“Cobra Kai”. Un tuffo nel passato a suon di calci rotanti

Net­flix met­te a segno un altro suc­ces­so. Cobra Kai è la serie del momen­to: un cast ecce­zio­na­le gui­da­to dal magi­stra­le Wil­liam Zab­ka e Ral­ph Mac­chio, cui si affian­ca una tra­ma teen effi­ca­ce­men­te esa­ge­ra­ta. I fan di Kara­te Kid non pote­va­no chie­de­re nien­te di meglio.

Mol­ti di noi non era­no anco­ra nati quan­do, nel 1984, ven­ne lan­cia­to sul gran­de scher­mo il pri­mo film che die­de vita a un fran­chi­se desti­na­to a diven­ta­re un cult del cine­ma anni ’80, The Kara­te Kid. Oggi, all’alba del 2021, la ter­za sta­gio­ne del­la serie sequel del­la saga cine­ma­to­gra­fi­ca, Cobra Kai, è in gra­do di rime­sco­la­re le emo­zio­ni di chi allo­ra era ragaz­zo e di appas­sio­na­re anche il pub­bli­co gio­va­ni­le, gra­zie a tan­ta iro­nia, com­me­dia, momen­ti pro­fon­di e quell’impagabile effet­to nostal­gia che fa anche scen­de­re qual­che lacrima.

Cobra Kai nasce uffi­cial­men­te nel 2017, quan­do gli idea­to­ri Josh Heald, Justin Hur­wi­tz e Hay­den Schlos­sberg deci­do­no di dare il via al pro­get­to basan­do­si sul­la tra­spo­si­zio­ne ai gior­ni nostri del­lo sti­le e dell’epicità di Kara­te Kid. Se il pro­get­to, mes­so in que­sti ter­mi­ni, pote­va susci­ta­re già da solo più di qual­che per­ples­si­tà, in suo soc­cor­so era giun­to un altro pro­dot­to di suc­ces­so del­la tele­vi­sio­ne, How I met your mother. Nel cor­so dell’otta­va sta­gio­ne, infat­ti, anda­ta in onda negli Sta­ti Uni­ti nel 2013, si assi­ste­va ad una sce­na in cui Bar­ney Stin­son cri­ti­ca­va aspra­men­te Ral­ph Mac­chio (Daniel San), reo a suo dire di aver usur­pa­to quel­lo che era il “vero” Kara­te Kid secon­do Bar­ney, John­ny Law­ren­ce (inter­pre­ta­to da Wil­liam Zab­ka), cam­pio­ne pro­prio del Dojo Cobra Kai. Nes­su­no pote­va imma­gi­na­re che quat­tro anni dopo si sareb­be assi­sti­to ad un ritor­no in pom­pa magna dei due pro­ta­go­ni­sti, ma d’altra par­te l’occasione era trop­po ghiot­ta per lasciar­se­la sfug­gi­re, e il risul­ta­to è sta­to sicu­ra­men­te fede­le alle aspettative. 

Tren­ta­quat­tro anni dopo le vicen­de del pri­mo film vedia­mo entram­bi i pro­ta­go­ni­sti, Daniel LaRus­so John­ny Law­ren­ce, alle pre­se con la loro vita: il pri­mo uomo d’affari di suc­ces­so, il secon­do nel pie­no di una cri­si d’identità, tra scel­te sba­glia­te e una vita pri­va­ta get­ta­ta alle orti­che, col­pa anche degli inse­gna­men­ti scel­le­ra­ti del suo pes­si­mo mae­stro, quel John Kree­se che ad un cer­to pun­to arri­vò qua­si a ucciderlo. 

La trama si inserisce quindi in un contesto che si potrebbe definire classico: com’è ovvio, infatti, Johnny trova la forza per reagire riesumando il Dojo Cobra Kai e diventandone il Sensei, innescando per questo una serie di vicende che lo porteranno a scontrarsi con il vecchio rivale Daniel e a confrontarsi anche con l’odiato maestro Kreese. 

