, per quan­to all’occhio più alle­na­to i twi­st di Dark pos­sa­no esse­re sta­ti pre­ve­di­bi­li, ciò non ha leso la qua­li­tà mas­si­ma del­la serie tede­sca, con­clu­sa­si quest’estate dopo tre sta­gio­ni che han­no tenu­to tut­ti gli spet­ta­to­ri con il fia­to sospeso.

Filo­so­fi­ca, roman­ti­ca, appas­sio­nan­te e con una sfu­ma­tu­ra di cri­ti­ca socia­le che non gua­sta mai: abbia­mo segui­to Jonas, Mar­tha e tut­ti gli abi­tan­ti di Win­den nel loro ulti­mo viag­gio tra lo spa­zio e il tem­po, ci sia­mo com­mos­si e abbia­mo avu­to rispo­ste, for­se abbia­mo urla­to qual­che vol­ta allo scher­mo. Dark è sta­ta sicu­ra­men­te la serie miglio­re dell’intero 2020. 

 Immagine di copertina realizzata da Valentina Testa.
Con­di­vi­di:
Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube
Redazione
Valentina Testa on FacebookValentina Testa on InstagramValentina Testa on Twitter
Valentina Testa
Guar­do serie tv, a vol­te anche qual­che bel film, leg­go libri, scri­vo. Da gran­de voglio diven­ta­re Vin­cen­zo Mollica.
Francesca Rubini on Instagram
Francesca Rubini
Vado in cri­si quan­do mi si chie­de di scri­ve­re una bio, in par­ti­co­la­re la mia, per­ché ho una lista infi­ni­ta di cose che mi piac­cio­no e una lista infi­ni­ta di cose che odio. Basti sape­re che mi pia­ce scri­ve­re attin­gen­do da entrambe.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.