Rohingya, un genocidio dimenticato

Teknaff,cox's bazar, Bangladesh. 15th October 2012 -- Helpless families sit inside the refugee camp. -- Many Rohingyas from Mayanmar are still entering Bangladesh. Activists warn of further restrictions on Rohingya refugees in southeastern Bangladesh following recent communal violence. The community urgently needs medical help from the government.

Ulti­ma­men­te alcu­ne situa­zio­ni par­ti­co­lar­men­te dram­ma­ti­che sono pas­sa­te sot­to­trac­cia, com­pli­ci l’emergenza Covid-19 che ha assor­bi­to gran par­te dell’attenzione media­ti­ca e la distan­za dall’Europa. Una di que­ste situa­zio­ni è quel­la del popo­lo dei Rohin­gya, defi­ni­to dal segre­ta­rio gene­ra­le dell’Onu Anto­nio Guter­resuno dei popo­li più discri­mi­na­ti del mon­do, se non il più discri­mi­na­to”.

Si tratta di una minoranza composta da un milione e mezzo di persone, stanziata nello stato di Rakhine, in Myanmar (o Birmania) a partire dal XV secolo. 

I Rohin­gya sono musul­ma­ni sun­ni­ti e par­la­no una lin­gua del cep­po indoeu­ro­peo simi­le a un dia­let­to par­la­to in Ban­gla­desh, e pro­prio per que­ste dif­fe­ren­ze i rap­por­ti con i cit­ta­di­ni myan­ma­re­si non sono mai sta­ti paci­fi­ci. Fin dal­l’in­di­pen­den­za del­la Bir­ma­nia dal Regno Uni­to nel 1948 i Rohin­gya non sono sta­ti rico­no­sciu­ti come mino­ran­za e dal 1982 una leg­ge nega loro la cit­ta­di­nan­za: di con­se­guen­za, sono con­si­de­ra­ti apo­li­di, non han­no dirit­to di voto né liber­tà di movi­men­to e l’ac­ces­so a ser­vi­zi sta­ta­li come sani­tà ed edu­ca­zio­ne è limi­ta­to. La discri­mi­na­zio­ne nei con­fron­ti di que­sto popo­lo si è tra­sfor­ma­ta negli ulti­mi anni in una vera e pro­pria per­se­cu­zio­ne: in una dichia­ra­zio­ne del­la Uni­ted Nations Inde­pen­dent Inter­na­tio­nal Fact-Fin­ding Mis­sion on Myan­mar del 2019 si affer­ma l’e­si­sten­za di un for­te rischio di com­mis­sio­ne di atti di geno­ci­dio e che il Myan­mar sta fal­len­do nel­l’ob­bli­go di pre­ve­ni­re il geno­ci­dio e di met­te­re in atto una legi­sla­zio­ne puni­ti­va di tale crimine.

Fon­te: Amne­sty International

Quel­la del Myan­mar è una puli­zia etni­ca, cor­re­da­ta da omi­ci­di, arre­sti arbi­tra­ri, vio­len­ze ses­sua­li e dal­la distru­zio­ne del­le abi­ta­zio­ni tra­mi­te incen­di. Tut­ta­via alcu­ni dati sem­bre­reb­be­ro ricon­dur­re la per­se­cu­zio­ne non solo a dif­fe­ren­ze etni­che ma anche ad inte­res­si eco­no­mi­ci, come capi­ta mol­to spes­so. Le ten­sio­ni si sono acui­te nel 2012 e, secon­do un arti­co­lo del Guar­dian, que­sto non è un caso. I media si sono con­cen­tra­ti soprat­tut­to sul­le ten­sio­ni reli­gio­se ma, secon­do l’ar­ti­co­lo, in Myan­mar i mili­ta­ri han­no sot­trat­to vaste diste­se di ter­ra ai pic­co­li pro­prie­ta­ri sin dagli anni ’90, sen­za com­pen­so, e die­tro minaccia. 

Que­sto land grab­bing è con­ti­nua­to nel cor­so dei decen­ni ma si è ingi­gan­ti­to negli ulti­mi anni. Nel 2012, i ter­re­ni asse­gna­ti a gran­di pro­get­ti era­no aumen­ta­ti del 170% tra il 2010 e il 2013. Nel 2012 la leg­ge che disci­pli­na i ter­re­ni è sta­ta modi­fi­ca­ta per favo­ri­re le gran­di acqui­si­zio­ni azien­da­li. Di con­se­guen­za, espel­le­re i Rohin­gya dal­la loro ter­ra potreb­be esse­re un bene per gli affa­ri futu­ri. Ed effet­ti­va­men­te, nel 2017 il gover­no ha stan­zia­to 1.268.077 etta­ri nel­l’a­rea Rohin­gya del Myan­mar per lo svi­lup­po rura­le azien­da­le; un incre­men­to note­vo­le se si con­si­de­ra la pri­ma asse­gna­zio­ne di que­sto tipo avve­nu­ta nel 2012, per 7.000 etta­ri. Una serie di dati che dovreb­be­ro esse­re pre­si in con­si­de­ra­zio­ne, soprat­tut­to per­ché si trat­ta di dina­mi­che comu­ni nei pae­si pove­ri che, per attrar­re gli inve­sti­men­ti fan­no con­ces­sio­ni che si rive­la­no poi mol­to gra­vo­se per la popo­la­zio­ne locale.