Arri­va­ti a que­sto pun­to tut­ta­via ci si potreb­be legit­ti­ma­men­te chie­de­re per­ché Cobra Kai, un seque­l/­spin-off di una saga cine­ma­to­gra­fi­ca di trent’anni fa, che era sta­ta pro­dot­ta per una piat­ta­for­ma strea­ming mino­re come You­Tu­be Pre­mium, sia diven­ta­ta ad oggi una del­le serie più viste degli ulti­mi anni, elo­gia­ta dal­la cri­ti­ca e osan­na­ta dal pub­bli­co. La rispo­sta si chia­ma Net­flix. Ban­do a mora­li­smi, la veri­tà è sot­to gli occhi di tutti. 

Quan­do Net­flix ha acqui­si­to il pro­dot­to e l’ha distri­bui­to sul­la pro­pria piat­ta­for­ma ad ago­sto 2020 Cobra Kai, che pure già ave­va nume­ri d’alto livel­lo, è let­te­ral­men­te schiz­za­ta in testa alle clas­si­fi­che, rag­giun­gen­do i con­su­ma­to­ri di tut­to il mon­do. Una scom­mes­sa vin­cen­te che ha subi­to fat­to sen­ti­re i suoi effet­ti sul­la stes­sa pro­du­zio­ne, con l’annuncio di una già pro­gram­ma­ta quar­ta sta­gio­ne che ha fat­to alza­re all’inverosimile l’hype per la ter­za, usci­ta il 1 gen­na­io 2021. 

Ma allo­ra Cobra Kai è solo una for­tu­na­ta tro­va­ta com­mer­cia­le? Anche se la dea for­tu­na di cer­to un ruo­lo l’ha avu­to, non si può dire che Cobra Kai non meri­ti il suo suc­ces­so. La serie, infat­ti, pone al cen­tro del­la sua nar­ra­zio­ne il lega­me intrin­se­co con la saga ori­gi­na­le, i rife­ri­men­ti non sono solo cir­co­stan­zia­li sono al cen­tro del­la sto­ria, le bat­tu­te han­no tut­te un col­le­ga­men­to con i film e le cita­zio­ni sono sem­pre coe­ren­ti. Il fan ser­vi­ce c’è, anche parec­chio, ma è tutt’altro che but­ta­to lì a caso, è una striz­za­ta d’occhio allo spet­ta­to­re, al qua­le ine­vi­ta­bil­men­te scap­pe­rà un sor­ri­so. Soprat­tut­to, la serie è un’immensa cele­bra­zio­ne di Pat Mori­ta, il leg­gen­da­rio Mae­stro Miya­gi, scom­par­so nel 2005, il cui ricor­do vie­ne ride­sta­to di con­ti­nuo, qua­si a ren­der­lo un vero per­so­nag­gio che aiu­ta Daniel. 

Il problema maggiore che si potrebbe rilevare guardando Cobra Kai è tuttavia proprio questo suo punto di forza. 

Essen­do che la nar­ra­zio­ne è mol­to al ser­vi­zio del fan ser­vi­ce, anche se que­sto rima­ne di buo­na fat­tu­ra, alla lun­ga il tut­to potreb­be risul­ta­re stuc­che­vo­le, anche fasti­dio­so, dato che la tra­ma di fat­to non pre­sen­ta par­ti­co­la­ri col­pi di sce­na, alme­no non nel sen­so vera­men­te cata­stro­fi­co che ad oggi si inten­de il plot twi­st.

Rifa­cen­do­si, infat­ti, allo sti­le dei film di trent’anni fa si ha la sen­sa­zio­ne che anche l’approccio nar­ra­ti­vo risen­ta di un po’ di quel “vec­chiu­me”. La diret­ta con­se­guen­za è che i col­pi di sce­na sono mol­to spes­so tele­fo­na­ti, poche vol­te la sce­neg­gia­tu­ra rie­sce a far sal­ta­re lo spet­ta­to­re giù dal­la pol­tro­na, e anche in que­sto caso il cari­co emo­ti­vo non pareg­gia il per­cor­so fat­to per arrivarci. 

L’esempio più lam­pan­te è la sot­to-tra­ma teen. Kara­te Kid era sostan­zial­men­te un film per ragaz­zi, un cult gene­ra­zio­na­le che è evi­den­te sia invec­chia­to non trop­po bene. Cobra Kai quan­do deve affron­ta­re il teen dra­ma sem­bra voler­si per for­za di cose rifa­re a quel gene­re, e anche se è pale­se il ten­ta­ti­vo di moder­niz­za­re il tut­to, a vol­te que­sto fal­li­sce: i per­so­nag­gi che fan­no cose un po’ fuo­ri dal­la real­tà del 2020, il pro­ble­ma di linea­ri­tà, la tra­ma for­se fin trop­po coe­ren­te e timi­da nell’osare dove potrebbe. 


In que­sta secon­da par­te si cer­ca di con­te­stua­liz­za­re quan­to scrit­to con ciò che acca­de in sce­na. Ci saran­no per­tan­to spoi­ler del­le pri­me tre stagioni. 

Si par­la­va poco fa del­le cita­zio­ni a Kara­te Kid, ebbe­ne ci si potreb­be chie­de­re se sia neces­sa­rio, per chi si approc­cia a Cobra Kai, guar­da­re anche la saga prin­ci­pa­le. La rispo­sta è però ambi­gua: da un lato si potreb­be dire che non sia neces­sa­rio poi­ché la serie è ric­ca di fla­sh­back dai film che mostra­no tut­te quel­le sce­ne neces­sa­rie a com­pren­de­re gli even­ti. D’altra par­te non sareb­be cor­ret­to affer­ma­re che chi ha visto Kara­te Kid non par­ta avvantaggiato. 

Nono­stan­te i fla­sh­back, infat­ti, è inne­ga­bi­le che solo veden­do i film si rie­sca a coglie­re buo­na par­te del­le cita­zio­ni che, più che far meglio com­pren­de­re, fan­no sor­ri­de­re. È que­sto, infat­ti, il sen­so di Cobra Kai: far sor­ri­de­re, far sì che lo spet­ta­to­re si abban­do­ni ai ricor­di, come quan­do John­ny, alla doman­da di Miguel se vuo­le che uti­liz­zi un meto­do par­ti­co­la­re per puli­re il Dojo, chia­ro rife­ri­men­to al “met­ti la cera, togli la cera” di Miya­gi, rispon­de al suo allie­vo con un laco­ni­co «Nah, I don’t give a sh*t». Cita­zio­ni come que­sta si spre­ca­no, sia nel rap­por­to tra Daniel e John­ny sia nel con­te­sto teen che vede Miguel e Rob­by, il figlio di John­ny, con­ten­der­si Sam, figlia nien­te di meno che di Daniel. 

Il pro­ble­ma lega­to alla nar­ra­zio­ne linea­re di cui pri­ma si col­le­ga però pro­prio a tut­to que­sto sche­ma cita­zio­ni­sti­co, che fini­sce ine­vi­ta­bil­men­te per ren­de­re il tut­to ridon­dan­te. Alcu­ni per­so­nag­gi infat­ti han­no davan­ti a sé un per­cor­so segna­to pra­ti­ca­men­te fin dal­le pri­me bat­tu­te, come Hawk o Demi­tri, la cui vicen­da è intui­bi­le dopo pochis­si­me sce­ne, e la cui evo­lu­zio­ne è tele­fo­na­ta o tele­fo­na­tis­si­ma, come il ripen­sa­men­to di Hawk nel fina­le del­la ter­za sta­gio­ne. Ma lo stes­so discor­so vale anche per Daniel e John­ny, pro­ta­go­ni­sti fra di loro di nume­ro­si alti e bas­si che però alla lun­ga stan­ca­no e che ven­go­no mes­si in sce­na col chia­ro inten­to di arri­va­re al fina­le del­la ter­za sta­gio­ne, con la coscien­za che quel­la sce­na, sep­pur emo­zio­nan­te, avreb­be potu­to svol­ger­si anche diver­si epi­so­di prima. 