La comu­ni­tà inter­na­zio­na­le non ha mai dedi­ca­to par­ti­co­la­ri atten­zio­ni alla situa­zio­ne dei Rohin­gya, ma un pri­mo pas­so è sta­to fat­to all’i­ni­zio di que­st’an­no dal­la Cor­te inter­na­zio­na­le di giu­sti­zia che, su istan­za del Gam­bia, ha adot­ta­to del­le misu­re prov­vi­so­rie che impon­go­no al Myan­mar di pre­ve­ni­re il geno­ci­dio e pren­de­re prov­ve­di­men­ti per con­ser­va­re even­tua­li pro­ve. Secon­do il Gam­bia, il Myan­mar avreb­be disat­te­so la Con­ven­zio­ne per la pre­ven­zio­ne e la repres­sio­ne del cri­mi­ne di geno­ci­dio del 1948. Le misu­re adot­ta­te del­la Cor­te costi­tui­sco­no un tra­guar­do mol­to impor­tan­te, per­ché si trat­ta sia di un pri­mo rico­no­sci­men­to di tale vio­la­zio­ne che del­la base giu­ri­di­ca per even­tua­li san­zio­ni da par­te degli sta­ti del­la comu­ni­tà inter­na­zio­na­le.

Ma, come se non bastas­se, le sof­fe­ren­ze dei Rohin­gya non si fer­ma­no alle vio­len­ze per­pe­tra­te dal Myan­mar. In mol­ti sono fug­gi­ti nel vici­no Ban­gla­desh per scap­pa­re dal­la puli­zia etni­ca ma nean­che que­st’ul­ti­mo sem­bra ave­re inten­zio­ne di occu­par­si dei Rohin­gya, com­pli­ci la man­can­za di soste­gno da par­te del­la comu­ni­tà inter­na­zio­na­le e la cre­scen­te osti­li­tà del­la popo­la­zio­ne locale. 

Nemmeno in Bangladesh i Rohingya ricevono un trattamento rispettoso dei diritti umani, ammassati nei campi profughi, anche perché lo stato non è firmatario della Convenzione di Ginevra relativa allo statuto dei rifugiati, che assicura standard di trattamento per questa categoria di persone tra cui rientrerebbero i Rohingya. 

Noti­zia del­le ulti­me set­ti­ma­ne è che il Ban­gla­desh ha inten­zio­ne di tra­sfe­ri­re miglia­ia di Rohin­gya nell’isola di Bha­san Char, nel gol­fo del Ben­ga­la. Lo sta­to affer­ma di non aver obbli­ga­to nes­su­no a tra­sfe­rir­si ma sem­bra che mol­ti di loro sia­no sta­ti con­vin­ti con incen­ti­vi, tra cui paga­men­ti in con­tan­ti. L’i­so­la – che è emer­sa solo nel 2006 – non è mai sta­ta abi­ta­ta ed è spes­so col­pi­ta da ciclo­ni e inon­da­zio­ni: rap­pre­sen­te­reb­be quin­di un luo­go mol­to peri­co­lo­so, dove in mol­ti ver­reb­be­ro tra­sfe­ri­ti con­tro la pro­pria volontà. 

Insom­ma il desti­no dei Rohin­gya sem­bra esse­re quel­lo di un popo­lo dimen­ti­ca­to, che nes­su­no Sta­to vuo­le, ma la posi­zio­ne del­la Cor­te inter­na­zio­na­le di giu­sti­zia può rap­pre­sen­ta­re un pun­to di par­ten­za per ripor­ta­re l’at­ten­zio­ne sul­la dif­fi­ci­le – e ter­ri­bi­le – con­di­zio­ne di que­sto popolo.

Con­di­vi­di:
Letizia Bonetti
Sono Leti­zia e stu­dio giu­ri­spru­den­za a Mila­no, anche se dal­l’ac­cen­to ber­ga­ma­sco non si direb­be. Nel tem­po libe­ro mi pia­ce nuo­ta­re, man­gia­re gela­ti e scri­ve­re per Vul­ca­no Statale.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.