La fortuna di Cobra Kai, che la fa uscire da queste sabbie mobili, è però ancora una volta l’abilità della sceneggiatura nel non appesantire queste problematiche, inserendo espedienti anche saggi:

ad esem­pio nel­la secon­da sta­gio­ne la reu­nion dei vec­chi Cobras, John­ny e i suoi com­pa­gni di kara­te che ave­va­mo visto nel pri­mo Kara­te Kid, o l’inserimento nel­la ter­za sta­gio­ne di Ali Mills, nel cui ruo­lo è tor­na­ta per­fi­no Eli­sa­beth Shue, a con­fer­ma di quan­to bene sia usci­ta la stu­dia­ta ope­ra­zio­ne nostal­gia. Ali qui agi­sce come un vero e pro­prio deus ex machi­na, facen­do da col­lan­te tra Daniel e John­ny, a quan­to pare inca­pa­ci di tro­va­re un pun­to d’appoggio comu­ne se non in colei che fu l’oggetto del loro con­ten­zio­so originale. 

In ulti­mo va ana­liz­za­to il con­te­sto nar­ra­ti­vo che esal­ta tut­ta l’ironica comi­ci­tà di Cobra Kai, che dove può si lascia anche anda­re ad un vero e pro­prio tifo per gli anni ’80. Come non ama­re, infat­ti, la pre­sen­za di Dee Sni­der nel quin­to epi­so­dio del­la ter­za sta­gio­ne, con quel Wan­na Rock che non a caso risve­glia il pie­de di Miguel, o l’inizio del­la ter­za sta­gio­ne e quel com­men­to volu­ta­men­te sar­ca­sti­co «pen­sa­vo che il kara­te fos­se mor­to negli anni ’80». L’ironia qui la fa da padro­ne, con­tri­buen­do ad alleg­ge­ri­re mol­tis­si­mo la serie, che diven­ta anche diver­ten­te e spassosa. 

Cer­to, non si può non nota­re che il tono in tal sen­so cam­bia parec­chio tra le pri­me due sta­gio­ni, a pro­du­zio­ne esclu­si­va­men­te Sony, e la ter­za, col­pa (o meri­to?) di Net­flix, con la sen­sa­zio­ne costan­te di aver per­so leg­ger­men­te quel tono da badass che ave­va­mo ama­to nel­le pri­me due sta­gio­ni. Ma c’è da dire che nono­stan­te que­sto il pro­dot­to rima­ne di spes­so­re, e per que­sto meri­ta tut­ta l’attenzione che gli è sta­ta fin qui riser­va­ta, in atte­sa del­la quar­ta stagione. 

In con­clu­sio­ne, Cobra Kai rap­pre­sen­ta un vero e pro­prio tuf­fo nel pas­sa­to. Chi era ragaz­zi­no nel 1984 e si era appas­sio­na­to alla saga ha sicu­ra­men­te tro­va­to ciò che cer­ca­va, uno spin-off che gli faces­se rivi­ve­re, per quei 20–30 minu­ti di ogni epi­so­dio, quel­le sen­sa­zio­ni ado­le­scen­zia­li che han­no for­ma­to gli adul­ti attua­li: il tut­to con­di­to dal­la pre­sen­za di tut­to il cast ori­gi­na­le, che con­tri­bui­sce a dare quel toc­co di epi­ci­tà a un gene­re che sem­bra­va aver bat­tu­to il suo ulti­mo col­po pro­prio con Kara­te Kid. 

Per i gio­va­ni di oggi la serie rap­pre­sen­ta sicu­ra­men­te uno sva­go inte­res­san­te su più livel­li: da un lato c’è l’elemento teen, dall’altro la pro­fon­di­tà di alcu­ni dia­lo­ghi che esu­la­no dal con­te­sto più fan­ciul­le­sco, e infi­ne il kara­te, l’azione vera e pro­pria, mol­to ben coor­di­na­ta dall’eccellente lavo­ro degli stunt­man, con vir­tuo­si­smi regi­sti­ci qua e là vera­men­te notevoli. 

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Riccardo Sozzi
Da buon scien­zia­to poli­ti­co mi fac­cio sem­pre tan­te doman­de, trop­pe for­se. Scri­vo di tut­to e di più, per­ché ogni sto­ria meri­ta di esse­re rac­con­ta­ta. γνῶθι σαυτόν

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